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Solista e direttore in tournèe con l'ORT - Quattro le date in Toscana. Domani sarà a Firenze, poi a Siena, Empoli e Livorno

"IO E IL VIOLINO INSEPARABILI"



dal Tirreno on line del 19.02.2008
di Maria Antonietta Schiavina
Uto Ughi: facciamo conoscere ai giovani la grande musica. Ci sono ragazzi italiani di grande talento che emergono con enormi sacrifici. Ma il rischio è quello della disoccupazione

ROMA. «La musica classica deve essere divulgata il più possibile, non può restare un’arte riservata a pochi e l’Italia, se non corre ai ripari in fretta, rischia di ritrovarsi in un deserto culturale».
E’ il triste scenario che il violinista Uto Ughi vede davanti a sé quando parla del futuro della grande musica nel nostro paese.
Il violinista, che sarà in questi giorni in Toscana con quattro concerti (domani al teatro Verdi di Firenze, il 21 al teatro dei Rozzi di Siena, il 22 al teatro Excelsior di Empoli e il 23 al teatro Goldoni di Livorno), aprirà a giorni un sito internet.

E, dal 1º marzo, condurrà anche un ciclo di trasmissioni, accompagnando gli ascoltatori di RadioUno Rai in uno straordinario viaggio attraverso i capolavori scritti per violino da alcuni dei più celebri compositori.
E cercherà di arrivare non solo a chi già conosce la musica classica ma anche a chi non ci si è mai avvicinato, credendola troppo difficile da capire.

Maestro Ughi come mai la grande musica non fa audience?

«Non si può amare quello che non si conosce.
Io, a questo proposito, ho tenuto a Roma dei concerti gratuiti rivolti ai giovani.
E quando i giovani scoprono che non esistono soltanto le canzonette e la musica pop e rock, cominciano a interessarsi, ad aprire la mente».

La musica classica però non sta vivendo il suo momento migliore, pur essendo l’Italia un paese che in questo senso ha una grande tradizione.

«L’Italia, lo sappiamo, sta attraversando una fase di crisi, ma se la crisi investe la cultura, allora si rischia di retrocedere da posizioni di preminenza, che il nostro Paese ha avuto, nelle arti figurative ma anche in quelle musicali.
Sarebbe un peccato se la fiaccola della grande tradizione andasse dispersa, mi auguro che si preveda quanto prima un percorso scolastico, per dare allo studio della musica il giusto spazio, come avviene, per esempio in Giappone o in Cina».

Da noi purtroppo gli insegnanti, ma anche molti genitori, considerano la musica puro divertimento e non materia di studio.

«Ed è un vero peccato: ci sono giovani italiani di grande talento che emergono, pur con immensi sacrifici, per pura passione e veri ideali.
E, in un periodo di caduta di ideali, trovare qualcuno che ancora ne ha non è cosa di poco conto».

Cercare lavoro nel campo della musica classica però è sempre più difficile.

«Nel nostro paese ci sono appena una ventina di orchestre sinfoniche, contro le 140 che esistono in Germania.
E allora purtroppo, per i giovani che escono dai conservatori, il futuro è il più delle volte quello della disoccupazione».

Di chi è la colpa di questa mancanza di attenzione alla musica?

«Della scuola che non ha mai creato un’educazione in tal senso.
Ma anche della chiusura delle orchestre da parte della Rai.
Operazione questa che ha interrotto la buona abitudine dei concerti settimanali, che si tenevano a ore accessibili sia alla radio che in televisione».

Negli ultimi anni lei ha lottato molto per sostenere la cultura musicale.

«Non sono stato il solo, ma credo di essere quello che ha gridato un po’ di più.
E continuerò a farlo, non bisogna arrendersi».

Veniamo alle sue lezioni che prenderanno il via il 1º marzo su RadioUno Rai.
In che cosa consisteranno?


«Più che di lezioni si tratterà di introduzioni ai brani che farò poi sentire. Proporrò una decina di pezzi ogni settimana, per una durata di dieci - dodici minuti e, prima di mandare l’esecuzione di queste musiche, parlerò del loro autore, facendo alcune considerazioni personali.
Un po’ come accade spesso prima dei miei concerti, quando dialogo con il pubblico spiegando ciò che poi andrò a eseguire».

Cosa rappresenta la musica per Uto Ughi?

«Comunicazione, espressione, emozione. E’una grande scelta esistenziale.
Come tutta l’arte, che rende la vita meno arida, meno materiale, meno a rischio».

Un sentimento il suo che non è mai venuto meno, nonostante sia nato in tenerissima età...

«Un sentimento che vorrei riuscire a trasmettere anche agli altri.
Una ricchezza che si ha dalla nascita, perché la musica è una forma di armonia interiore di civiltà, di ricerca: in genere chi suona seriamente uno strumento non si droga...Nel “Mercante di Venezia” Shakespeare fa dire al protagonista: “Chi non ha orecchio per l’armonia, per i dolcissimi suoni, è incline alla violenza al tradimento e alla cattiveria”».

Ci sono molti musicisti ma pochi interpreti.
Qual è la differenza tra esecuzione e interpretazione?


«Se non c’è pathos, se non c’è emozione, l’interpretazione è una ripetizione tecnica e di abitudine, un’esecuzione che non ha niente a che fare con l’arte.
Se si esegue soltanto non si emoziona e non si riesce a far arrivare nulla a chi ascolta».

Ogni volta che lei suona un brano prova sensazioni diverse?

«Sì, perché ogni interpretazione è una nuova creazione, un’opera d’arte, unica ed irripetibile».

Ha ancora paura del pubblico quando sale sul palco?

«Abbastanza. E’ come se facessi un esame, prima di tutto con me stesso, poi con chi viene ad ascoltarmi.
Ma più che di paura direi che si tratta di responsabilità.
Ho conosciuto grandi artisti che prima del concerto soffrivano veramente, non tanto per paura quanto per la responsabilità dell’interpretazione».

Quando ha imbracciato per la prima volta uno Stradivari aveva 12 anni. Se lo ricorda ancora?

«E come potrei dimenticarlo? Ero andato a Parigi con mio padre, per incontrare un grande violinista francese che mi fece provare per la prima volta quel meraviglioso strumento.
Mi emozionai tantissimo.
A quel tempo non avevo il denaro per acquistare uno Stradivari e mio padre mi disse: “Se sarai bravo un giorno potrai averne uno”.
Me lo comprò lui sei anni dopo e per me fu davvero il realizzarsi di un sogno».

In un’intervista ha detto: «il violino è lo strumento con cui meglio si esprime il pensiero perché ha un’anima».

«Tutti gli strumenti hanno un’anima anche se il violino è particolarmente vicino alla voce umana».

Ha suonato e suona con violini preziosi, come lo Stradivari e il Guarneri del Gesù.
Ma non tutti i violinisti possono permetterselo.


«Sono stato molto fortunato, perché avere fra le mani gioielli simili è davvero una fortuna e, specialmente nelle grandi sale, la forza di uno Stradivari e di un Guarneri del Gesù rende il suono molto più potente.
Ma si può suonare meravigliosamente con violini da quattro soldi e ottenere effetti altrettanto emozionanti.
In Ungheria ho sentito degli zigani che suonavano con violini da poco, dai quali uscivano melodie stupende».

Maestro Ughi, che musica ascolta quando non suona?

«Quella dei grandi interpreti perché, come scriveva Baudelaire in una bellissima poesia: “I geni sono dei fari che rischiarano il cammino alle generazioni che ci saranno dopo”».

Parte sempre per i suoi viaggi avventurosi fra un concerto e l’altro?

«Sì. Li considero una specie di ricambio mentale, una trasfusione di culture e civiltà rigenerante».

Quando viaggia per diletto porta anche il suo violino?

«Certo, ma poi lo lascio in albergo ad aspettarmi: non posso stare senza suonare per più di due o tre giorni, specialmente in prossimità di un concerto».

Va ancora all’isola del Giglio in estate?

«Sì e non solo in estate, ma durante tutto l’anno appena ne ho il tempo.
E negli anni sull’isola mi sono fatto molti amici: sono come in famiglia, adoro quel posto e la sua natura, che è per me di grande suggestione».


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