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Breve guida della chiesa di
"SAN FRANCESCO DELLA VIGNA"
in Venezia
(tratto dal libretto in dotazione alla chiesa stessa in Venezia)


San Francesco della Vigna è sicuramente una delle chiese di Venezia dove arte, storia e leggenda si intrecciano in un "unicum" assai suggestivo.
La costruzione sorge nella fascia di territorio prospiciente la laguna a settentrione, delimitata a sud dal lungo canale di San Giovanni in Laterano e di San Francesco e compresa fra i Santi Giovanni e Paolo e l'Arsenale, rimasta quasi disabitata per molti secoli per la sua esposizione a nord la scarsa solidità del terreno.


LA PRIMA CHIESA
Secondo un'antica tradizione popolare l'Evangelista Marco si sarebbe rifugiato in una delle isolette che sorgevano nella laguna veneziana a causa di una tempesta da cui sorpreso nel suo viaggio di ritorno ad Aquileia, dove aveva predicato il Vangelo su invito di San Pietro, dopo il suo arrivo a Roma.

In detta occasione il Signore gli sarebbe apparso e, svelandogli il futuro, lo avrebbe salutato così: "Pax tibi Marce, Evangelista meus. Hic requiesciet corpus tuum" (Pace a te, o Marco, mio Evangelista. Qui riposerà il tuo corpo).

Le numerose isole della laguna rimasero disabitate fino al secolo V, unicamente visitate dai pescatori, salinai e uccellatori nel periodo estivo. Questo fino al 400, quando il re visigoto Alarico percorse e devastò tutto il Veneto e gli abitanti del litorale cercarono rifugio nelle isole.

Nell'anno 452 i pescatori, ormai numerosi, decisero di costruire una chiesa sul posto dove, secondo la leggenda, si era rifugiato San Marco.

Come le case, anche la chiesa fu fatta in legno e coperta di paglia. Il luogo scelto fu in una insenatura che penetrava, a forma di braccio, fino alla base dell'attuale campanile.

Le invasioni barbariche flagellarono il Veneto per due secoli. Nel ricordo popolare rimase a lungo vivo il nome di Attila.

Grimoaldo, ultimo re barbaro, nell'anno 655 distrusse Oderzo che era la città più fortificata e più grande, dopo la distruzione di Aquileia compiuta da Attila.

Le fiamme sul litorale spinsero gli abitanti a fuggire e a stabilirsi in numero sempre maggiore permanente sulle isole.

Si improvvisarono le case su palafitte. I canneti, la paglia e il legno erano i materiali piu' usati per la costruzione. Le barche dalle forme e dai nomi più diversi (burchi, peate, caorline, sandali, topo, voltane, gondole, etc.) tenevano i collegamenti tra un'isola e l'altra.

Il governo, dopo la distruzione di Oderzo, da Eraclea si trasferì a Malamocco, una striscia di terreno che divide la laguna dal mare.

Nell'anno 726 il popolo elesse, per la prima volta, il "Dux" (Doge) e si rese indipendente, in poco tempo da Bisanzio.

Nell'809, Pipino re dei Franchi, assoggettati i Longobardi, portò l'assedio a Malamocco,
Le sue zattere arrivarono fino all'isola di San Clemente. Dopo otto mesi si arrivò alla pace di Aquileia. Le isole di Venezia furono salve.

Nel 811 il governo di Malamocco, isola divenuta ormai insicura, si trasferì a "Rivo Alto".
Le numerose isole acquisteranno il nome di "Venezia" solo nel XII secolo.

L'isola dove sorge San Francesco delle Vigna è denominata "San Marco in Gemini" in tutti i documenti, fino alla formazione del primo catasto (1148-1156) sotto il doge Domenico Morosini.
Con questo censimento la città fu divisa in "sestieri" e in "contrade".

Il sestiere di Castello comprendeva dodici contrade, corrispondenti a dodici parrocchie.
La prima parrocchia di questa contrada fu Santa Ternita, la cui chiesa risaliva al 1029.


IL PRIMO VESCOVO
Le isole di "Rivo Alto" non avevano un ordinamento ecclesiastico; le prime chiese dipendevano dal vescovo Oderzo, come Santa Giustina costruita nell'anno 630.

Il problema fu risolto con il sinodo dei vescovi del litorale veneto, riunitosi a Grado nel 733. Il doge, i nobili, il popolo, recatisi a Grado con una numerosa rappresentanza, presentarono come candidato Obelerio, figlio del tribuno di Malamocco.
La scelta di Obelerio era dovuta al timore che il vescovo potesse parteggiare per i Longobardi o per i Franchi.


LA CHIESA DELLA CONSACRAZIONE
A quel tempo tutte le grandi città sentivano il desiderio di riportare l'origine del loro cristianesimo alla predicazione di un apostolo, o almeno di un loro discepolo. Era un fatto di prestigio e di indipendenza.

L'antica tradizione non affermava che San Marco si era rifugiato in un'isola della laguna? Non sorgeva una chiesa, sul posto dedicata a San Marco? Le cose erano così chiare, per quel tempo, che la scelta del giorno della consacrazione del vescovo fu fissata ed avvenne il 25 aprile dell'anno 774, nella chiesa di San Marco in Gemini.

Il "titolo" del primo vescovo fu "Episcopus Rivoaltensis" (vescovo di Rivoalto, cioè Rialto); la sede fu fissata a "Olivolo", che essendo zona fortificata, diede il nome di "Castello" a tutta la parte delle isole superiori di Rivo Alto.

Ben presto nacquero due questioni di prestigio. Il patriarca di Grado aveva una popolazione inferiore al vescovo di Rivo Alto. Fu trovato il rimedio: il vescovo, dopo Obelerio, fu consacrato con il titolo di "Olivolensis", e il patriarca si riservò la giurisdizione sulla parte sinistra del Canal Grande, scegliendosi la sede a San Silvestro.

Con l'arrivo del corpo di San Maco a Venezia, nell'anno 829 la basilica costruita in suo onore fu considerata "cappella privata del doge" e divenne cattedrale solo nel 1805. La chiesa di Olivolo assunse il nome di San Pietro: riferimento chiaro alla supremazia del maestro sul discepolo.


LO STENDARDO DELLA REPUBBLICA
Il protettore di Venezia era San Teodoro, martire greco. Con le nuove istituzioni e con la formazione del nuovo stato, San Marco divenne il protettore della Repubblica.

Nel 1257 i veneziani innalzarono il gonfalone rosso, insignito del leone di San Marco, con il libro in mano e le parole dell'antica leggenda "Pax tibi Marce, Evangelista Meus", nella battaglia contro i genovesi, per la presa di San Giovanni d'Acri.

Il 12 maggio 1797, con 512 voti favorevoli e 20 contrari, Venezia moriva per mano del Maggior Consiglio, che accettava la dominazione della Francia, la quale, a sua volta, la vendeva all'Austria per mano di Napoleone, con la pace di Campoformido.


LA CHIESA DI SAN MARCO IN GEMINI IN MURATURA
Nel secolo XIII Venezia fu distrutta da vastissimi incendi. Le case erano ancora in legno, i tetti di paglia; la stessa basilica di San Marco, costruita in legno, fu divorata dal fuoco neppure cinquant'anni dopo la sua erezione.

Nel 1037 la nobile famiglia Marcimana, contro la tendenza dell'epoca, fece costruire in muratura la chiesa di San Marco in Gemini, di cui era proprietaria: uno dei primi edifici di Venezia e sicuramente della contrada fatto di materiale meno soggetto agli incendi.
Ricordiamo per un confronto, che la chiesa di Santa Ternita, divenuta Parrocchia nel 1029, fu costruita in muratura solo nel 1223. La chiesa di Santa Giustina, costruita in legno nel 630, fu rifatta in muratura nel 1219, quando divenne monastero dei canonici regolari di Santa Brigida.


LA VIGNA DI MARCO ZIANI
la famiglia Ziani era celebre a Venezia per avere avuto due illustri dogi: Sebastiano (1171 - 1178) e Pietro (1205 - 1229). Non si sa di preciso quando venne in possesso della chiesa di San Marco in Gemini, probabilmente per eredità del ramo femminile.
La basilica di San Marco aveva visto, nel 1177, il convegni di papa Alessandro III e dell'imperatore Federico Barbarossa, alla presenza del doge Sebastiano Ziani.
Il fatto dovette incidere,per fama su queata chiesa.
Da quel momento non viene piu' citata nei documenti con il nome antico, bensì come "la Vigna Ziani".

Un altro fattore che condizionò il cambiamento di nome, a quel tempo d'importanza notevole, è che fu il primo terreno in cui l'uva riuscì ad attecchire e a maturare.


IL TESTAMENTO DI MARCO ZIANI
Marco Ziani, figlio del doge Pietro, il 25 giugno 1253, detta il suo testamento al parroco di Santa Ternita, don marco Grilloni, e lascia la "sua Vigna con la chiesa ivi esistente e tutte le botteghe contigue acciò debbano stare in detta Vigna sei Frati et due servidori".
Nella zona sono ubicati anche depositi di legname, un "bersaglio dove ci si esercitava al tiro dell'arco" e una "cavallerizza", maneggio per i nobili veneziani che poteva ospitare fino a settanta cavalli.

Gli esecutori testamentari potranno scegliere fra i Frati Minori, i Domenicani e i Cistercensi (de Cistello).
La successione non fu pacifica. Si opponevano le monache della Celestia che avevano avuto da papa Alessandro IV il privilegio che non sorgesse chiesa o convento se non distavano da loro almeno 150 passi; ma soprattutto si opponevano la moglie di Ziani, Costanza, figlia del marchese d'Este, e Zuane Campolo, uno degli esecutori testamentari.
La questione con le monache fu risolta dal papa, che ritirò il privilegio. Il tribunale civile, su insistenza della moglie di Ziani e degli altri "commissari", dette la preferenza, nell'assegnazione della Vigna, ai Frati Minori, con questa motivazione: "in principio quando ipsi Fratres venerunt in Venetias ad permanendum, ipsi steterunt in dicta Vinea" (Quando i frati vennero per la prima volta, per rimanervi, a Venezia, abitarono nella detta Vigna). Si può logicamente ritenere che quando san Francesco approdò a Venezia nel 1220 di ritorno dalla Terra Santa avesse trovato ospitalità dai suoi confratelli in questo convento.


INIZIO DEL CONVENTO
Papa Alessandro IV, intervenuto a favore dei Frati Minori il 20 marzo 1255 e il 12 aprile 1255, emise l'ultima sentenza il 16 settembre 1256: "Alexander IV Fratibus Minoribus concedit ut habitent in loco Vinea a Marco Ziano legato".

Il tribunale civile dette la sua sentenza il 6 marzo 1257: "Locus Vinae a Marco Ziano legatus ex sententia iudicum Fratribus Minoribus adiudicatur".

I Frati Minori entrarono nel nuovo convento nel settembre 1257.
Era formato da un unico fabbricato, con il solo piano terra e con un chiostrino davanti. Oggi corrisponde al tratto che, partendo dalla Cappella Santa, termina con l'innesto della porta interna del convento.
Nel piccolo cortile verso la sacrestia si possono vedere ancora le cinque colonne conservate, innestate nel muro, con sopra la trabeazione in legno di larice e l'arco in mattone.

Il convento fu ampliato nel 1300 su disegno dell'architetto Marino da Pisa ed ulteriormente ingrandito nei due secoli successivi.
Nei vari edifici, molti dei quali distrutti nel XIX secolo, erano situati, fra l'altro, la curia provinciale dell'osservanza, l'archivio, la biblioteca, lo studio teologico, una farmacia, un lanificio, la Scuola di San Francesco (fondata nel 1346) e la Scuola del SS. Nome di Gesù (fondata nel 1530).


DOVE SORGEVA LA CHIESA DI SAN MARCO IN GEMINI?
Sabellico ricorda che ai suoi tempi (1440) "il Principe e i Padri vadano ogni anno a visitar la chiesetta di San Marco posta negli orti di San Francesco della Vigna.
Da un esame comparato di vari elementi (la forma del convento dell'anno 1300, la struttura dei mattoni e della calce, il piano altimetrico del primo chiostro e della Cappella Santa, la posizione della Chiesa di San Marino da Pisa) si è portati a concludere che la chiesa di San Marco in Gemini sorgeva nel tratto che va dalla sacrestia attuale alla chiesa; era larga circa 12 metri e lunga 30.

La chiesa visitata da dogi e senatori - quella che si trova nel cortile del patronato - è una modesta costruzione, eretta sicuramente dopo che fu terminata la chiesa dedicata a San Francesco, per conservare il nome di San Marco e per essere divenuta comune convinzione - raccolta e consacrata dal Dandolo, nella storia di Venezia: L. IV, cap. 1, pag 11 - che l'Evangelista, oltre che essere stato da vivo in quest'isola, sapeva di divenire il patrono della repubblica, per divina rivelazione.
Sanudo, nei suoi diari, ricorda un predicatore francescano di Firenze che seppe dimostrare, attraverso i testi dell'Apocalisse, che Venezia era stata predetta dall'evangelsita San Giovanni e che il suo dominio sarebbe durato per sempre. E conclude che il discorso fu molto applaudito e che piacque al doge, ai senatori e alla moltitudine.

I mosaici di San Marco e le pitture di palazzo Ducale ripetono questa convinzione. Perduta questa fede, cadde anche la Repubblica!


LA CHIESA DI SAN MARINO DA PISA
Nell'anno 1300, aumentando il numero dei religiosi, accresciuta la popolazione, che veniva occupata nei lavori dell'Arsenale, ed ingrandito il convento, si impose la costruzione di una chiesa più ampia.
L'architetto fu Marino da Pisa, città che forniva i migliori architetti e scultori alle principali città d'Italia. Lo stile gotico fiorì a Pisa, a Orvieto, a Firenze, per merito della scuola pisana, tra il 1200 e il 1300.

Dalla pianta di Venezia di Jacopo de' Barbari (1500) si possono desumere alcuni elementi dell'allora chiesa di San Francesco della Vigna. La facciata era a timpano semplice, in cotto; sei finestroni si aprivano sul lato destro; l'interno era a tre navate, prive di ornati, come afferma il Sebellico molto più tardi (1440).
Il posto su cui sorgeva era il coro attuale, e si protendeva per quaranta metri, verso il Chiostro della Cappella Santa che a quel tempo fungeva da sacrestia. Si può ancora vedere la porta d'entrata e la colonna d'angolo della facciata della vecchia chiesa dalla parte del chiostro.


Le misure erano: circa 40 metri di lunghezza e 15 metri di larghezza.
Il campanile sorgeva sul lato opposto dell'attuale;
terminava a pigna ed era fornito di una campana proveniente dalla Francia meridionale, recuperata da una chiesa distrutta dagli Albigesi.
Dalle riparazioni dovute eseguire nel secolo successivo per sostenere i muri laterali, si può dedurre che le fondazioni non furono eseguite con la tecnica dei pali infissi nel terreno, o con il supporto di zattere. Tecnica che divenne comune a Venezia solo nel secolo successivo.


OPERE ESISTENTI NELLE VECCHIA CHIESA
Alcune opere fondamentali della precedente chiesa furono collocate nella nuova costruzione, come il Trittico di Antonio Vivarini (1450), la tavola della Madonna di fra Antonio da Negroponte (1450), la Madonna di Giovanni Bellini (1507) e le sculture della odierna cappella Giustiniani-Badoer.

I corridoi attuali attorno al coro non sono, come qualcuno pensa, le due navate della chiesa del 1300, essi furono costruiti dopo il 1572, per rafforzare i muri perimetrali del coro che si dimostrarono subito - sotto la spinta del soffitto del coro, a volta reale - troppo fragili ed insicuri, e che richiesero altri interventi di potenti contrafforti nel 1903. La conferma di tale ipotesi si ebbe durante gli scavi eseguiti nel 1967-1968 per l'impianto di riscaldamento della chiesa.


LA CHIESA ATTUALE
Una commissione di procuratori nominati fin dal 1510 e composta dal celebre minorita padre Francesco Zorzi, dai Pp Giovanni Barbaro e Girolamo Contarini, e da diversi patrizi lavorò per la raccolta dei fondi e per l'acquisto del terreno necessario. La demolizione del vecchio edificio iniziò nel 1532; fu conservato il coro, per il servizio dei religiosi e il lato sinistro della chiesa in aderenza al chiostro.
Con la nuova costruzione fu innalzato un muro a fianco del preesistente e ricavati i confessionali nello spazio intramurario, murati in epoca successiva.

Oggi sono ancora visibili le nicchie per il penitente e gli oblò delle aperture delle grate dei confessori.

I lavori di costruzione dell'attuale chiesa iniziarono nel 1534 secondo i disegni di Jacopo Sansovino al quale era stata affidata la progettazione del nuovo edificio.

Il 15 Agosto 1534 veniva posta la prima pietra, alla presenza del doge Andrea Gritti.
A ricordo fu scolpita la seguente iscrizione: "Sub Andrea Gritti principe primus lapis huius templi positus fuit XV augusti MDXXXIIII".

Riportano Umberto Franzoi e Dina di Stefano nell'opera "Le chiese di Venezia": nel 1525 il francescano Francesco Zorzi aveva dato alle stampe un'opera "Harmonia mundi totius" che suscitò un certo interesse negli ambienti culturali della città, in cui formulava alcune teorie legate alla tradizione ermetico cabalistica dei numeri magici posti in rapporto con una concezione armonica del creato.

Quando il Sansovino fu chiamato a stendere il progetto di san Francesco della Vigna, il doge Andrea Gritti chiamò Zorzi a controllare e, se necessario, a modificare il modello presentato dall'architetto in base alle sue teorie filosofiche che trovarono nella chiesa pratica applicazione, come sta a dimostrare il memoriale steso dallo Zorzi nel 1535 e controfirmato da Tiziano Vecellio, Jacopo Zanobelli, Fortunio Spyra e Sebastiano Serlio da Bologna".

"Iniziato il lavoro sul modello di Jacopo Sansovino, insigne architetto, si diede principio alla magnifica fabbrica; ma insorta dissensione indi a non molto fra i Procuratori fuori del chiostro e quelli di dentro circa le proporzioni da osservarsi , si arenò per qualche tempo il lavoro".

Lo stesso Sansovino sottoscrisse le osservazioni, obbligandosi ad osservarle in questo modo: "Io Jacopo Sansovino fermo quanto sopra è scritto, e cusi prometto obligarmi quanto in questo scritto si contiene, et per fede dei Frari ho sottoscritto questa charta propria mano".

In realtà l'edificio realizzato presenta alcune varianti rispetto al disegno originario oggi riconoscibil soltanto nella cosidetta "medaglia Spinelli", come spiegano Franzoi e Di Stefano: "La cupola, a pianta ottagonale di ispirazione toscana, al pari della facciata, costituiva uno degli elementi fondamentali del discorso spaziale sansoviniano; essa non venne mai eretta e la copertura venne risolta con una volta a padiglione estesa uniformemente sulla navata e sul transetto.
Tale struttura costituì una sorta di compromesso con le idee dello Zorzi che imponevano un soffitto piano.

Anche le soluzioni piuttosto sommarie attuate nel secondo ordine sembrano suggerire un minor impegno del Sansovino che aveva dovuto subire, certamente di malavoglia, i condizionamenti impostagli dal Gritti.

Nella "medaglia Spinelli" che reca incise le date MDXXIII e MDXXXIIII, anni che rispettivamente si riferiscono all'assunzione del dogado da parte di Andrea Gritti e alla posa della prima pietra di San Francesco della Vigna, si può rilevare che la facciata progettata dal Sansovino era del tipo tripartito due ordini col corpo centrale a frontone triangolare raccordato alle navate laterali da elementi curvilinei. Il disegno nel suo insieme richiama alla mente le chiese del Rinascimento fiorentino, in particolare quelle del Brunelleschi e dell'Alberti.

La chiesa fu terminata nel 1572 e fu consacrata il 2 agosto 1582 dal vescovo Giulio Soperchio di Caorle.

Francesco Sansovino diede questo giudizio sulla nuova costruzione: "Fu fabbricata di nuovo a tempi nostri sul modello del Sansovino, con tanta bellezza ch'è tenuta fra le prime della città".


LA FACCIATA
A circa trent'anni dal suo inizio la chiesa era ancora priva della facciata. Ad erigerla, in marmo d'Istria, fu chiamato nel 1562 Andrea Palladio che aveva da poco redatto il progetto della chiesa di San Pietro di Castello riscuotendo unanimi consensi negli ambienti culturali della città.
L'artista colse questa nuova occasione per sperimentare le sue teorie che perseguivano un ideale di classicità, malgrado i limiti che gli venivano forzatamente imposti dalla preesistenza della chiesa sansoviniana.

Palladio accentuò l'altezza del corpo centrale che concluse con un frontone triangolare poggiante su quattro colonne corinzie, a loro volta poste su un alto basamento sviluppato che prosegue nelle due ali laterali; una doppia trabeazione anima la classica essenzialità delle facciate, di cui quella mediana inquadra l'altissimo portale d'ingresso sormontato da una lunetta a raggi concentrici in rilievo.

Sempre nell'asse mediano si addensano gli elementi architettonici di maggiore evidenza tra cui il tondo con l'aquila in rilievo del frontone e la finestra termale, splendida come quella che domina la facciata della villa della Malcontenta, mentre nelle ali laterali le superfici piane contengono dei riquadri con iscrizioni nei registri superiori e due nicchie in quelli inferiori che alloggiano le statue bronzee di Tiziano Aspetti.

La facciata, oggi reputata la più pregevole ed armoniosa tra quelle costruite a Venezia dall'architetto padovano, fu eretta a spese del patriarca di Aquileia, Giovanni Grimani, e del fratello cardinale Marino, come monumento in memoria dello zio cardinale Domenico Grimani.

NEGLI INTERCOLUNNI
A destra San Paolo; a sinistra Mosè; opere in bronzo di Tiziano Aspetti da Padova.

NEL TIMPANO SUPERIORE
Un'aquila ad ali spiegate con inciso il motto: "Renovabitur" parola del versetto 5 del salmo 102, riferita alla vecchia chiesa rinnovata.

NELLA FASCIA SUPERIORE
"Deo utriusque templi aedificatori ac reparatori"" (A Dio creatore e redentore dell'uno e dell'altro tempio).

NEGLI SPECCHI: DA DESTRA A SINISTRA
"Accede ad hoc ne deseras spirituale" (Entra in questo (tempio); non abbandonare (l'ingresso) nello spirituale). - "Non sine jurgi exteriori interiorique bello" non senza una lotta esteriore ed interiore): allusione alle controversie della fabbrica?

NELLO ZOCCOLO DELLE STATUE
Sotto la statua di Mosè: "Titani Aspecti opus: Ministro umbrarum" (Opera di Tiziano Aspetti: al servo delle Verità velate).
Sotto la statua di San Paolo: "Titani Aspecti opus: Dispensatori lucis" (Opera di Tiziano Aspetti: al dispensatore della Luce).

INTERNO DELLA CHIESA
A prima vista, l'interno si presenta spoglio: le colonne tra una cappella e l'altra, il succedersi degli archi, il cornicione che corre tutto intorno creano un'architettura semplice e grandiosa. Tutto converge verso l'altare maggiore, centro architettonico e spirituale della chiesa che domina tra il presbiterio e il coro.

Planimetricamente la chiesa è a croce latina , con ampia navata centrale fiancheggiata da una serie di cinque cappelle per lato che interpretano nella nuova concezione classica la funzione delle navate laterali. Lo spazio delle navate, anticamente continuo e scandito soltanto dai pilastri isolati a sostegno delle arcate, viene ora suddiviso da sette murari che raggiungono il muro d'ambito creando degli spazi in successione singolarmente conclusi.

La chiesa si conclude con il profondo corpo del presbiterio, di pianta perfettamente rettangolare, diviso in due parti da un altare passante dietro al quale è posto il coro dei frati.

Soltanto la lettura della pianta permette di individuare i due corridoi laterali, dove sono oggi le cappelle di San Bonaventura e san Diego e aree adibite a servizi, compresi tra il muro perimetrale e quello interno che definisce la larghezza del presbiterio.

Nelle due pareti di fondo della testata del transetto si aprono gli ingressi laterali, a sinistra quello privato del convento, a destra quello pubblico, la "porta di Terra Santa" che immette sul campo della Confraternita che venne costituendosi all'epoca della ricostruzione della chiesa sullo spazio prima tenuto ad orti.

Il soffitto originale era a travature dipinte, il che dava molto più movimento a tutto l'interno della chiesa; furono aperte con l'attuale soffitto a intonaco dopo il 1569, anno in cui il soffitto crollò a seguito di un'esplosione nel vicino Arsenale.



LE MISURE DELLA CHIESA
Tra Sansovino e padre Zorzi era sorta una vivace controversia per la facciata che Sansovino aveva modellata a tre scomparti ed era in contrasto con l'interno della chiesa a unica navata, per le misure interne della chiesa:
lunghezza m. 81
altezza m.30
crociera m.31
larghezza navata m. 16,50
lunghezza cappelle m.6
larghezza cappelle m.5,50.

L'idea geniale di Padre Zorzi, legata alle teorie cabalistiche, era questa: Dio ha creato tutto in misura e in peso dell'universo.
il capolavoro della creazione è l'uomo, il quale raggiunge la sua completa perfezione in Gesù Cristo. La chiesa, nelle misure, deve ispirarsi all'opera di Dio ed avere le proporzioni del corpo umano.


Egli stabilisce che l'inizio della perfezione è il numero tre, perchè contiene tre volte se stesso, e che la perfezione completa è data dal numero 27, perchè contiene tre volte il tre moltiplicato per se stesso (3x3=9; 9x3=27).
Il 3 è "numero primo e divino" secondo la concezione numerica pitagorica 3 è il numero reale perchè ha un principio, un termine medio, ed una fine.
Inoltre esso è divino, come simbolo della Trinità.

La navata rappresenta Gesù Cristo, la perfezione umana assoluta verso Dio, e padre Zorzi applica 27 passi veneti (43,20 metri), mentre la crociera simboleggia Cristo in croce: la divinità è rappresentata dal numero tre, l'umanità dal numero due; quindi è sei passi veneti (9,60 metri).
Il presbiterio è il luogo dove si adora: per manifestare l'unità di Dio e la trinità delle Persone padre Zorzi applica il numero tre addizionato tre volte (per indicare l'uguaglianza delle tre Persone della Trinità); il presbiterio è perciò lungo nove passi veneti (13,40 metri).

il coro è destinato particolarmente alla preghiera dei religiosi; essi si uniscono ai nove cori degli angeli; il coro quindi è lungo nove passi veneti (13,40 metri).

Larghezza
I cristiani che formano il corpo mistico di Cristo, la chiesa non sono perfetti: essi vengono santificati dalle tre persone della Trinità (3x3) in azione unitaria; l'uomo imperfetto (rappresentato dal numero due) collabora, ma è sempre limitato.

Si ha pertanto questo risultato: 3x3=9; 9x2=18. La chiesa è infatti larga 18 passi veneti (28,80 metri).


Altezza
L'uomo in questo mondo conosce Dio con la ragione, mezzo imperfetto: padre Zorzi esprime questo fatto con l'applicare il numero 9 a Dio e il numero 2 all'uomo.

La chiesa risulta cosi' alta 18 (9x2) passi veneti (28,80 metri).


Cappelle
Le cappelle del corpo centrale della chiesa sono dodici, perchè la Chiesa è fondata su Cristo (navata centrale), ma cresce e si sviluppa per l'opera dei dodici apostoli.


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