LA
LIRA
DI ORFEO
La lira (Lyra), incorniciata da un rapace fra il Cigno ed Ercole, fu considerata
dai Greci come lo strumento suonato da Orfeo.
Anticamente si rappresentava da sola, senza la cornice dell'uccello.

Successivamente gli Arabi videro in Lyrae il becco
ed il collo di un rapace in procinto di avventarsi
su una preda: tant'è vero che chiamarono (di magnitudine ) al Nasr al Waqi', che
significa "aquila del deserto".
Da quel nome contratto in Waghi, poi in Wega, nacque l'attuale
denominazione astronomica: Vega che alla mezzanotte del 1° luglio culmina al suo meridiano.
Furono gli stessi Arabi, sulla scia dell'interpretazione greca a vedere una lira
in alcune stelle, di cui le principali sono , e a dare all'ultima (una binaria a eclisse con una
magnitudine variante tra 3,4 e 4,1) il nome di Sheliak, che nella loro lingua significa "arpa",
mentre Lyrae (di magnitudine 3,2) diventava Sulafat, "la tartaruga", l'animale
dal cui guscio Ermes aveva ricavato questo strumento.
Le due diverse interpretazioni dell'asterismo furono poi unificate nell'immagine
ormai tradizionale della Lira incorniciata dal rapace.
Vega la quinta stella per magnitudine del nostro cielo, è situata lungo il
circolo che l'asse terrestre descrive durante l'anno platonico.
Su questo circolo si succedono le varie stelle che hanno indicato ed indicheranno
i poli: Vega diventerà la stella polare fra dodicimila anni, nel 14.000 d.C.
La si vede brillare verso maggio-giugno ad est, nell'alto del cielo in luglio
ed agosto, ad ovest in settembre-ottobre, verso l'orizzonte occidentale da novembre
a dicembre ed infine nell'estremo emisfero boreale fino ad aprile.

Il mito della Lira
Come si è parzialmente narrato nel paragrafo dedicato al pianeta Mercurio,
Ermes era balzato, appena nato, dalla culla dove lo aveva posto la madre
Maia, una delle Pleiadi. Uscendo dalla grotta trovò una tartaruga.
Dopo averla uccisa ne svuotò il guscio sul quale tese, in onore delle sette
Pleiadi, sette corde fabbricate con gli intestini degli animali sacrificati:
era nata la prima lira.
Camminando giunse nella Pieria, dove i sacri buoi degli dei beati avevano le
loro stalle e pascolavano.
S'impossessò di 50 vacche che spinse sul terreno sabbioso facendole camminare
a ritroso in modo da ingannare chiunque avesse voluto ritrovarle.
Aveva legato sotto i suoi sandali una bracciata di rami freschi di tamerice
e mirto per dare l'impressione di essere un viandante che seguiva il cammino
opposto con calzature originali.
Si muoveva a zig-zag, da un lato
all'altro della strada.
Giunto a Pilo sacrificò due bestie e le divise in dodici parti, una per ciascuno dei
dodici dei, assumendosi egli stesso nel pantheon olimpico come dodicesima
e nuova divinità.
Poi, dopo avere nascosto la mandria, si avviò verso la sua grotta sul monte
Cillene.
Nel frattempo Apollo cercava disperatamente le bestie che gli erano state
sottratte: aveva percorso tutti i possibili sentieri della zona ma non era
venuto a capo di nulla.
Finalmente durante il suo peregrinare incontrò nel bosco sacro di Onchesto
un vecchio che gli raccontò di un fanciullo:
e chiunque fosse questo fanciullo, guidava vacche dalle belle corna;
era ancora infante, aveva una bacchetta, e si spostava da un lato all'altro
della strada;
le faceva procedere a ritroso, con le teste rivolte verso di lui.
Poco dopo, Apollo, grazie alla sua arte divinatoria, venne a sapere dal volo
di un uccello con le ali spiegate che un ladro era il figlio di Maia.
Rapidamente corse verso il monte Cillene, ed, entrato nella grotta, si
lamentò con Maia dicendole con voce severa che Ermes doveva restituirgli
la mandria rubata.
La madre laconicamente gli rispose indicandogli un bimbo che,
avvolto nelle fasce, fingeva di dormire tranquillamente.
Apollo, esasperato, agguantò il furfantello e lo portò sull'Olimpo accusandolo
davanti a Zeus di furto.
Dopo qualche abile tentativo di mentire, che divertì molto suo padre, Ermes
fu costretto a condurre Febo fino al luogo dove aveva nascosto le bestie:
là troneggiavano, appese ad essiccare, le pelli delle due vacche sacrificate.
Invaso da un'ira incontenibile, Apollo cominciò a legare il terribile
fanciullo che, vistosi perduto, si ricordò della lira che portava con sè.
...la lira, tenuta sotto il braccio sinistro,
saggiò col plettro, una corda dopo l'altra; quella, sotto la sua mano,
mandò un suono prodigioso. Sorrise Febo Apollo
rasserenandosi; gli penetrò nell'animo l'amabile armonia
della voce divina, ed un dolce desiderio lo prese
al cuore mentre ascoltava. Suonando soavemente la lira
il figlio di Maia, sicuro di sè, stava alla sinistra
di Febo Apollo; ben presto, traendo limpide note dalla cetra,
cominciò a cantare - e lo assecondava l'amabile voce -
celebrando gli dei immortali e la terra tenebrosa:
come, al principio dei tempi, ebbero origine,
e come ciascuno ottenne la sua parte.
Apollo, ammaliato dai suoni celestiali, gli propose un baratto che
fu subito accettato: "Io ti lascio la mandria in cambio della lira".
Più tardi, mentre le vacche stavano pascolando, Ermes tagliò una canna
trasformandola in una siringa, e suonò un'altra melodia.
Apollo, nuovamente deliziato, gli propose un secondo baratto: "Tu mi dai la
siringa ed io in cambio ti regalerò il bastone dorato con cui raduno il
bestiame".
Questa volta Ermes non fu più arrendevole perchè non aveva nulla da
rimproverersi. "La mia siringa vale più del tuo bastone, ma accetto il
baratto a patto che tu m'insegni l'arte augurale".
"Questo non lo posso fare" gli rispose Apollo. "Ma se tu andrai dalle
mie vecchie nutrici, le Trie, che vivono sul Parnaso, ti insegneranno
a leggere il futuro nei sassolini".
Così avvenne: le Trie insegnarono a Ermes come predire il futuro osservando
la disposizione dei sassolini in un catino pieno d'acqua.
Più tardi il dio avrebbe inventato il gioco divinatorio degli astragali.

Orfeo e la lira
Apollo donò infine la lira a Orfeo, il figlio del re tracio Eagro e
di Calliope, la musa della poesia.
Scriveva Simonide:
Uccelli innumerevoli
si libravano in volo sul suo capo,
e diritti dall'acqua turchina
balzavano i pesci per il canto bello
Se Orfeo sia effettivamente esistito non lo sappiamo. In ogni modo alla
sua mitica figura si è attribuita una produzione poetica di cui ci sono giunti
soltanto frammenti e tardi riferimenti.
Nella tradizione orfica, dionisismo e religione apollinea si conciliavano
in una visione esoterica, sicchè la parte più sacra ed unitaria di quella poesia
non è stata tramandata proprio per il suo collegamento - non divulgabile -
con la sfera misterica.
"Dionisio ed Eleusi" spiega a questo proposito Giorgio Colli "sono i presupposti
di Orfeo: Orfeo racconta la storia del dio ed avvia alla conoscenza suprema.
Ma Orfeo suona la lira e canta: quindi con lui è Apollo che si mostra
nel suo aspetto benigno, nella figura di "colui che concede Dionisio".
E poi la poesia è anche la parola , e la parola è il dominio di Apollo.
La parola non può dire la visione suprema di Eleusi, la parola può soltanto
prepararla, alludervi, suscitarla forse, ed anche questo si addice ad Apollo,
alla sua natura obliqua, indiretta, ambigua, questa volta usata con
intenzione benevola, esaltante.
Orfeo è il ministro di Apollo - si dice anche che sia suo figlio - e intesse
storie di dei che mascherano la sapienza....Ma se l'uso rituale della poesia orfica
è questo - preparare l'estasi misterica attraverso rappresentazioni sacre -
la sua origine invece si rivela dettata da una prospettiva opposta.
Difatti è l'estasi e la sua follia a far sorgere la poesia di Orfeo, ed
è qui che si mostra più profondo, più significativo il legame tra Dionisio
ed Apollo".
Secondo una tarda tradizione sincretistica, riferita fra gli altri da
Diodoro Siculo, "Orfeo portò indietro dagli Egizi la maggior parte delle
iniziazioni mistiche, i riti segreti intorno alle sue peregrinazioni e
l'invenzione di miti riguardanti l'Ade. Infatti il rito di iniziazione di
Osiride è lo stesso di quello di Dionisio mentre quello di Iside risulta
quasi identico a quello di Demetra, e soltanto i nomi sono scambiati.
Egli introdusse poi le punizioni degli empi nell'Ade, le praterie per
gli uomini pii e la produzione di immagini suscitate dalla presenza
della moltitudine, imitando ciò che accadeva intorno ai luoghi di
sepoltura in Egitto.
Narra il mito che Orfeo aveva come sposa la driade Euridice.
Un giorno la giovane, mentre stava passeggiando con le Naiadi in
una pianura della Tracia venne mortalmente morsa da un serpente.
Sconsolato, il cantore degli dei decise di scendere agli inferi
per riportarla sulla terra.
Grazie alla lira ed al canto ammaliatore riuscì ad incantare tutti
i custodi e ministri del regno tenebroso.
Persino la sua regina, Persefone, ne fu conquistata a tal punto che
decise di liberare Euridice permettendo ad Orfeo di riportarla
sulla terra, ma a patto che egli la precedesse senza voltarsi prima
di essere tornato alla luce del Sole.
Mentre i due sposi stavano uscendo dal mondo infernale, Orfeo, non
riuscendo più a resistere alla tentazione di guardarla, si girò; e
subito una forza irresistibile trascinò la giovane nel regno di Ade.
Egli tentò nuovamente di scendere negli Inferi; ma questa volta Caronte
fu inflessibile.
Vi è chi ha interpretato il mito come una delle tante allegorie della
eterna lotta fra luce e buio, di cui sarebbero protagonisti il dio
Sole-Orfeo,la dea dell'Aurora e del crepuscolom impersonata da Euridice,
ed il serpente della notte, simboleggiato da quello che aveva morso
mortalmente la fanciulla: "E' questo serpente" sostiene Sisti "che col
suo morso uccide la luce che svanisce nella notte; ma qui, nel profondo
del bosco, comincia il canto dell'usignolo, il piccolo uccello che il
bestiario greco identifica con Orfeo.
Egli modula un ininterrotto e dolce canto d'amore, da sempre ispiratore
ed ipnotizzatore dell'animo di poeti ed amanti.
Questo canto è così suadente che il serpente e la sua sacerdotessa, la
dea lunare dell'Ade, restituicono la luce alla fanciulla (l'Euridice-Aurora
che rinasce col sole nel nuovo giorno); ma appena il Sole riprende forza,
i suoi raggi fanno svanire la luce dell'aurora.
Euridice ritornerà al termine del giorno nell'epifania di Esperos, il
crepuscolo, ed il ciclo si riproduce giorno dopo giorno".
A sua volta Kerényi osservava che la promessa di non voltarsi, richiesta
ad Orfeo, rifletteva un'usanza antica, quella che imponeva di sacrificare
agli dei inferi con la faccia voltata perchè nessuno sguardo era permeso
nell'Ade.
La morte di Orfeo è stata narrata in modo diverso da tante versioni
del mito.
i motivi di quel delitto variavano secondo le tradizioni mitiche: chi sosteneva
che lo odiassero per la sua fedeltà a Euridice, interpretata come un'offesa a loro;
chi raccontava che Orfeo, non volendo più aver alcun rapporto con le donne, si
circondasse soltanto di adolescenti maschi.
Si favoleggiava anche che al ritorno dagli Inferi egli avesse istituito
i Misteri proibendo alle donne di parteciparvi.
Infine di narrava che fosse stato Zeus stesso a folgorarlo, irritato per
le rivelazioni mistiche che egli aveva trasmesso agli iniziati.
Anche Afrodite fu chiamata in causa; la dea si disputava Adone con Persefone.
Per trovare una soluzione le due rivali si appellarono a Zeus che
assegnò loro come giudice la musa Calliope, madre di Orfeo, la quale decise di
assegnare il giovane per sei mesi all'anno all'una e per sei mesi all'altra.
Il verdetto offese Afrodite che si vendicò ispirando alle donne tracie una passione
così veemente per Orfeo che, mentre stavano disputandoselo, lo squartarono.
Eratostene scriveva. "Ed essendo disceso nell'Ade, a causa della sua donna, ed avendo
visto come sono le cose di laggiù, Orfeo cessò di onorare Dionisio,
mentre considerò come massimo tra gli dei Elio, che egli chiamò Apollo.
E svegliandosi di notte verso il mattino, per prima cosa sul monte detto
Pangaion attendeva il sorgere del sole per vedere Elio.
Perciò Dionisio, adirato, gli mandò contro le Bassaridi, come dice Eschilo,
il poeta tragico: queste lo sbranarono e dispersero le sue membra, ogni parte
del corpo separata dalle altre.
Le Muse poi, dopo averle raccolte, le seppellirono nella città chiamata
Libetra".
Dopo la morte, l'anima di Orfeo trasmigrò nei campi Elisi, dove, rivestita
da una lunga veste bianca, continua a deliziare i beati con i suoi canti;
la lira, invece, fu trasportata nel cielo, dove diventò la costellazione Kitara
ovvero Tartaruga, nome ispirato dalla cassa armonica dello stesso
strumento inventato da Ermes; anche da Arato la Lira veniva chiamata
Piccola Tartaruga. Da questo nome derivano anche quelli successivi
di Testudo, Galapago, Belua Aquatica e Testa.
Tolomeo assegnava alle stelle della Lira, l'influenza di Venere e Mercurio,
al pari di quelle del Cigno, quasi a confermare che dietro quell'uccello
si celasse la figura di Orfeo.
Nel Coelum stellatum christianum la costellazione si trasformò
nel Presepe del Cristo.