|
||
|
| PLENILUNIO "Dia qui, dia qui, lasci vedere a me.....Accidenti ma dove ha gli occhi signorina?...Non ha visto che è qui , sopra tutte?.... Ma no, accidenti, non è mica questa.....Eppure...L'altro ieri era qui...." alzò ancora la voce " qualcuno deve averci messo le mani in queste carte!" Alzò gli occhi. La Miani era pallida , il suo petto, sotto il grembiule nero, andava su e giù per l'ansito. Quindidi anni che lavorava in ditta, ed era ancor aintimidita, bastava che il Sebasti si agitasse, e lei tremava come una bambina. E non tremi cosi', capito? Ha paura che io la mangi?" "Ma io.." balbettò la signorina " non str..tra...ff..." "Che sta dicendo? Venga qui, non si capisce neanche quel che dice..." Pensò: adesso la prendo per un polso, la tiro a me e le do' un bacio. Finalmente. Quindici anni che ci penso. Se non oso stasera che gli altri se ne sono andati. Sbirciò l'orologio elettrico sul muro: le otto e dodici. In quell'attimo lo prese un batticuore. E' una sensazione strana nella testa, come se gli pompassero il cervello. Barcollò. Proprio adesso!, pensò. Sarebbe bello che mi venisse un male. "Signorina perpiacere, un bicchiere d'acqua"." Spaventata la Miani corse a prenderlo. Dominandosi, egli si mantenne in piedi. Sono gli anni, penso', non sono più quello di una volta. La ragazza rientrò. Il bicchiere d'acqua in mano, stava dinanzi a lui fissandolo, le labbra un po' socchiuse. (Però anche lei- penso' Sebasti - che pelle stanca ha sotto gli occhi.) Per respirare aprì la finestra che dava sul cortile della vecchia casa ottocentesca. Entrò un fiato d'aria gelida. Fuori era la notte, e la notte era inondata dalla luna. All'insaputa di lui, dell'impiegata, del portinaio, del sindaco, del capo della polizia, del vescovo, della popolazione intera, una luna pura e splendidissima illuminava la città. Era come un immenso sguardo immobile. E a quella voce misteriosa anche i muri dello squallido cortile diventavano poesia. Poesia anche le secchie, le scope, le scalette accatastate sui balconi, e i panni ad asciugare penduli. Palazzo di Bagdad, reggia felice, ricchezza, sogni. E dietro quelle finestre chiuse, gli sconosciuti amori!! Nulla era cambiato dai tempi lontanissimi che lui era bambino, la stessa luce, lo stesso incanto, e dentro lo stesso struggimento indefinibile. In quel mentre nell'ufficio il telefono cominciò a chiamare. Stanchissimo, egli si passò una mano sulla fronte. |
|||
|