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La donna di Brahms
(di Nicola Lecca)
da: "Concerti senza orchestra"


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Pierre Auguste Renoir: Donna al piano (1876) Chicago, Art Institute


La mia vita, ormai ruota attorno a due grandi passioni: la prima, che risale all'età infantile, è per il pianismo di Brahms; la seconda - decisamente più recente, ma altrettanto intensa - è per Viviane Amandier, una raffinata musicista francese interprete ideale di quei concerti che hanno sempre saputo incantarmi e che io ascolto - col medesimo entusiasmo - dai tempi in cui ero bambino.
Ne rimasi profondamente attratto fin dalla prima volta che la vidi suonare.
Era dicembre, il mese della tristezza: sfogliando un quotidiano, diedi uno sguardo alle pagine degli spettacoli, nella speranza di poter trovare qualche bel concerto al quale abbandonarmi dopo una giornata densa di accadimenti che avevano turbato il severo ritmo delle mie abitudini.
Desideravo rinfrancare lo spirito e rigenerarlo, per così dire, da quello stato di apparente abbandono nel quale lo avevo relegato sin dagli inizi della mattinata, preso com'ero da mille problemi soltanto in apparenza irrisolvibili.
Così, quasi per caso, mi capitò di notare la foto di una pianista che, la sera, si sarebbe esibita nel celebre concerto mozartiano in do maggiore K 467.
L'arido bianco e nero del giornale non toglieva al suo volto nemmeno un poco di quella sembianza angelica che avrei ritrovato tale e quale, poche ore più tardi, ammirandola dalla prima fila del Lanersborough Theatre di Londra.

I tratti somatici di Viviane erano, nel loro insieme, talmente armoniosi e perfetti, che le conferivano un aspetto difficile da immaginare, ed arduo a descriversi con il solo ausilio delle parole.
Il volto, magro e lineare nella forma affusolata, aveva la sinuosa tristezza di un notturno chopiniano, mentre gli occhi, apparentemente inespressivi e rassegnati all'inevitabile turpitudine del mondo, indirizzavano verso la platea vaghi sguardi distratti.
Nessuno avrebbe potuto abiettare alcunchè riguardo all'indiscutibile fascino di Viviane e, forse, perfino Kant non avrebbe avuto difficoltà a segnalarla fra gli esempi di bellezza assoluta elencati nella sua Critica del giudizio estetico.

Nel vederla di persona, a teatro, il mio animo rimase immediatamente rapito (proprio come accade a quei rari uomini sensibili, che inebetiti , si soffermano per ore a contemplare un certo quadro nell'affollata solitudine d'un museo).
Allora, tutti i rumori d'intorno cessarono misteriosamente e anche le persone vicine scomparvero alla mia attenzione, incantata com'era da tanta bellezza, catturata da quell'esile corpo che, sul palco, s'inchinava per rngraziare degli applausi ricevuti.
Subito, per un'innata propensione all'obiettività, tentai di trovare in Viviane anche un solo piccolissimo difetto, ma non ebbi fortuna.
Il piacere che nasceva dal semplice fatto di ammirarla era pari a quello che poteva derivare dall'ascolto del pur incantevole concerto mozartiano: anzi, oserei affermare che la bellezza della pianista riusciva perfino a superare quella della musica, essendo anch'ella il capolavoro di qualche genio - questa volta ignoto - che, combinando casualmente i cromosomi materni con quelli paterni, aveva creato un essere di tale meraviglia.

Quella sera mi trovavo ad ammirare contemporaneamente due distinte opere d'arte che riuscivano a coesistere in uno stato di perfetta armonia ed erano ambedue così complete - benchè l'una nascesse dalL'altra - che mi riusciva difficile poter fruire di entrambe godendo appieno di ognuna.
Fu così che, nell'intento di apprezzare alternativamente ora Viviane ora la sua musica, decisi di chiudere gli occhi ad intevalli regolari.

Quando il concerto terminò, ed io iniziai ad avviarmi verso casa, non potei fare a meno di ripensare a quei pallidi, dolci occhi tristi, la cui impalpabile immagine mi avrebbe confusamente accompagnato per molto tempo.
Si trattava di un ricordo gradevole capace di rendermi felice: soltanto il giorno successivo iniziai a sospettare che si trattasse d'amore.

In breve tempo il desiderio di rivedere Viviane divenne quasi una necessità e fu così che, nell'attesa di un suo nuovo concerto, pensai di ritagliarne la foto da quotidiano, per incorniciarla in un elegante portaritratti, sopra lo scrittoio.
Fin dal principio notai con curiosità la sorprendente somiglianza che legava il suo volto a quello di Venere nascente, dipinta dal Botticelli; e forse, fu proprio per questa felice circostanza che, fin da subito, ne rimasi attratto.

Avevo visto Viviane soltanto una volta, non le avevo mai rivolto la parola e i nostri sguardi non si erano incrociati nemmeno per un istante, eppure, ormai, ed erano trascorsi soltanto pochi giorni - sapevo di amarla profondamente: non d'un comune amore però, bensì di un amore speciale che non trovava le proprie illogiche ragioni in una banale attrazione di tipo sessuale, ma che, invece, elevandosi al di sopra di qualunque altra passione, riusciva ad acquisire orgogliosa legittimità dal fatto che la sua bellezza - così desiderabile alla vista come quella delle dame più raffinate dipinte in epoca rinascimentale - sapeva mandare, per così dire, in libero gioco sia la mia immaginazione che l'intelletto,provocando all'animo una rara e preziosa sensazione di rapimento estetico.
I mesi, lentamente, trascorsero.

Durante l'arco delle giornate, mentre mi esercitavo al violoncello o disegnavo col carboncino, mi capitava sempre più spesso d pensare a Viviane, perdendomi dolcemente nei bui cunicoli della memoria, a tentare di ricordarne almeno per un istante il colore degli occhi, o la misteriosa forma delle labbra (che, per un fenomeno mentale comune alla maggior parte degli innamorati, non riuscivo mai a figurarmi in maniera veritiera e rispondente alla realtà).
Allora il desiderio d rivederla diveniva ancor più grande e la speranza di un suo prossimo concerto riusciva a rendermi euforico.

Quanto a lungo ho desiderato poter ammirare da vicino il pallido volto di Viviane, per scoprire le lievi imperfezioni della sua pelle, e poterla così ritrarre in maniera ancor più veritiera, ogni volta che lo desideravo.
Quanto, ancora, avrei voluto accarezzarle i capelli, per poi sfiorarle le guance con il dorso della dita e baciarle la fronte.
E stato così che vittima di questa illogica passione, ho iniziato a seguire i suoi concerti per tutta la Francia.
Ogni mattina sfogliavo i principali quotidiani nella speranza di scorgere una sua foto, di conoscere il luogo e la data della sua nuova esibizione.
Talvolta quando la fortuna mi arrideva, gli spettacoli si svolgevano qui in Inghilterra.
Nella maggior parte dei casi, però, essi avevano luogo nel continente, e io mi trovavo a dover organizzare su due piedi cmplicate trasferte alla volta delle città nelle quali Viviane avrebbe suonato.
Nell'arco di un anno, mi sono recato ad Amburgo, a Nizza e poi a Parigi, a Rugge, ad Anversa e perfino a Copenaghen.
In cuor mio, speravo sempre nell'improbabile eventualità d'incontrare l'adorata pianista all'aeroporto, e in quella ancor più remota di poterla avere seduta accanto per tutta la durata del viaggio; purtroppo, però, queste fantasie - che si presentavano assai frequentemente all'immaginazione - non trovarono mai alcun riscontro nella realtà.
Quante volte ho impiegato le mie giornate ad ipotizzare improbabili discorsi con Viviane al banco dell'accettazione bagagli , quante altre mi sono illuso di averla riconosciuta, per la strada, nella similare fisionomia di qualche passante.

I viaggi sono spesso molto costosi - il denaro, comunque, ha seMpre avuto davanti a Viviane un'importanza così marginale e trascurabile che io, pur di procurare in tempo i soldi necessari ad affrontare un nuovo viaggio, sarei stato disposto a vendere ogni mio più caro libro e anche i miei disegni, senza soffrirne, e senza provare alcun rimpianto per i giorni a venire.
Del resto la felicità che ogni volta ho provato nell'ammirarla mentre suonava è stata talmente intensa che il mio animo la richiedeva sempre a gran voce e io, oggi, mi ritrovo a non poter più rinunciare a questa dolce droga che insensatamente ho iniziato ad assumere e della quale, in breve tempo, mi sono ritrovato prigioniero e dipendente.
Ogni concerto di Viviane ha saputo aggiungere un nuovo prezioso tassello alla vasta gamma delle mie sensazioni: gioia per la sua vista, euforia nell'applaudirla per quella Berceuse eseguita in maniera così divina, sorpresa per un nuovo abito ancor più elegante del solito; ma anche tristezza, provata dopo la fine del concerto - per il freddo senso di vuoto che il teatro ormai deserto riusciva ogn volta a trasmettermi; - tristezza, ancora, per la sconosciuta camera d'albergo - tetra e scarna - dalla lenzuola sgualcite e dalle travi scricchiolanti e, per quella tremante lampadina da venticinque candele, pendente come un verme dal soffitto bianco a illuminare il mio dolore.

Allora, per consolarmi, scrivevo a Viviane lunghe e febbrili lettere (che non ho mai Voluto spedirle, ma che conservo gelosamente in una cartellina bianca, certo che un giorno potranno tornarmi utili) su colorati fogli di fortuna, con penne nere dai bianchi tappi di plastica masticata con dolore, per riuscire a non piangere più: tanta sofferenza, comunque, non si è mai rivelata inutile e, anzi, ha sempre trovato la propria ragione d'essere davanti a quella breve ma intensissima felicità che, ogni volta, ho provato nel rivedere Viviane, ascoltando, incantato, i suoi concerti, guardando i suoi occhi e ritrovando sempre immutato, in qualunque stagione dell'anno, quel candido pallore regale che le impreziosisce il volto.

Nel seguire la mia pianista per tutta la Francia ho potuto ascoLtare ogni brano del suo vasto repertorio.
Per un'ironia delle sorte, comunque, il concerto più bello, quello che ha guadagnato nei miei ricordi un posto d'assoluto rilievo, ha avuto luogo proprio qui a Londra.

Quella sera Viviane eseguiva il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms.
Come era ormai consuetudine, acquistai un biglietto centrale di prima fila e mi presentai a teatro con mezz'ora di anticipo.
Non so spiegare il perché, ma, nel momento in cui le luci vennero spente, ebbi come l'impressione che quella sera sarebbe accaduto qualche evento speciale e memorabile; forse perché si trattava del decimo concerto di Viviane al quale assistevo, forse perché in programma c'era Brahms o, ancora, perché ognuno di noi, almeno una volta nella vita, riesce, grazie ad un effimero sesto senso, a prevedere confusamente una piccola briciola di futuro.
Fu mentre mi abbandonavo a simili elucubrazioni che l'orchestra orese posto; entrò anche il direttore, e infine, Viviane, salutata dagli entusiastici applausi di tutta la platea.

Il concerto non era ancora incominciato quando la sua esile mano sinistra iniziò a percorrere agilmente i tasti del pianoforte, anticipando in un misterioso linguaggio muto i primi accordi dell'Allegro affettuoso.
Si trattava di un gesto scaramantico, quasi di un rituale, che Viviane compiva abitualmente prima di esibirsi.
Nel tradurre mentalmente i rapidi movimenti delle sue dita, mi parve già di sentire quella musica fatata e cupa, che presto, come un'essenza rarefatta, si sarebbe dffusa per tutto il teatro e lo avrebbe fatto sprofondare in una dimensione insieme funerea e solenne.

Poi l'orchestra attaccò.
Adoravo a tal punto l'Allegro affettuoso del Secondo Concerto di Brahms che, per goderne intensamente, non potei fare a meno di chiudere gli occhi fino a quando Viviane no ebbe terminato di eseguirlo.
Fu così che, concentrato ed assorto, potei ascoltare la complessa partitura brahmsiana in una raffinatissima interpretazione che per la prima volta giudicavo in tutto rispondente ai più severi dettami filologici: un'opera d'arte in fieri, insomma, di cui io stesso riuscivo a fruire nel suo lento e maestoso divenire: nota per nota, attimo per attimo, istante per istante; deliziato, commosso da un'estasi composta che, inspiegabilmente, riusciva a figurarmi il teatro come un luogo paradisiaco e Viviane come la mia Beatrice, guida e compagna di verità in questo mondo volgare e turpe che - nel difendere la propria traballante piattezza - prova disprezzo per ogni più piccola anormalità.
Chissà se quella sera, anche gli altri spettatori riuscirono a provare il medesimo trasporto che esaltava l'animo mio elevandolo al di sopra della contingenza, là, tra quei misteri del trascendentale che a noi uomini non è concesso di conoscere ma che, talvolta, riusciamo a scorgere confusamente - come avvolti da una fitta nebbia ingannatrice - quando il nostro animo, rapito da una qualche forma di bellezza assoluta, addandona il corpo materiale e, con esso, tutto ciò che riguarda il mondo sensibile.

Sicuramente non era così.
Sicuramente ero soltano io ad amare Viviane, in mezzo a tutta quella gente silenziosa - che nemmeno tossiva - nel buio del teatro.
Avreste dovuto sentire con quale armonia, con quale eleganza, eppure con quale sicurezza ella dominava lo strumento, piegandolo dolcemente ad ogni sua volontà.
Quando il concerto terminò, Viviane eseguì come bis il Primo Valzer di Chopin.
Notai ancora una volta che il suo modo d'inchinarsi per ringraziare degli applausi ricevuti era, per così dire, un po' meccanico e svogliato; qualcosa che, evidentemente, doveva essere fatto per questioni di etichetta, ma che Viviane - ne ero certo - avrebbe preferito evitare.

Credo che, intimamente, la infastidisse il fatto di attirare su di sé l'attenzione e l'approvazione di oltre mille persone senza nome.
Ed era per questo che io, evitando di manifestare palesemente il mio proposito, tentavo sempre di distinguermi dal resto del pubblico applaudendo con maggiore eleganza e trasporto.

L'entusiasmo suscitato dal concerto fu tale che mi pentii di non aver portato a teatro quel bouquet di fiori che invece avevo preferito lasciare casa.
Ma il destino quasi avesse voluto premiare ugualmente l'affetto che nutrivo per Viviane, fece accadere uno di quei miracoli inaspettati che rendono piacevole la vita di ogni innamorato.
Mentre gli applausi soffocavano l'aria, io, ormai sopraffatto dall'entusiasmo, trovai per la prima volta il coraggio d'indirizzarle un complimento: "brava, brava Viviane" le gridai.
Un istante dopo i nostri sguardi s'incontrarono come mai era accaduto prima: lei continuò ad osservarmi, poi, con una delicata dolcezza, mi sorrise.

La timidezza e l'indecisione con cui quel gesto mi venne offerto avevano un fascino unico e singolare.
Sono pochi al mondo gli individui che riescono a trasmettere le loro emozioni con il solo ausilio di un sorriso; tale capacità è una sorta di dono fatale, e chissà quali angeli scelgono di offrirlo alle creature più dolci ed affabili.

Anche quello di Viviane era un sorriso nel quale potevano essere lette molte sfumature, ed io avevo saputo scorgervi un tenero segno di amicizia; un solenne benestare al mio seguirla dovunque, in ogni suo concerto. "Ora mi ha sorriso" pensai. "la nostra non sarà più una conoscenza imperfetta; da oggi, quando la incontrerò in qualche ristorante alla moda, non avrò più il timore di guardare con discrezione verso il suo tavolo".
E fu proprio quel sorriso insperato a conferirmi la forza per compiere un'azione che, fino a quel giorno, mi sarebbe sembrata assolutamente fuori luogo.

Quando tutti gli spettatori ebbero lasciato la sala, alcuni parenti degli orchestrali si diressero verso i camerini ed io trovai il coraggio di seguirli.
Attraverso bui corridoi dal grezzo pavimento in cemento, e dai soffitti incerti, grondanti di fili elettrici e di tubi vari la cui possibile utilità appariva ignota alla mia mente confusa.
I passi rimbombavano con macabra eco nella notte di quei cunicoli sotterranei e grosse porte si aprivano, per poi richiudersi dietro di me (che ero l'ultimo della fila) con un tonfo sordo.
Una volta giunto nel retropalco trascorsero alcuni minuti di grande imbarazzo prima che Viviane mi notasse, ripetendo ancora una volta lo stesso eloquente sorriso che, poco prima, aveva voluto regalarmi.
Fu così che, confuso da innumerevoli sensazioni, le andai incontro timidamente, sperando ch'ella non s'accorgesse della mia grande emozione.

Com'era perfetta vista così a vicino.
L'essenziale abito nero che indossava sapeva conferirle un ricercato aspetto nobiliare e, contrastando preziosamente con la carnagione del volto - bianchissima come quella delle più pregiate bambole in porcellana francese - rendeva ancor più insolito e manifesto il timido azzurro dei suoi occhi.
Ciò che in lei mi affascinava maggiormente, comunque, quel particolare della sua bellezza che, per primo, soggiungeva alla mia mente ogni qual volta tentassi di figurarmela, era la superba cascata di capelli color miele, vagamente mossi, le incorniciavano il volto esaltandone ogni singolo tratto in maniera celestiale.
Dopo averla contemplata per tutta la sua rinascimentale bellezza le porsi con servile timore il programma di sala, affinchè me lo autografasse.

Per pochi maledettissimi millimetri non mi fu concesso di sfiorare quelle sue esili mani prodigiose.
Poi, Viviane, dopo avermi domandato quale fosse il mio nome, iniziò a scrivere una breve dedica che, per apparire discreto, preferii non leggere in sua presenza.
Con la voce flebile, rotta dalla folle gioia, mi complimentai con lei per l'impeccabile interpretazione del Concerto di Brahms, e dopo averla salutata con un mezzo inchino, raggiunsi frettolosamente l'uscita degli artisti.

Sorde pulsazioni, a tratti scoordinate, invadevano ogni parte del mio corpo: erano i battiti del cuore che, come me, non era riuscito a nascondere la propria emozione.
Giunsi a casa che era da poco trascorsa la mezzanotte.
Per dare un formale risalto allo straordinario incontro con Viviane, pensai di stappare una bottiglia pregiata, mi versai da bere e, soltanto allora, lesi la misteriosa dedica.
Subitio le mani presero a tremare e la coppa iniziò a spandere lo champagne lungo i suoi alti bordi.

Quando il liquido ebbe raggiunto le dita erano trascorsi ormai alcun istanti, durante i quali presi coscienza del mio stato d'animo divenuto, ora, ancora più euforico e trionfante.
Quel timido " Con amore" , che era stato impresso da una grafia veloce ed incerta sul programa di sala, bastò a tracciare un profondo segno nella mia giovane vita.
L'affetto provato per Viviane diveniva finalmente un'evidenza tangibile su cui poter ragionare senza più dover seguire gli sterili percorsi dell'assurdo.
L'euforia, però, durò molto poco: l'intelletto, infatti, mi costrinse ben presto a placare le emozioni con mille problematiche domande.
Sospettai perfino che quella breve frase fosse stata scritta da lei come una formula di cortesia - la parola love, del resto, ha molteplici sfumature di significato - senza dare il giusto peso alle parole, anche se a me piaceva considerarla la più veritiera delle affermazioni.
Anche per questo, molte notti ho tardato a prendere sonno pensando al modo in cui avrei dovuto comportarmi con Viviane, a cosa veramente desideravo ottenere da lei.
Naturalmente, ho continuato a seguire tutti i suoi concerti, anche se, preda dell'assoluta soggezione che sempre ho avuta nei suoi riguardi, non ho mai più trovato la forza di raggiungerla in camerino.

Ma continuerò ad amarla, in silenzio: in una maniera chimerica e irreale, percorrendo con la fantasia le tappe di un amore mai incominciato, che misteriosamente riesco a vivere, godendone, come fosse reale.
E se anche ho il forte presentimento che le mie lettere riuscirebbero a commuovere l'animo di Viviane, e a conquistarlo, so bene che non avrò mai la forza di spedirgliele: come Gérard de Nerval, del resto, so accontentarmi di un'illusione, nella certezza che questo amore così fantastico ed intenso - capace di regalarmi folli entusiasmi a a nulla più varrebbe se divenisse reale.


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