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HOME  " MUSICA e Pittura" Da Marco Bussagli - Storia degli Angeli Cap. VII

GLI ANGELI MUSICANTI clicca

Alcuni versi commentano il già ricordato affresco di Piero di Puccio. Sotto la Cosmografia dipinta nel Camposanto Pisano, infatti possiamo leggere:

Di Dio pietoso sommo creatore,
Voi che avvisate questa dipintura
lo qual fè tutte cose con amore
pesate, numerate ed in misura.
Naturalmente, la scritta si riferisce al Creatore, ma la rima è troppo particolare perché non venga subito alla mente il versetto biblico che l'ha ispirata:
"Ma tu hai disposto tutto con misura, numero e peso" (Sap. 11,20) Il numero inteso come misura, e quindi in definitiva, come sinonimo d'armonia, costituisce la pietra angolare su cui Dio ha costruito l'universo.
I rapporti tra le cose del mondo sono numerici, il mondo si misura con i numeri: la larghezza, la lunghezza, l'altezza, il peso, il tempo sono secondo numero e misura, tanto che Isidoro di Siviglia, commentando per l'appunto il passo della Sapienza appena citato, non ha potuto fare a meno di scrivere: Tolle numerum rebus omnibus et omnia pereunt. Il che vuol dire che se dovessero cessare i legami aritmetici (cioè proporzionali) fra le componenti dell'universo, verrebbe meno quell'armonia che l'informa tutto, e che cadrebbe nel caos.

La concezione che vuole il cosmo come un insieme armonico di rapporti numerici, per quanto antica, soprattutto oggi si rivela estremamente attuale dal momento che l'indagine matematica è arrivata a fornire spiegazioni valide anche per fenomeni che apparentemente dovrebbero rientrare nella categoria del caso . Basterà ricordare, ad esempio, la teoria dei frattali, curve geometriche particolari ideate recentemente (1976 e 1982) da Benoit Mandelbrot, studioso d'informatica, grazie ai quali si possono descrivere matematicamente addirittura forme come quelle delle nuvole o la distribuzione delle galassie nell'universo o la turbolenza di una cascata.
Per non parlare di acustica o di ottica, due discipline che hanno indagato a fondo tutti gli elementi misurativi in aspetti della realtà che, stando ad un'osservazione superficiale, con i numeri dovrebbero avere a che fare poco o nulla!
Così anche in questo caso , l'indagine scientifica, piuttosto che opporsi, si adegua inconsapevolmente a principi cosmologici religiosi che, in genere, sono ritenuti estranei alla razionalità.
Quello che costituisce veramente la differenza fra la razionalità scientifica (detta "misurativa") e quella religiosa (già, perché la religione è razionale!) è che quest'ultima finalizza l'osservazione del creato alla considerazione di Dio: in altre parole, il constatare come nel mondo esista, per così dire, un disegno armonico che si espliciti in rapporti numerici fra le cose diviene la base che permette d'intravvedere, nella realtà materiale, il "filo rosso" di un disegno spirituale e mistico.

Il numero è fondamento di tutto questo! Il numero stupisce con la sua perfezione, con la meraviglia dei suoi rapporti proporzionali indagati dalla arithmetica, che è cosa assai diversa dal "far di conto", la calculatio del Medioevo.
Quest'ultima è l'arte di ragionare con i numeri per fini eminentemente pratici; i Greci la chiamavano loghistikè téchne, cioè l'arte del computare.
L'arithmetica, invece, costituisce un sistema per indagare la verità del mondo, come meglio evidenzia la definizione greca di arithmetikè epistéme, vale a dire cognizione aritmetica.
Del resto, l'aritmetica, e non il puro e semplice computo numerico, faceva parte delle arti liberali del quadrivio propedeutico allo studio della filosofia e della teologia.
Il numero, perciò, diventa il punto d'intersezione fra l'Essere supremo ed il mondo che ci circonda, esso è il "principio ideale capace di spiegare la struttura fisica e la bellezza della natura".
Anzi, scrive Teodorico di Chartres (cancelliere della scuola filosofica di Chartres fra il 1141 ed il 1150) nel suo "De septem diebus et sex operum distinctionibus, che "la creazione dei numeri è la creazione delle cose", postulando così un legame inscindibile tra ciò che è ideale come i numeri e ciò che è materiale come le cose.
Il numero è specchio della perfezione divina, ma il numero è insito nelle cose.
La chiave aritmetica per comprendere il mondo porterà all'acquisizione dell'armonia dei numeri e, attraverso questa, alla cognizione dell'armonia di Dio.
Alla base di una simile concezione non c'è soltanto l'apporto filosofico del pensiero pitagorico e platonico ampiamente diffuso in ambito medievale, ma anche il contributo di opere specifiche come l'Arithmetica di Severino Boezio (480-524), che costituisce uno dei punti di riferimento più autorevoli per lo sviluppo di una speculazione che, lungi dall'essere limitata alle fantasie medievali, si protrarrà ben oltre il Rinascimento.

L'opera di Boezio - lo sfortunato consigliere di re Teodorico che lo fece ingiustamente uccidere per sospetto tradimento - risulta essere la parafrasi della Introduzione all'Aritmetica del già ricordato Nicomaco di Gerasa (I - II sec.), a sua volta debitore tanto di Euclide quanto di Platone e Pitagora.
E' proprio attraverso Nicomaco e la sua Introduzione (Eisagoghè) si tramanda la leggenda di Pitagora secondo la quale il filosofo, passando dinanzi alla bottega di un fabbro ed ascoltando i colpi di martello vibrati da alcuni maniscalchi, si rese conto di certe particolari consonanze armoniche.
Quei suoni e il loro armonizzarsi non erano dovuti ne' alla forza diversa con cui i fabbri battevano i metalli ne' alle varie forme di questi, ma al loro differente peso.
Pitagora venne a sapere che quei martelli pesavano rispettivamente 12, 9,8, 6 unità di peso.
Perciò scelse altrettanti pesi di ugual misura e li sospese a stringhe, poi si procurò dei tubi che avessero l medesimo rapporto in lunghezza dei pesi, e infine riempì dei recipienti di vetro con liquido secondo la stessa proporzione.
Pizzicate le corte, battuti i tubi, colpiti i vetri - racconta la leggenda - Pitagora riprodusse le medesime vibrazioni musicali che aveva sentito nella bottega del fabbro.
Questa tradizione, passata in Boezio, conosciuta in tutto il Medioevo e pervenuta con tanto di xilografie nella Theoria musicae di Franchino Gafurio (1451-1522), tende a dimostrare che la musica altro non è che una successione di rapporti aritmetici.
Del resto non è un caso che Boezio nella sua Arithmetica si soffermi proprio sui rapporti numerici fra 12, 9 ,8, 6, così come i diagrammi integrativi dei codici più tardi - per esempio quello dell'XI secolo conservato nella Palace Library di Canterbury (ms Lamb. Pal. 67 f 62v) - mostrano anche visivamente.
Così il trapasso dalla conoscenza aritmetica a quella musicale ( e viceversa) appare non interrotto da alcuna soluzione di continuità, giacchè le proporzioni numeriche fra 12, 9, 8, 6, costituiscono altrettante altezze musicali sulla cosidetta scala pitagorica.
In questa maniera il rapporto numerico fra 8 e 9 è sesquiottavo (8:9) perché 9 contiene 1/8 in più (rispetto ad un'unità di 8/8), e corrisponderà musicalmente ad un tono , ossia all'intervallo (seconda maggiore) fra due note consecutive della scala naturale.
Allo stesso modo, se la proporzione fra 12 e 6 sarà quella del doppio (1:2), essa musicalmente rappresenterà il diapason, secondo la terminologia di Boezio (che poi è quella in uso fin dall'antichità), vale a dire l'ottava, cioè la nota che, di frequenza doppia, si trova dopo l'intervallo di otto note.
Ma anche le altre combinazioni numeriche contengono proporzioni aritmetico musicali, sicchè il rapporto sesquiterzo (3:4) di 9 a 12 e di 6 a 8 (così detto perché sia 12 che 8 contengono in più la terza parte di 9 e di 6, vale a dire rispettivamente 3 e 2) corrisponde alla consonanza musicale del diatéssaron, cioè alla quarta, l'intervallo che abbraccia quattro note della scala diatonica.
Ugualmente il rapporto sesquialtero (2:3) fra 8 e 12, fra 6 e 9 (detto così perché i numeri maggiori eccedono della metà i numeri minori) trova corrispondenza nel diapénte, la quinta, vale a dire l'intervallo che comprende cinque note della scala.

Naturalmente, questi non sono che i rudimenti di una teoria musicale assai complessa che, riassumendo tutta la tradizione precedente, Boezio espresse nel suo De institutione musicae.
Tuttavia quanto detto dovrebbe risultare sufficiente ad indicare che musica ed aritmetica erano considerate strettamente connesse (del resto entrambe facevano parte del quadrivio) con la inevitabile conseguenza che l'universo numerologico divenne un universo musicale.

I punti A e B che - come spiega Hammerstein - sono la materializzazione macro e microcosmica dell'armonia divina, indicano, nel duplice aspetto del di macrocosmo (A) e microcosmo (B), la consonanza tra ciò che è dentro di noi e ciò che è fuori.
La musica strumentale (C) non fa che adeguarsi e cercare di riprodurre questa armonia.
Macro e microcosmo hanno perciò una identica armonia tenuta insieme dai rapporti numerici , e questa musica dei numeri è immanente al mondo , secondo una riflessione che non si esaurì con l'Alto Medioevo , ma si perpetuò - con nuovi validissimi apporti - fino al Rinascimento e al Barocco di Robert Fludd (1574-1637) che nel suo trattato Utriusque Cosmi, Maioris Scilicet et Minoris,Metaphisica, Psichica atque Tecnicha Historia impiega la medesima terminologia per esprimere un'identica concezione.

Le conseguenze sul piano artistico furono tutt'altro che trascurabili , in quanto i filosofi della scuola di Chartres intesero quest'armonia cosmica non solo come composizione musicale, ma anche come composizione architettonica, quando già talune opere, come gli ormai noti chiostri romanici delle cattedrali di San Cugat, Gerona e Ripoll, potevano - paradossalmente - essere "suonati".

Così l'universo architettonico delle cattedrali divenne anche un universo musicale, per nulla diverso da quello concepito da Francesco Giorgi per il San Francesco della Vigna a Venezia, che il frate immaginò sulla base delle speculazioni platoniche raccolte nel suo De Harmonia Mundi, pubblicato nel 1525 a Venezia.
Per questo non c'è da stupirsi se nel codice inglese (XI-XII sec.) nel De Civitate Dei di sant'Agostino, conservato alla Laurenziana di Firenze (Plut. 12, cod. 17f 2v), che presenta la città celeste in forma di cattedrale, troviamo gli Angeli musicanti nella parte più alta dell'edificio miniato, quella che corrisponde alle capriate, per far ala al Cristo benedicente racchiuso nella mandorla.
Naturalmente la città dell'Uomo è costruita sul modello di quella di Dio, sicchè per i Padri della Chiesa:
La musica udibile in terra è considerata una copia di quella celeste non udibile e fra i due mondi fa da intermediario quel corpo invisibile del suono che l'arte suole rappresentare in forma di Angelo musicante.


Gli Angeli musicanti, perciò, rappresentano non soltanto, per così dire, la realtà dell'armonia divina, ma anche il punto d'intersezione fra questa e quella natura creata.
L'Angelo, così, ricopre gli stessi valori che appartengono al concetto cosmologico del numero.
Come questo infatti, L'Angelo è al confine tra la realtà materiale e quella spirituale, sicchè non sembra certo un caso che Agrippa abbia voluto indicare i nomi degli Angeli mediante le combinazioni numeriche dei quadrati magici.
Della musica mondana, l'aspetto macroscopico è costituito da quella che normalmente viene chiamata "armonia delle sfere", vale a dire delle stelle erranti del sistema tolemaico.
L'idea che i pianeti, con il loro corso, producano l'armonia del cosmo come si trattasse di un immenso carillon ad ingranaggi concentrici, la troviamo tanto nel Platone più pitagorico, quanto in Aristotele ma è Filone di Alessandria che paragona il cielo ad una lira a sette corde e che introduce il concetto in ambito greco-giudaico.
Per non parlare di sant'Ambrogio, di sant'Agostino o naturalmente, di Boezio, il quale riprende da Nicomaco l'opinione che il pianeta Saturno vada associata la nota più bassa (hypatémeson) e alla Luna quella più alta detta néte. (Ma non era forse Nicomaco quel matematico che aveva linguisticamente posto in connessione Angeli e pianeti?).

Ne deriva che a suonare il carillon cosmico sono gli Angeli.
Né poteva essere altrimenti: sono loro che adeguano la realtà all'armonia della Città celeste.
Sono loro "le sante corde che la destra del cielo allenta e tira", se vogliamo parafrasare Dante.
Del resto - sia pure in tutt'altro contesto logico - sant'Atanasio sfrutta il paragone fra Dio e il citaredo per sottolineare che l'armonia può derivare solo da un'unica mente ordinatrice; e Origene - certo riferendosi al salmo 148 - invita il sole, la luna, le stelle (da intendere anche come pianeti) e tutte le milizie celesti a lodare il Dio Unigenito.
In questo modo la relazione tra Angeli, stelle e pianeti (che abbiamo esaminato nelle pagine precedenti) si giustifica anche alla luce della teoria musicale.
E proprio a questa speculazione dovette ispirarsi tutta quella pletora di opere d'arte che rappresentano gli Angeli musicanti.
Certo, in alcune di esse il concetto che le informa appare più chiaramente espresso e più evidente che in altre.

E' il caso di un Cristo in Maestà miniato su un codice italiano del XIV secolo, conservato alla Pierpont Morgan Library di New Jork (ms Nr 742).
Nella parte bassa della miniatura, infatti, proprio al di sopra di un semicerchio che raffigura il cosmo (dove è rappresentata la terra, l'Oceano che la cinge, il Cielo trapunto di stelle percorso dai luminari maggiori), due Angeli suonano rispettivamente il mezzo cannone e la viola.
Quello è il suono del mondo.
All'armonia della musica sovramondana, invece, s'ispira la miniatura che compare in un manoscritto francese del 1317 su Vita e miracoli di san Dionigi (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms fr 2090 f 107 v), dove è raffigurata la visione di San Dionigi.
Delle nove gerarchie angeliche, tre sono rappresentate nell'atto di suonare strumenti musicali.
Gli Angeli - in basso - tengono campane, trombe e chitarre. Le Virtù suonano il flauto dritto e il tamburo (come accade pure per gli Angeli del portale sud del duomo di Bayonne, del XIV secolo), nonché l'organo portativo.
Infine i Serafini suonano viole, trombe e campane.
E ancora Angeli musicanti, sistemati secondo la gerarchia, circondano Dio Padre in trono e, contenuti da un cerchio (al di là del quale sono i quattro venti), stanno intorno alle circonferenze delle sfere planetarie.

Si tratta di un'incisione che orna la cronaca di Norimberga del 1493.

Ma anche opere di impegno e dimensioni maggiori illustrano i medesimi concetti.
Basterà ricordare l'Incoronazione di Maria di Paolo Veneziano (1333-1362), conservata a Venezia nella galleria dell'Accademia.
La Vergine e il Cristo, ai cui piedi stanno il sole e la luna, sono seduti su un trono dalla spalliera rotonda trapunta di stelle.
Accanto ai due luminari maggiori stanno due Angeli musicanti che reggono l'organo portativo.
Dietro il trono un folto gruppo di Angeli suona la musica celeste delle stelle. Sembra quasi un'illustrazione di quanto scriveva Marchetto da Padova, uno de teorici più importanti del XIV secolo:
Fra tutte le azioni corali, con cui la milizia dell'esercito celeste e la benefica gerarchia degli spiriti superni esulta in schiere sideree dinanzi al trono della maestà deifica, quella della dolcissima voce che produce - secondo (san) Gregorio - un'armonia eterna….
Non cessano mai di annunziarla a voce spiegata.

Sono concetti che ritroviamo identici nello Speculum musicae di Jacques de Liège (1330), ai quali sembrano essersi ispirati i diafani Angeli musicanti che trascolorano nella luce intensa della Glorificazione della Vergine dipinta nel 1490 da Gérard de Saint-Jean, conservata al van Beuningen Museum di Rotterdam.
Superfluo dire che gli esempi potrebbero essere centuplicati; dagli Angeli musicanti che sovrastano la Vergine in trono scolpita da Nanni di Banco sulla Porta della Mandorla (14141-1421) in Santa Maria del Fiore a Firenze, alle delicate schiere di Angeli che suonano sulla facciata marmorea di San Bernardino a Perugia (eseguiti fra il 1458 ed il 1461 da Agostino di Duccio), agli Angeli musicanti che compaiono nell'arazzo (verosimilmente tessuto a Bruxelles nel 1485) del Louvre, dove è raffigurata Maria in trono come "fonte dei viventi", secondo i versi del "Cantico dei Cantici" (Ct 4,15) riportati lungo il bordo inferiore.
Qui gli Angeli hanno la particolarità di essere rappresentati in veste talare, quali sacerdoti della liturgia celeste.
Spiega infatti Hammerstein, che mentre le sfere planetarie rappresentano il suono del mondo e sono l'estremità ultima del cosmo naturale, gli Angeli sono esseri liturgici che rappresentano il cosmo sovrannaturale.
Così è ampiamente giustificata la veste sacerdotale degli Angeli musicanti dipinti nell'opera più famosa della ricca produzione di Jan van Eyck (attivo in Fiandra fra il 1422 e il 1441): il polittico dell'Adorazione dell'Agnello mistico, conservata ancor oggi nella chiesa di Saint-Bavon (un tempo San Giovanni) a Gand.
Nella parte interna delle ante laterali il Maestro fiammingo ha dipinto Adamo ed Eva, Angeli cantori e Angeli musicanti.
Questi ultimi, raffigurati nell'atto di suonare strumenti a corda (arpa e lira da braccio) e l'organo positivo, illustrato alla lettera il versetto 4 del salmo 150 nella traduzione della Vulgata che, d'altronde, corre scritto nella parte bassa dell'opera ove si può leggere: Laudant eum in cordis et organo, cioè: "Lo lodano con le corde e con l'organo".
In realtà la parola "organo" traduce il termine ebraico 'ugab che indica l'intera famiglia degli strumenti a fiato, sicchè la versione della Vulgata è imprecisa, ma non per questo meno importante.
Si può tranquillamente affermare, infatti, che il Salmo 150, proprio per il fatto che offre un elenco di strumenti assai dettagliato, si pose automaticamente come modello o comunque riferimento per le raffigurazioni corali degli Angeli musicanti, e l'errore di traduzione spiega la costante presenza dell'organo.
A questo proposito, ricordiamo il pannello dipinto da Hans Meinlic (1430-1494) conservato al Musée des Beaux Arts di Anversa dove, infatti, compaiono le trombe - il corno del testo biblico, l'arpa, la cetra e, naturalmente l'organo.

Gli strumenti, certo, venivano rappresentati secondo gli usi e le tecniche della musica contemporanea, sicchè spesso s'indulgeva ad una certa predilezione per gli strumenti a corda.
Così, per esempio, nella Vergine col Bambino e Angeli musicanti dipinta da Tura verso il 1470-1480 (?) per la Cappella Roverella nel San Giorgio a Ferrara e oggi conservata alla National Gallery di Londra.
Allo stesso modo i celeberrimi Angeli di Melozzo da Forlì, dipinti nel 1471 per decorare la Biblioteca Vaticana e oggi conservati nella Pinacoteca, suonano la lira da braccio e il liuto.
Il motivo della preferenza per gli strumenti a corda va verosimilmente rintracciato nella teoria musicale del Rinascimento, secondo la quale i fiati rappresentavano l'elemento dissonante all'interno dell'armonia cosmica e come tali venivano scartati , in genere, nelle rappresentazioni ai Angeli musicanti.
Comunque sia, gli strumenti musicali, nati per riprodurre una musica che deve essere specchio dell'armonia celeste, in quanto segno della conoscenza di Dio, non possono produrre altro che suoni imperfetti.
Per questo la Santa Cecilia del Raffaello (Bologna Pinacoteca) "ascolta rapita, le paradisiache voci degli Angeli in cielo, mentre ai suoi piedi giacciono gli strumenti dell'imperfetta musica terrena…"
Questo non significa, però, che i pittori disdegnassero di inserire veri e propri brani, di questa "musica imperfetta" per rendere, nei limiti del possibile, la melodia della musica divina.
Così Domenichino, musicologo oltre che pittore, nella Santa Cecilia dipinta nel 1625 per il cardinale Ludovisi riprodusse un brano che Disertori ha stimato composto probabilmente da Giacobbi, un geniale melodista contemporaneo di Monteverdi.
Superfluo dire che lo spartito suonato dalla Santa è sorretto da un servizievole angioletto, a testimonianza della natura sovrannaturale di quei suoni.

Del resto, il celeberrimo Riposo nella fuga in Egitto (*), conservato nella Galleria Doria Pamphili a Roma e dipinto da Caravaggio ("più verso il 1599 che verso il 1595") mostra l'Angelo leggiadro dalla candida veste svolazzante, tutto intento a suonare il violino.
Raffigurazione della melodia celeste, l'Angelo di Caravaggio suona, però, una musica vera, recentemente individuata.




Si tratta di un mottetto in onore della Madonna, Quam pulchra es…, composto dal musicista franco-fiammingo Noël Bauldewyn.
Il testo (Cantico dei Cantici, 7,7, con uno dei poetici dialoghi fra Sposo e Sposa, Quanto sei bella ecc.) era entrato a far parte delle funzioni liturgiche durante le feste in onore della Madonna (Assunzione, Visitazione, ecc.): fu prediletto anche da altri musicisti, come Mouton, Jachet, Gombert, fino a Palestrina e a Monteverdi nei suoi famosi Vespri della Beata Vergine del 1610.
Eccone lo spartito della trascrizione del Disertori:




*
Analisi stilistica : il dipinto raffigura l'episodio della fuga in Egitto raccontato dai Vangeli Apocrifi, tema divenuto popolare durante il periodo della Controriforma.
La scena si svolge in uno straordinario paesaggio naturalistico di chiara matrice lombarda.
La Madonna, abbigliata come una qualsiasi popolana, tiene teneramente in braccio il suo Bambino mentre un dimesso San Giuseppe regge uno spartito all'angelo intento a suonare il violino.
Quest'ultimo si mostra allo spettatore come un qualsiasi fanciullo di strada, avvolto in un panneggio e imbarazzato dalle ali, come pronto a partecipare ad una commedia teatrale.
E' tuttavia possibile vederlo, come ha fatto Alfred Moir, quasi "una sorta di Orfeo, la cui musica affascina perfino l'anima.
La sua melodia appare come un'emanazione della natura, come altri suoni quali il tremolio delle foglie dei pioppi della Lombardia, smosse da una leggera brezza, ed il mormorio dell'acqua". Si tratta del primo tema sacro affrontato da Caravaggio al suo arrivo a Roma.
L'opera è spogliata da ogni enfasi e testimonia una profonda umanità: quasi come fosse una qualsiasi famiglia che riposa durante una sosta nel corso di una passeggiata in campagna.
Il luogo descritto è immaginario; i toni cromatici freddi e smaltati adottati dal Caravaggio rivelano qui, come nel San Francesco di Hartford (Stati Uniti), dello stesso periodo, la matrice lombarda di questo grande artista, legata soprattutto alle esperienze del bergamasco Lorenzo Lotto e dei bresciani Savoldo e Moretto, ancora memori della lezione leonardesca.
Tutta la composizione è modellata grazie ad un'attenta ricerca luministica, un gioco di ombre che anticipa la produzione più matura dell'artista.
La composizione perfetta e l'apporto di elementi classici giustifica l'ammirazione che Pietro Bellori, primo biografo dell'artista, esprime per questo quadro
.

L'opera: il dipinto è stato probabilmente eseguito da Caravaggio durante i primi anni del suo soggiorno a Roma, forse quando era già ospite presso il cardinale del Monte, che lo introdusse alla più prestigiosa e aristocratica committenza della città.
La destinazione primitiva del quadro è testimoniata da Bellori (1672) che riferisce di averlo visto ed ammirato a casa Pamphili.
La figura dell'angelo deriva da un'incisione di Gian Giacomo Caraglio, raffigurante la dea Giunone, da cui prese spunto anche Annibale Carracci per la figura della Lussuria nel suo Ercole al bivio (Napoli , Galleria di Capodimonte).
Il primo catalogo della Galleria Doria Pamphili, curato da Tonci nel 1794, cita il quadro come opera di Caravaggio, tradizione improvvisamente interrotta nella seconda metà dell'Ottocento quando è menzionato come opera di Carlo Saraceni.
E' il critico Kallab (1906) che ripropone il nome di Caravaggio, fino a quando Roberto Longhi (1928-1929) lo restituisce definitivamente all'artista.


La musica scelta dal Caravaggio, perciò, è una musica vera, ma sacra.
Non ci troviamo dinanzi alla "ninna nanna ad una voce" che immaginava Disertori (per quanto il dolce tono cantilenante del brano potrebbe assolvere anche questa funzione), ma dinanzi a quella musica che più di ogni altra tende a riprodurre la meravigliosa armonia del divino: musica sacra!
Abbiamo visto come anche in altre opere il Cantico dei Cantici fosse prescelto per rendere il senso della melodia divina (p.242), ma nel Riposo della Galleria Doria Pamphili il testo biblico informa di sé tutta la composizione fino ad insospettabili convergenze pittoriche, quali la chioma rossiccia della Vergine che diviene illustrazione del versetto (Ct 7,6): le chiome del tuo capo sono la porpora del re.
E il re, naturalmente, è Cristo che la Vergine teneramente abbraccia nella profonda estasi dell'amore che unisce Gesù alla sua Sposa: di nuovo Maria;
secondo quanto suggerisce proprio la lettura esegetica del Cantico dei Cantici nota e cara al cardinale Borromeo.
San Giuseppe, invece, rappresenta l'elemento umano della vicenda.
Il Santo, che sorregge lo spartito, occupa la zona sinistra del quadro caratterizzata da terra brulla e sassi (mentre a destra, dove è la Vergine, compaiono piante rigogliose) ed è emblematicamente posto fra l'asino e l'Angelo: una posizione che vuole forse definire la realtà della condizione umana.

La figura angelica, invece, sembra illustrare alla lettera un passo pseudo-areopagitico dove è specificato perfino il significato dei piedi nudi negli Angeli: essi indicano libertà, purezza dalle cose terrene e uniformità alla semplicità divina.
Il passo verrà più o meno integralmente ripreso tanto da Costantino Ghini da Siena, in "Dell'immagini sacre dialoghi"…, edito a Siena nel 1595, quanto da Federico Borromeo nel "De pictura sacra", edito a Milano nel 1624.
Il leitmotiv dell'opera caravaggesca è proprio la musica, una musica considerata ristoro dell'anima, ma anche segno indelebile dell'armonia della creazione e della continua presenza di Dio nell'economia della Salvazione.
La melodia suonata dall'Angelo, infatti, può essere considerata a ragione il sigillo dell'amore di Dio verso le sue creature, un amore che il Cantico dei Cantici racconta all'uomo fin dalla notte dei tempi, ma che solo figure ispirate come il Merisi sanno realmente cogliere.
Per questo penso che il Riposo nella fuga in Egitto, di Caravaggio, possa essere considerato una delle opere pittoriche che più acutamente coglie il reale significato della musica angelica nell'ambito della speculazione cristiana.


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