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MUSICA EGIZIA (clicca sul titolo)
da MISTERI EGIZI di Lucie Lamy

Musica e armonia cosmica

I ritrovamenti di vari flauti e altri strumenti e le numerose illustrazioni di scene musicali dipinte nelle tombe di nobili di ogni periodo c’informano come dal Regno antico in avanti gli Egizi abbiano utilizzato scale musicali analoghe alla nostra. La posizione delle mani dell’arpista sulle corde indica chiaramente intervalli come le quarte, le quinte e le ottave, rivelando un'approfondita conoscenza delle leggi che regolano l’armonia musicale. Non esisteva musica scritta, ma una sorta di linguaggio gestuale con il quale i cantori suggerivano agli strumentisti le note e le corde da suonare. Tale metodo denominato chironomia,




A sx: rilievi di musici che cantano all'unisono- Dalla Tomba di Nenkheftikai,Saqqara. (Museo del Cairo) A dx: Cantante copto che nell'anno 1949 compie gli stessi gesti dei cantori del terzo millennio avanti Cristo dipinti negli edifici sepolcrali di Saqquara. (Annales du Service des antiquités, Cairo,49, 418-44)


è rimasto in uso in Egitto fino alla prima metà del nostro secolo. Hathòr si identifica con Maàt, principio di ordine, equilibrio e armonia cosmica. Per questo Maàt non solo è raffigurata nel più intento recesso del tempio , ma la sua immagine è riprodotta a scopo decorativo anche su un’arpa. Negli epiteti "signora dell’ebbrezza, signora della musica" dell’inno a Hathòr la parola tkh, tradotta come "ebbrezza", si riferisce soprattutto al peso attaccato tramite una cordicella all’estremità della piuma che simboleggia Maàt nella raffigurazione di una coppia di scale.

Questo pendolo tkh determina la perpendicolare e regola l’equilibrio delle scale. Scene di pesatura mostrano la necessità di fermare il filo a piombo per evitare che continui a oscillare. Di conseguenza la parola tkh è spesso usata anche per indicare tutto ciò che oscilla, che è instabile – per estensione del significato – vacilla, termine inerente allo stato di ubriachezza. Inoltre, poiché una vibrazione non è altro che una rapida oscillazione, la parola tkh ci ricorda che ogni corpo che vibra emette un suono.

Il pendolo tkh è spesso modellato a forma di cuore, ib, "il danzatore". La pulsazione ci fornisce un comodo metodo di misurazione del tempo e, poiché il ritmo di oscillazione di un pendolo varia in modo inversamente proporzionale al quadrato della sua lunghezza, è possibile determinare la lunghezza di un filo a piombo che oscillerà al ritmo di una pulsazione normale; questa sarà pari a O,69 metri vale a dire 27 pollici.

Questa legge, che deriva dal fenomeno di gravitazione universale, costituisce la regola fondamentale dell’armonia musicale; una delle sue applicazioni immediate è la lunghezza di una corda d’arpa. La corda più lunga emette un suono di una certa tonalità. La metà di tale lunghezza ne emette uno consistente in vibrazioni due volte più rapide di quelle emesse dalla prima corda e più alte di un’ottava.

Tutti gli intervalli che determinano le 7 note della scala diatonica maggiore rappresentano perciò rapporti fra 1:1 e 1:2. La relazione tra le lunghezze delle corde per ogni due note è inversa a quella esistente fra i loro ritmi di vibrazione. Per esempio, per la quinta, come C sta a G: il rapporto fra i due ritmi di vibrazione è 2:3 (260:390 hertz), e quella fra le lunghezze delle due corde necessaria a qualsiasi strumento dato è 3:2.

L’oscillazione del pendolo conduce così alle leggi profonde che regolano la genesi del cosmo, alla prima pulsazione, al primo respiro, alla polarizzazione di energia che ha dato inizio all’intero processo vitale, alla materializzazione dello stato latente nell’immensità del Nun.

Nel sacello del menat nel Tempio di Dèndera, sulla parete meridionale è raffigurato un piedestallo o basamento le cui proporzioni espresse in palmi sono 8:9, ossia il rapporto musicale di un intero tono. Su questo basamento i poggia il contrappeso della collana del menat che termina con un busto di Hathòr. La dea tiene in mano e offre le chiavi della vita (simboli ankh), mentre su un braccio regge il divino Òro il Minore. Davanti a lei siede un’altra Hathòr, che mostra il menat in una mano e nell’altra un crotalo,




crotalo(Metropolitam Museum of Art, New York)


il suo simbolo caratteristico, in presenza della minuscola immagine di Ihy, armonia.

Sulla parete settentrionale, di fronte a questa scena, è raffigurato il grande usekh (l’ampio pettorale), che nei quotidiani atti di culto è messo sempre in relazione alla coagulazione iniziale, l’effetto del primo avvicendamento di dilatazione e contrazione che sta all’origine del mondo. Il contrappeso si trova in posizione verticale accanto all’usekh stesso, al quale è unito mediante quattro fili di perle attaccati ad altrettanti crotali. Questi ultimi sono simboli di grande importanza perché si ritrovano come capitelli delle colonne nella Sala Ipostila. Il crotalo è uno strumento a percussione consistente in un risonatore acustico di forma cubica e in 2 lunghi bracci che terminano in spirali laterali.

Queste spirali richiamano la parte interna dell’orecchio detta coclea, che ci permette di udire e di distinguere le diverse tonalità. La forma cubica evoca invece l’immagine dei 3 canali semicircolari dell’orecchio interno in virtù dei quali abbiamo la percezione tridimensionale nello spazio, cioè la percezione volumetrica. La parola tkh, il pendolo, ci ricorda che questi canali sono gli stessi che permettono all’uomo il senso dell’equilibrio e della perpendicolarità.

La sintesi dell’origine cosmica è simboleggiata dalla raffigurazione di Iusas-Nebet-Hetepet "la divina mano del creatore di se stesso, Atùm", posta fra due colonne sormontate ognuna da un crotalo a forma di tempio.

Nella parte inferiore di questo contrappeso, la testa di Hathòr con le orecchie bovine è posta sopra il simbolo dell’oro, in mezzo a due gatti, che portano entrambi un contrappeso al collo.



Il divenire


C'è un concetto fondamentale, astratto eppure reale e vitale che pervade tutti i miti, la moralità e la vita degli antichi Egizi. Questo è Maàt. Sia le entità divine che gli esseri umani vivono "grazie a Maàt, in Maàt e per Maàt".
Quest'unico nome esprime tutti i concetti di equilibrio e di autocontrollo (vedi sopra, una figura di Maàt).

Le squame e il simbolo di Maàt, la piuma, tengono sospeso un filo a piombo alla cui estremità si trova un pendolo. Maàt rappresenta perciò l'accuratezza, l'onestà, l'equanimità, la fedeltà, la rettitudine e in questo aspetto essa diviene l'emblema del giudice, che nel tardo periodo indossava sul petto una piccola Maàt di lapislazzuli.
Maàt il simbolo della Giustizia e della Verità, dell'autenticità, della legittimità, dell'integrità, della legalità.

Maàt è anche il simbolo dell'armonia, nel senso dell'accuratezza delle note e della perfezione degli accordi musicali.

Nel Nuovo Regno (dopo il 1567 a.C.) le arpe sono spesso decorate con una figurina di Maàt.

"Il principio dell'Armonia è una legge cosmica, la Voce di Dio.

Qualunque sia il disordine provocato dall'uomo o da un fortuito incidente naturale, la Natura, lasciata a se stessa, rimetterà tutto in ordine per mezzo delle affinità (la Coscienza che risiede in tutte le cose).

L'Armonia è la Legge scritta a priori in tutta la Natura; s'impone sulla nostra intelligenza, eppure di per sé è incomprensibile." (R.A.Schwaller de Lubicz, Le Roi de la théocratie pharaonique.)

Maàt dunque non giudica: è la consapevolezza o coscienza stessa, e anche la coscienza individuale che ciascuno ha nel proprio cuore, poiché essa è sia la forza motivante che lo scopo della vita.
Viene invocata in tutte le occasioni: è onnipresente.
Maàt muove e dirige l'esistenza, e Maàt ne è il più importante tesoro.
Questa profonda consapevolezza di equilibrio e di armonia diede al popolo egizio e ai suoi capi una moralità integra e cristallina, come testimoniano i primi visitatori dell'Egitto.
Questa stessa consapevolezza è alle base delle meraviglie prodotte dalla loro abilità manuale, prove inconfutabili di un bisogno di perfezione, di un gusto e di una raffinatezza che rimasero sempre ad un altissimo livello per quasi tremila anni.
Maàt nel senso più ampio della parola è la Coscienza Cosmica, la giustizia e l'ordine che hanno regnato fin dall'inizio delle cose: "Mentre i cieli dormivano [erano nello stato d'inerzia e d'incoscienza], io vivevo insieme a mia figlia Maàt, una dentro di me, l'altra attorno a me" dice il Demiurgo (Testi del Sarcofago, 1, formula 80), rivelando così il significato di una frase trovata in alcuni testi, "la doppia Maàt": la coscienza individuale e la Coscienza Cosmica.

Un testo affine inoltre dice che prima della Creazione il demiurgo Atùm desiderò che il suo cuore potesse vivere: "Nun disse ad Atùm: Inala con il respiro tua figlia MaàT, portala fino al naso affinchè IL tuo cuore possa vivere. Che non venga mai separata da te, che tua figlia Maàt possa restare con tuo figlio Shu il cui nome è la Vita".
Così anche prima della creazione il risveglio della coscienza (Maàt) dà origine al primo respiro (Shu) che proviene dalle narici del Creatore.
E' Shu che alimenta la vita, fa battere il cuore e respirare i polmoni e che, in un mito, depone l'uovo primordiale che sta alle origini del tempo.
Tutte le immagini che descrivono il primo atto creativo esprimono gli stessi due concetti di un'origine indescrivibile: Dio come Unità indivisibile o energia non polarizzata, e Dio come Creatore, energia polarizzata, Unità conscia di se stessa.
In Le Temple de l'homme (I,61), R.A. Schwaller de Lubicz conclude:
"L'Universo non è altro che Coscienza e in tutti i suoi aspetti non rivela altro che un'evoluzione della Coscienza, dalle sue origini alla sua fine, che è un ritorno alla causa".



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