MERCURIO
DA: PLANETARIO di Alfredo Cattabiani
Ermes al quale fu assimilato il Mercurio dei Romani, era figlio di Maia, una delle
Pleiadi, che lo aveva concepito con Zeus:allora ella generò un figlio dalle
molte arti, dalla mente sottile,predone, ladro di buoi, ispiratore di sogni,
vigile nella notte, che sta in agguato alle porte. (Inni Omerici IV 13-15)
Narra il mito che, appena nato, rubò ad Apollo, sui monti ombrosi della Pieria
alcune bestie che nascose in una stalla.
Ma venne presto scoperto da Febo, dal quale riuscì non soltanto a farsi perdonare
donandogli la lira, ma anche ad ottenere il caduceo in cambio della siringa;
lo splendido caduceo della prosperità e della ricchezza,
d'oro, trimembre, che ti proteggerà, rendendoti immune.
e che rende efficaci tutte le norme delle parole e delle azioni giuste…
(Inni omerici IV 529-532)
…
Successivamente sulla scia di una leggenda, il caduceo venne rappresentato con due
serpenti allacciati intorno alla verga ed i calzari(coturni) alati del dio.
Si favoleggiava che un giorno Ermes stesse scorrazzando sul monte Citerone
quando s'imbattè in due rettili che si combattevano aspramente.
Per separarli gettò fra loro la verga d'oro che gli aveva regalato Apollo
e le due serpi vi si attorcigliarono immobilizzandosi una di fronte all'altra.
Era nato il caduceo, emblema di pace e di amicizia fra i popoli.
Il suo simbolismo era tuttavia più profondo, in sintonia con il Dio: alludeva
all'armonia cosmica che nasce dall'"equilibrio fra gli opposti".
A sua volta Zeus concesse ad Ermes il privilegio d'introdurre e tutelare
il commercio fra gli uomini decretando che:
Dei fieri leoni, dei cinghiali dalle scintillanti zanne,
dei cani e di tutte le greggi che nutre l'ampia terra
e di tutto il bestiame il glorioso Ermes fosse il signore;
e fosse egli solo valido messaggero presso Ade.(Inni Omerici IV 569-572)
Un altro aspetto di Ermes era la mobilità, tipica dei pastori nomadi;
sicchè il Dio veniva adorato lungo le vie dei viandanti che lo consideravano
una guida ed una scorta.
Il suo simbolo ai margini delle strade era un mucchio di sassi, chiamato con il
suo stesso nome oppure ermaîos.
"Ermes purificava le strade, e là dove aveva purificato, gettava fuori della strada
una pietra, che serviva da segnale".
Si può dunque supporre che alla radice del fenomeno sia un rudimentale rito catartico
(congettura Filippo Cassola): il viandante gettava fuori della strada un
ciottolo come per allontanare il male.
L'abitudine di compiere il rito in luoghi determinati, provocò il sorgere dei
cumuli nei quali poi si sentì la presenza del Dio.
S'innalzava anche un'immagine ai crocicchi nella forma di un pilastro,
detto "erma" la cui parte superiore era modellata come un busto
umano dotato di organi virili molto appariscenti.
Era stato Zeus a donargli un berretto rotondo che gli riparava il capo dalla
pioggia e gli aurei calzari (coturni) alati che lo conducevano dappertutto con
la rapidità del vento.
Agli dei insegnò l'arte di accendere il fuoco facendo roteare rapidamente il
bastoncino nella fessura di un ceppo.
Aiutò le Moire a comporre l'alfabeto, inventò l'astronomia, la scala musicale,
l'arte del pugilato e della ginnastica, la bilancia, le misure di capacità
ed introdusse la coltivazione dell'olivo.
Nel racconto dell'inno omerico sono riassunte tutte le complesse funzioni
di questo Dio, che era considerato anche un protettore dei pastori come
( Kriophoros), ovvero portatore dell'ariete sulle spalle.
Ma il suo patronato consisteva non tanto nel proteggere il bestiame, compito
di Apollo, quanto nel moltiplicarlo.
Una delle sue caratteristiche era l'imprevedibilità: veniva incontro
al viandante quando meno se lo aspettava.
Non casualmente il colpo di fortuna o il guadagno inattesi si diceva
ermaîon.
Il Dio che concedeva la fortuna era il protettore contro ogni sorta di pericoli,
sicchè lo si venerava anche davanti alle porte delle case e delle città.
La sua funzione di accompagnatore per le strade si esplicava anche in quella
di guida alle anime dei morti verso gli Inferi sicchè lo si definì
"psicopompo" ( accompagnatore delle anime dei defunti).
Fu Ade a volerlo come suo araldo perché facilitasse il trapasso dei morenti
appoggiando delicatamente il caduceo sui loro occhi.
Ermes non conduceva soltanto agli Inferi, ma anche fuori di essi.
Virgilio poneva sullo stesso piano la presenza di Ermes sia nel momento della
"discesa" sia in quello della "salita" dal mondo dei morti.
Siccome si distingueva tra gli altri dei "per la mente acuta", era
maestro di astuzia ai mortali ma anche ispiratore di abilità e di
ingegno inventivo, sicchè lo si considerava contemporaneamente il protettore
dei furfanti e dei commercianti secondo l'ironica associazione dell'inno
omerico, quando Apollo, rivolgendosi ad Ermes dopo il furto delle
vacche afferma:
figlio di Maia astuto messaggero, io temo
che tu abbia a rubarmi insieme cetra ed arco ricurvo;
tu infatti hai ottenuto da Zeus il privilegio d'introdurre
fra gli uomini il commercio…..
D'altra parte la mercatura era nell'antichità un'attività avventurosa e
pericolosa: durante i viaggi per terra e per mare si rischiava non
soltanto il capitale ma persino la vita.
I mercanti lo avevano scelto perciò come protettore perché vegliasse sui
loro viaggi e propiziasse il guadagno improvviso e la fortuna.
Era anche un mago; grazie alla bacchetta magica aveva la facoltà di
addormentare e ridestare gli uomini (Iliade ed Odissea).
"La forma della sua bacchetta" osserva Cassola "ha subito un'evoluzione.
In origine si trattava di una semplice verga, ora lunga come
il bastone del pellegrino ed il vincastro del pastore, ora corta come
le bacchette dei maghi e delle fate nell'iconografia moderna; perciò Ermes
è chiamato chrysórrapis, "dalla bacchetta d'oro".
Talvolta il bastone è biforcuto; e da questo tipo intermedio nasce, nel
sesto secolo, il classico caduceo (kerykéon, da kéryx, araldo)
le cui diramazioni, formando due volute, si ricongiungono , e s'intrecciano
fra di loro.
Ma la varietà delle forme non deve far dimenticare che si tratta sempre
e soltanto di un unico oggetto, che è nello stesso tempo il vincastro del
pastore, la bacchetta del mago e lo scettro dell'araldo".
La funzione più importante di Ermes era quella di messaggero degli dei,
cioè di intermediario tra il manifestato ed il non manifestato.
Era colui che portava il soffio creatore che anima tutte le cose,
il soffio dell'ispirazione in tutte le sue forme, quello che permette
agli uomini di comunicare tra loro.
Lo si potrebbe simboleggiare in scintillanti globi di argento vivo.
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da INTERNET DI Alfredo Cattabiani:
Chi protegge i cibernauti
e vigila su Internet?
Ermes o Mercurio, ovviamente
Nel mondo greco ogni sfera delle attività umane era posta sotto la tutela
di una divinità.
A una di esse sarebbe spettata la difesa della rete.
Tanti anni fa, durante uno dei miei periodici attacchi di volgofobia, feci
un sogno o forse fu un incubo: mi trovavo in cima a una montagna, in una casa
isolata fra la neve, chiuso in una stanza simile a una cabina spaziale,
dove manovravo decine di strumenti che mi permettevano non soltanto di scrivere
ma d'inviare istantaneamente i miei scritti, di riceverne altri,
di entrare nelle biblioteche per sfogliare elettronicamente libri e nelle
redazioni dei quotidiani per scorrerne rapidamente le pagine: senza dover subire
presenze nocive per l'igiene mentale.
Era l'epoca dei primi grandi ordinatori, quando ancora non esistevano quelli
personali e nemmeno i fax, e la rete era ancora uno strumento di una potenza
imperiale per ordire trame di guerra o di pace, secondo il punto di vista.
Quel sogno tornò monotamente per notti e notti, come succede a chi tenta fughe
disperate dalla realtà quotidiana immaginando ad esempio di uscire faticosamente
da una stanza con sfinite ali di cigno.
Non vi attribuivo molta importanza, pensavo fossero utopie o fors'anche progetti
che si sarebbero compiuti chissà quando, certamente dopo la mia morte; anche
se mia madre, allora ottantenne, alla quale avevo raccontato il sogno,
non era così pessimista.
Lei aveva visto in pochi decenni nascere l'automobile, l'aereo, la radio,
la televisione, diffondersi elettricità e telefono, scoprire l'energia nucleare
e salire fin sulla Luna.
"A Ermes - mi disse enigmaticamente - tutto è possibile.
Anzi è stato proprio lui a indicarti una via.
La montagna è soltanto una metafora".
Perché mia madre aveva evocato Ermes?
Forse pensando al suo notturno domicilio celeste nel segno dei Gemelli che
mi apparteneva?
Ma quale rapporto potevano mai avere tutti quei macchinari con la mia vocazione
di scrittore di là dal desiderio ossessivo di sfuggire all'abbraccio del volgo?
E se Ermes era il patrono dei nati all'insegna della duplicità ricomposta
nell'unità del caduceo, come lo si poteva coniugare con Apollo?
Come armonizzare la contemplazione con la scrittura e con il suo indispensabile
commercio?
Quasi in una serie di rapide sequenze cinematografiche il "figlio di Ermes" si
ritrovò molti anni dopo in una stanza non più avveniristica, ma coronata di
travi di quercia e arredata con familiari mobili di legno dove le macchine,
ormai minuscole rispetto a quelle delle origini, occhieggiavano discretamente
sotto mensole o sopra qualche tavolo, confuse persino fra pile di libri.
La montagna si era trasformata in un quartiere medievale mentre i fili
della comunicazione erano miracolosamente collegati col mondo: su uno schermo
apparivano i libri di una biblioteca americana che si potevano evocare con pochi
tasti analoghi a quelli di un'antica macchina da scrivere.
Dallo stesso schermo partivano o giungevano messaggi e informazioni, si ascoltava
la radio, approdavano i notiziari televisivi, si vendevano e acquistavano
persino prodotti di ogni genere.
Tutto giungeva nella bottega elettronica secondo la ermetica via della
comunicazione; ma bastava un tasto per impedire che il flusso, se sgradito,
potesse sconsacrare la casa.
L'Apollo interiore aveva saputo dominare l'Ermes "dalle molte arti, dalla mente
sottile, / predone, ladro di buoi, ispiratore di sogni, / vigile nella notte,
che sta in agguato alle porte", come lo cantava l'inno omerico. (1)
Il mito narrava che, appena nato dalla pleiade Maia e da Zeus, Ermes aveva rubato
sui monti ombrosi della Pieira alcune bestie di Apollo per poi nasconderle
in una stalla.
Scoperto da Febo, era riuscito non soltanto a farsi perdonare donandogli la
lira ma anche a ottenere in cambio della siringa la sua magica verga d'oro(2),
successivamente rappresentata con due serpenti allacciati attorno a essa
sulla scia di una leggenda dove si favoleggiava che un giorno Ermes stava
scorrazzando sul monte Citerone quando s'imbattè in due rettili che si
combattevano aspramente.
Per separarli gettò fra di loro la verga d'oro che gli aveva regalato Apollo:
le due serpi vi si attorcigliarono immobilizzandosi l'una di fronte all'altra.
Era nato l'emblema di pace e di amicizia fra i popoli; ma, a un livello più profondo,
dell'armonia cosmica che scaturisce dall'equilibrio degli opposti.
A sua volta Zeus gli aveva concesso il privilegio d'introdurre e tutelare il
commercio fra gli uomini e di proteggere i viaggiatori sulle strade.
Ed era stato lo stesso sovrano degli dei a donargli un berretto rotondo che gli
riparava il capo dalla pioggia insieme con gli aurei calzari(coturni) alati capaci
di condurlo dappertutto con la rapidità del vento.
Grazie a quella prodigiosa mobilità era venerato lungo le strade dai viandanti
che lo consideravano una guida e una scorta.
Il suo simbolo ai margini delle strade era un mucchio di sassi, chiamato con il
suo stesso nome oppure ermaîos.
Spiegava lo scoliaste omerico: "Ermes purificava le strade, e là dove aveva
purificato, gettava fuori della strada una pietra, che serviva da segnale"(3).
"Si può dunque supporre - congettura Filippo Cassola nella sua introduzione agli
Inni omerici - che alla radice del fenomeno sia un rudimentale rito catartico:
il viandante gettava fuori della strada un ciottolo come per allontanare
il male.
L'abitudine di compiere il rito in luoghi determinati provocò il sorgere dei
cumuli nei quali poi si sentì la presenza del dio"(4).
S'innalzava anche una sua immagine ai crocicchi nelle forma di un pilastro,
detto erma, la cui parte superiore era modellata come un busto umano
dotato di organi virili molto appariscenti.
Ermes era anche imprevedibile poiché compariva inaspettatamente.
Non casualmente il colpo di fortuna o il guadagno inatteso si diceva ermaîon.
Siccome si distingueva fra gli altri dei "per la mente acuta", era maestro
di astuzia ai mortali ma anche ispiratore di abilità e di ingegno inventivo:
sicché lo si considerava contemporaneamente il protettore dei furfanti e dei
mercanti secondo l'ironica associazione dell'inno omerico, dove Apollo,
rivolgendosi a Ermes dopo il furto delle vacche, affermava: "Figlio di Maia,
astuto messaggero, io temo / che tu abbia a rubarmi insieme cetra e arco ricurvo;
/ tu infatti hai ottenuto da Zeus il privilegio d'introdurre / fra gli uomini
il commercio..."(5).
Ma che mai può significare questo apparentemente frivolo gioco mitologico per
l'uomo del nostro tempo, per di più di cultura cristiana?
Ogni dio pagano, spiegava il cardinal Nicolò Cusano nel De docta ignorantia,
altro non era che la esplicazione del Dio unico nelle sue varie relazioni
con le creature:
"Lo chiamavano Giove per la sua mirabile bontà;
Saturno per la profondità dei suoi pensieri e per le scoperte nel campo delle
cose necessarie ai bisogni della vita;
Marte per le vittorie in guerra;
Mercurio per la prudenza nel dare consigli;
Venere per l'amore che è forza conservatrice della natura;
il Sole perché datore di forza ai moti naturali;
la Luna per la conservazione degli umori cui si alimenta la vita;
Amore per l'unità dei due sessi, per cui lo chiamarono anche Natura
in quanto conserva le specie delle cose mediante la duplicità del sesso.(...)
Ciascuno di essi sta al nome proprio e ineffabile come il finito sta
all'infinito"(6).
A ogni dio apparteneva dunque una sfera delle attività umane.
Ermes, che il benevolo e irenico cardinale di Santa Romana Chiesa aveva
ridotto al ruolo di consigliere di prudenza, era colui che sovrintendeva
alle comunicazioni e agli scambi ma anche alle truffe, come ci raccontano
i mitografi.
Sicché la favola antica poteva essere letta come una metaforica profezia del
mondo mercuriale contemporaneo, quel mondo dell'intercomunicazione
non diverso sostanzialmente dall'antico se non per la rapidità preternaturale
dello scambio: virtuale ribalta sulla quale ogni attore assume volti
o funzioni diverse secondo la parte che decide di recitare o crede di avere
liberamente scelto in un sottilissimo gioco ermetico dove trionfa chi sa
di volta in volta liberarsi dai lacci tesi da abili tessitori.
Questo accumularsi di interconnessioni è infatti una paradossale scena dove
la Vulgata universale si rivela per chi sa "vedere" come una recita di abili
pedagoghi intenti a educare coloro che devono adempiere alla socialmente
utile funzione di produttori-consumatori eterodiretti.
Dietro la scena i liberi viandanti del futuro seguono invece tracciati sconosciuti
ai più, passando spesso per cammini impervi che percorrono creste di montagne,
superano selve, attraversano oceani.
Qui appare loro Ermes guidandoli su rotte virtuali impreviste,
preservandoli dalle tempeste magnetiche, insegnando a destreggiarsi
nel difficile equilibrio che segna lo stretto passaggio fra due burroni.
La immensa, incommensurabile piazza elettronica, che giunge ora sullo schermo
del mio ordinatore mentre la campanella delle clarisse confinanti con l'orto
di casa segna l'ora della preghiera e della contemplazione,
si estende nel cielo della rete dove vince ermeticamente chi vi si aggira
con circospezione, evitando i tranelli dei mercanti più abili,
sfuggendo con mercuriali ali ai suadenti vampiri che frequentano i luoghi
dove si affolla il volgo destinato alla consueta ipnosi: egli cerca ostinatamente
dietro i chioschi appariscenti l'umile, quasi nascosto banchetto di
un venditore di tappeti sapienzali dove potrà ottenere finalmente
l'agognato scambio riannodando i fili d'oro di quel patrimonio che il dio,
finalmente pacificato con Apollo, avrà offerto in quelle sembianze
all'accorto suo discepolo.
Note
1 Inni omerici, IV, A Ermes, 13-15, ed. a cura di Filippo Cassola, Milano, 1975.
2 Ibidem, 529-532.
3 Anneo Cornuto, 16.
4 Inni omerici, op. cit., pagg 154-155.
5 Ibidem, 514-517.
6 Cusano, De docta ignorantia, XXV, 83-84.
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