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AFRICA SOUND


Padre Catta suona la korà

L'abbazia di Keur Moussa



Il canto gregoriano: una reliquia da museo o una tradizione viva che ha ancora qualcosa da insegnare? Mentre in Occidente ci si interroga sulla necessità di un rinnovamento del canto liturgico, un benedettino di Solesmes trapiantato in Senegal ha trovato "la chiave" per nuove sonorità, unendo il patrimonio monastico ai suoni delle culture africane. Grazie a uno strumento d'eccezione: la korà.

Padre Dominique Catta è un figlio dell'Europa, ma a 74 anni ormai si sente adottato dall'Africa. Quest'uomo mite e gentile, fasciato da un saio grigio, per anni ha educato la sua voce alle solenni ed antiche note del canto gregoriano. Ma non si è accontentato di cantare in coro nella penombra di qualche abbazia.
Padre Dominique ha voluto imparare cose nuove, nuovi modi di cantare Dio. Ha imparato in Africa, dove è divenuto un maestro nel pizzicare le corde del korà, uno degli strumenti tradizionali della musica africana. E oggi, mentre tiene appoggiato sulle ginocchia questo ingombrante ed affascinante strumento, padre Dominique accarezza le corde e modula con la voce una litania gregoriana.

Nato a Nantes, in Normandia, padre Dominique è di origine còrsa da parte del padre. All'età di vent'anni entra come novizio nella celebre abbazia benedettina di Solesmes, nei dintorni di Le Mans. Fondata nel 1010, l'abbazia ha sempre legato la sua storia allo studio e alla pratica del canto gregoriano. "Io ero il segretario del maestro del coro, dom Grajard", ricorda padre Dominique, "e partecipavo con impegno alle attività del coro. La preparazione era molto seria e ogni anno incidevamo dischi di gregoriano".

La tranquilla vita di padre Dominique all'abbazia di Solesmes, scandita dalla preghiere, dal lavoro, dai canti, dura diciassette anni, poi nel 1963 arriva una svolta.
"Sono gli anni del Concilio", spiega padre Catta, "e i benedettini recepirono subito l'invito dei Padri conciliari a favorire l'inculturazione, cioè l'adattamento della fede cattolica alle diverse realtà locali. Così i superiori chiesero a me e ad altri otto monaci di trasferirci in Senegal, per fondare un monastero contemplativo in un ambiente musulmano".Il luogo scelto dai monaci dista dalla capitale Dakar una cinquantina di chilometri e si chiama Keur Moussa, che nella lingua locale significa "la casa di Mosè". "Il mandato ricevuto dai miei superiori", precisa padre Catta, "fu molto chiaro: apriti alla cultura locale, ascolta i canti e i ritmi dell'Africa. Pur avendo studiato il gregoriano non potevo certo sostenere, a 37 anni, di essere un esperto musicologo, perciò ero pieno di dubbi, ma decisi di affidarmi alla Provvidenza".
Per Padre Dominique La Provvidenza si manifestò molto presto, con un mezzo moderno: la radio. "La radio senegalese", racconta, "faceva precedere il notiziario da uno stacco musicale che fin dall'inizio sedusse la mia sensibilità grazie alla scioltezza e alla fluidità di quelle note che parevano sprigionate da un'arpa, forse da una chitarra. Ma non era né un'arpa e neppure una chitarra, era la korà". In effetti la korà si presenta come un incrocio tra un'arpa e una chitarra (o un liuto). Il suono è simile a quello dell'arpa, ma la tecnica di suono sembra quella di un chitarrista di flamenco.

Strumento musicale tipico dell'Africa occidentale, la korà si presenta con una grande cassa armonica (tradizionalmente ricavata da una zucca) nella quale è infisso un manico di bastone; da questo partono una ventina di corde che si inseriscono nelle tacche di un grosso ponticello perpendicolare al piano armonico.

Padre Catta prosegue il racconto del suo primo incontro con la korà: "Colpito da quel suono, al convento ci siamo procurati una korà e abbiamo chiesto di far venire un cantastorie dell'etnia mandinga, un griot, o meglio un jëli.

Quel cantastorie, pur non essendo un virtuoso della korà, seppe subito catturare il nostro entusiasmo. Abbiamo studiato a lungo la sua tecnica e quindi gli abbiamo chiesto di accompagnare con la sua musica un salmo, che noi avremmo cantato in latino secondo lo stile gregoriano".
Padre Catta conserva ancora le registrazioni di quei giorni e ce le fa riascoltare quasi commosso. Mentre la musica e le voci rivivono in un gracchiante registratore, ci dice: "Ecco che uno strumento di origine pagana è subito diventato uno strumento di accompagnamento della nostra antichissima liturgia latina. Ecco l'inculturazione!"

Nel giro di pochi mesi a Keur Moussa il suono della korà accompagna regolarmente il canto dei monaci. "Io e i miei confratelli abbiamo chiesto al griot di insegnarci a suonare lo strumento, così dopo poco tempo noi stessi abbiamo potuto accompagnare la liturgia.

Certamente passare dai canti di Solesmes al ritmo spesso sincopato e complesso del repertorio locale africano non è stato facile, ma alla fine direi che abbiamo saputo fare buon uso del ritmo che ci dona l'Africa.

Oggi, dopo un trentennio di lavoro, abbiamo realizzato decine di accompagnamenti validi per ogni momento della liturgia e dell'anno liturgico. La musica della korà accompagna i salmi, l'Avvento, la Quaresima, il Natale….E la korà riesce ad adattarsi a tutte le necessità della liturgia".

Con gli anni, studiando a fondo le musiche e i canti della tradizione senegalese, padre Catta è anche riuscito a scoprire delle affinità insospettate tra la cultura musicale locale e il gregoriano. "Un giorno", racconta, "cercavo una melodia per accompagnare il rito dei defunti e rimasi colpito nel ritrovare in un canto tradizionale la stessa atmosfera dell'introitus del Requiem.

Oggi i monaci di Keur Moussa sono diventati così bravi che la korà non si limitano a suonarla.
"Nel 1972 creammo nel monastero un piccolo laboratorio" racconta padre Catta, "e abbiamo cominciato a costruire la korà. Ora ogni anno produciamo circa cinquanta strumenti. Alcune parti dobbiamo importarle dal Giappone, ma la costruzione la facciamo tutta noi e non è così facile. Infatti la korà è uno strumento complesso e delicato, sensibile all'umidità e alla temperatura". Come già avveniva e avviene a Solesmes, i monaci di Keur Moussa producono dischi e audiocassette che vengono distribuiti soprattutto sul mercato francese.

La realtà di Keur Moussa è cresciuta. Cinque dei nove monaci fondatori sono ancora sul posto e a loro se ne sono aggiunti molti altri.
Oggi a Keur Moussa abitano quaranta monaci, due terzi dei quali sono senegalesi, alcuni molto giovani. Attorno all'abbazia, che nel 1963 era circondata dal deserto, ora ci sono quindici ettari di terreno irrigato e coltivato. Inoltre, ci sono una scuola primaria per circa centocinquanta bambini senegalesi, un dispensario di medicinali gestito dalle oblate benedettine, un ufficio della Caritas che aiuta 450 famiglie sparse in quindici villaggi, una piccola scuola di agricoltura che ogni due anni forma una dozzina di giovani tecnici agricoli, un laboratorio caseario che trasforma il latte di capra in saporiti formaggi.

Alla popolazione musulmana che lo abita vicino i monaci offrono la loro testimonianza di preghiera e di carità. "Le relazioni tra noi e loro sono buone", dice Padre Catta, "anche se non si può dire che ci sia un vero dialogo ecumenico. Di sicuro sono stati superati i sospetti dei primi tempi. Ricordo che nei primi giorni della nostra presenza a Keur Moussa un anziano del villaggio venne a chiederci sospettoso che cosa eravamo venuti a fare. Gli rispondemmo che eravamo lì per Dio. Un mattino, all'Ufficio delle 5, lo vedemmo presentarsi in chiesa. Ci osservò durante la nostra preghiera, poi tornò al villaggio e rassicurò gli altri con delle parole bellissime che non abbiamo dimenticato: "Dio è là".

 


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