
GLI OROLOGI: la misura e il tempo
Il sorriso di Dorothee Von Windheim
Un pezzo di muro anonimo, quotidiano, senza alcun valore dentro la cornice.
Strappato secondo la tecnica usata per conservare gli affreschi
di pregio storico e artistico.
Incomprensibile il senso di quella operazione.
Il motivo per cui un pezzo di muro qualsiasi potesse essere assurto
ad opera d'arte.
Muro su muro.
Un sorriso. Apre un mondo in cui i muri sanno più di quanto gli
uomini possano comprendere.
E' negli occhi di Dorothee von Windheim.
"Tessi, tessitore del vento"
Lei parla di Joyce:
"Se Pirro non fosse caduto ad Argo per mano di una vecchiaccia,
o Giulio Cesare non fosse stato ucciso a coltellate.
Cose che non si possono abolire col pensiero.
Il tempo li ha segnati col suo marchio, e in ceppi dimorano
nel luogo delle infinite possibilità che esse hanno estromesso".
La sapienza di questo muro le ha iscritte dentro di sé, negandole all'oblìo
della storia, lasciando ad essa di celebrarne solo alcune.
Queste infinite possibilità che non furono mai permettono al silenzio
di questo pezzo di muro di continuare a parlare il tempo senza storia.
Dorothee von Windheim tacque.
"Il silenzio parla? E come devo fare per ascoltare le parole della sua voce ?"
Sorrise e si girò a parlare con un'altra persona.
Il sorriso con cui mi congedò, si celò in me.
Affiorò quando mi domandarono di scrivere un libro sulla storia
della banda dello Zocco. (4)
Ogni qualvolta, interpellando i musicanti, i soci e i sostenitori,
costruivo la storia di ciò che avvenne, l'ironia di quel sorriso,
subito mi disagiava.
Camminando lungo la muraglia di un brolo, indeciso, meditando
la storia che stavo scrivendo, la stanchezza mi appoggiò ad essa.
Mi persi.
Sasso tra i sassi, il sorriso di Dorothee von Windheim.
Finalmente.
Sentivo il silenzio di quella muraglia, il silenzio di tutti i muri parlarmi.
"Le cose parlano la dove non si ascoltano".
L'orologio solare
Sorridono nel ricordare il momento della loro creazione.
L'uomo, il centro dell'universo, non aveva compreso quanto con
le mani aveva inventato.
Le mani erano riuscite a trasformare in piccole rotazioni meccaniche
di uguale ampiezza i tanti piccoli intervalli uguali in cui aveva
suddiviso arbitrariamente il tempo.
La mente invece le utilizzò per trasformare la notte in giorno.
Da questa combinazione tra il quadrante e i meccanismi nacque l'orologio
astrologico.
Alla segnatura delle ore venne affiancata la corona delle
costellazioni, quella delle fasi lunari, il disco che
periodizzava le molteplici attività umane.
La meridiana fu abolita.
L'orologio astrologico fondava con più certezza la finzione
di cui l'uomo aveva bisogno: la rappresentazione di essere
il centro di un universo.
Queste macchine, invece, non capivano perché l'uomo non riuscisse
a comprendere le implicazioni di questa novità tecnologica,
affidata loro dall'uomo stesso e, invece, si accontentasse
di utilizzarle per perfezionare un sapere acquisito.
Avevano creduto che l'uomo le avesse create per rendere più
rigorosa la misurazione.
Invece, dovettero ammettere che un altro desiderio aveva spinto
l'uomo ad inventarle.
Al reperimento del quale, però, l'uomo non si sforzava anzi vi si sottraeva.
Dimesse, manomesse, lo guardarono attonite colmare il ritardo della
mente rispetto alla tecnica , piuttosto di considerare
quell'inciampo una possibilità di andare fino in fondo a se stesso.
Anzi lo videro scostarsi inorridito quando fu quel desiderio a
volerlo incontrare.
Fu tale il terrore che subito comprese la stupidità con cui aveva agito
applicando i meccanismi al quadrante dell'orologio astrologico:
potevano misurare la misura del tempo indipendentemente dal sole,
dalla luna, dalle costellazioni.
Abolì la corona del sole, quella delle costellazioni, delle fasi lunari
e delle attività umane legate ad esse.
Si mise alla ricerca di una misura che fosse fondata su se stessa,
che non pretendesse di fondarsi su qualcosa di esterno da sé.
Questa la individuò nel calcolo numerico.
Ogni oscillazione del pendolo poteva essere fatta corrispondere ad un numero.
L'orologio moderno
Nacque l'orologio moderno, dalle ferite, dalle manomissioni subite
dal quadrante astrologico.
Sparite le corone de sole e della luna, nonostante il permanere
nell'universo delle stagioni, la durata delle ore venne uniformata.
Anche la divisione del giorno fu trasformata.
Non più la giornata misurata secondo i criteri dettati dai Romani:
dodici numeri bastavano per annientare la differenza tra notte e giorno.
L'orologio moderno non cerca la propria datazione fuori di se' e non gli
viene più attribuita alcuna significatività a partire dal mondo
interpretato dall'uomo.
Mentre loro, le macchine, sentivano che chi le guardava attraverso
il quadrante, per sapere a quale punto fosse il giorno, pretendeva
che loro stesse, e non il sole, rispondessero alla precisa
domanda: che ora è.
Insieme al giorno ed alla notte, anche il passato
ed il futuro sono aboliti.
Tolta la corona delle fasi lunari, ognuna delle quali corrispondeva
ad una precisa attività umana - la semina, il raccolto - l'uomo
non riferiva più l'ora ne' a ciò che aveva fatto, ne' a quanto
doveva fare.
L'uomo chiedeva il presente, l'ora, purchè liberata dalla
connessione con il passato ed il futuro.
Nella sua mente il tempo divenne il presente: una successione
di ora, ora, ora, una molteplicità d'intervalli identici.
Sul loro quadrante rimase soltanto la numerazione.
Il tempo per la misura divenne un concetto astratto, senza una
corrispondenza di significato nel mondo interpretato.
La numerazione, divenuta l'unità di misura, estesa la propria
infinità all'orologio meccanico, permettendo all'uomo di rappresentare
il tempo da lui prodotto come fosse una linea immaginaria,
della quale era impossibile scorgere ne' l'inizio ne' la fine.
L'uomo suppose che l'orologio moderno fosse una macchina
produttrice d'infinito.
Il desiderio di allontanare la morte
Ma perché tanto accanimento dell'uomo verso se stesso, in modo
da potersi illudere di avere il tempo a propria disposizione,
di possederne una quantità infinita, da pretenderne e
prenderne a piacimento?
Queste macchine ebbero il sospetto, che il bisogno dell'uomo di
sentirsi padrone del tempo, coprisse quel desiderio che rivoluzionò
l'orologio da astrologico a moderno, e dal quale l'uomo si sottrasse
atterrito quando gli venne incontro: il desiderio di allontanare la morte.
Da questo desiderio il bisogno dell'uomo di numerare il tempo,
di credere nella sua infinita disponibilità, di avere sempre del tempo
prima di morire, nascondendo in tal modo la sua aspirazione
di poter morire senza conoscere la morte.
Ovvero di trovarsela faccia a faccia soltanto nell'ultimo momento,
impedendosi così di provare l'angoscia, il dolore, il niente
e la vergogna del finito.
Ebbero la certezza di quel sospetto quando l'uomo le scaraventò
giù dalle torri, dai campanili, da tutti gli edifici pubblici
in cui erano state collocate, facendo loro subire la stessa fine delle
corone dell'orologio astrologico.
Furono piazzati sulle sommità di alcuni edifici privati
gli orologi a quarzo, dal meccanismo quasi invisibile e dal
quadrante nero, dentro il quale dei cristalli liquidi pulsano
la luminosa segnatura battendo il secondo.
L'orologio al quarzo
Dimesse, manomesse, dimesse, capirono la ragione della loro fine.
Ogni volta che il desiderio della morte obliava l'oblìo e alcuni
frammenti avevano acceso alla luce, l'uomo per nasconderli inventava
meccanismi sempre più sofisticati e perfetti, in grado
di procurargli un'apparente ed infinita quantità di tempo.
La segnatura sul quadrante dell'orologio a quarzo batte il presente
secondo dopo secondo , e non ora dopo ora come negli orologi
moderni, perché l'uomo si stordisca di prove evidenti
del suo esistere in quel secondo, nel secondo successivo
e così all'infinito.
La sua felice illusione è di vivere sempre nel presente in un concetto
di tempo che immancabilmente gli sfugge.
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