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UGHI, LA MAGIA TRASFIGURATA DI BRAHMS
Applausi al Festival per lo straordinario concerto del violinista con la
Norrkoping Symphony Orkestra
Piena di energia la direzione di Lu Jia per una serata davvero memorabile
di Giacomo Fornari:
L'attesa non è andata delusa. Per il pubblico che si è recato al Grande ad ascoltare
Uto Ughi, quello di ieri sera è stato più che un concerto: una vera e propria rivelazione sonora.
Un'esperienza unica che ha donato ai presenti la magìa di un concerto i cui segni
resteranno ancora a lungo negli annali del Fesrival pianistico internazionale "Arturo Benedetti Michelangeli".
Per gli amanti di Brahms alla Giulini, quello tutto poesia ed ammiccamenti languidi e
malinconici, la Quarta secondo Lu Jia, con la quale è iniziata la serata, potrebbe avere
lasciato un po' di amaro in bocca.
Lui, forte di una tecnica e di una padronanza orchestrale
poderose, ha fatto del diafano mi minore dell'op. 98 un campo di battaglia eroico, affermativo
di un titanismo romantico e di uno scintillante quasi esasperato.
Ma a guardare tra le righe, ciò che è emersa è stata la grande energia del direttore di
Shanghai che, tra l'altro, ha conosciuto i suoi primi successi proprio qui da noi, in Italia.
Coerente fino al paradosso, il giovane musicista ha disegnato quadri di grandi dimensioni, veri
e propri arazzi curati fino al dettaglio.
La splendida Norrkoping Symphony, forte di quel nitore nordico a noi lontano e così carico di pathos,
ha poi fatto il resto.
Suono perfettamente amalgamato, gusto per la concertazione quasi cameristica, hanno ricamato
molte parti di una serata nella quale l'attesa sembrava crescere di momento in momento.
Che un concerto dove c'è Uto Ughi sia un concerto diverso lo si vede prima, dopo e durante.
Prima, quando molti appassionati - la parola fans non mi sembra sbagliata -sono pronti a tutto
pur di trovare un biglietto o qualsiasi buco a teatro.
Dopo, per lo scroscio di applausi e quella tensione concentrata che pervade un ascolto molto più attento
del solito.
Il durante, invece, appartiene a questa cronaca che inizia dal bis.
Da quello strepitoso Bach tagliato su tinte delicate, in cui ogni nota, ogni arcata è un tassello
che scompone e ricompone la partitura in un ordine di idee che non sembrano appartenere a
questo mondo.
Proprio qui la magìa di Uto Ughi, ieri in forma strabiliante. La magia che fa del suono non il
fine, ma il mezzo della musica, della grande musica.
L'arte di Uto Ughi non è una mera espressione di virtuosismo. E' semmai un racconto, o meglio
una poesia che sembra venire dal di dentro.
E' un qualche cosa che per amare non si puo' descrivere.
Bisogna avere provato l'esperienza.
Forse proprio per questo il concerto op. 77 di Johannes Brahms si attaglia perfettamente
alla cifra del violinista italiano.
Poesia, suono, colore, brillantezza e mistero segnano le maglie sottili di questo
straordinario capolavoro.
Le tirate improvvise, quei sussurri a mezzo arco, impennate di intensità timbrica, la
coerenza sonora ed il colore hanno donato sin dai primi momenti vere e proprie
carezze all'anima.
Cosi' facendo, Ughi ha condotto ciascuno in un viaggio verso un'esperienza
mistica che capita di rado di essere vissuta.
Magìa della musica.
Magìa del violino.
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