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IL VIRTUOSISMO SI FA CANTO


"Da Il Secolo XIX di Claudio Tempo" di mercoledì 24 maggio 2000


Uto Ughi alla ribalta e il pienone è immancabilmente trionfale. C'è poco da discutere in merito, poiché ci si trova di fronte a un fenomeno "affettivo" che porta decisamente al di là del caso artistico, per quanto rilevante esso sia, e che indica l'agire di un carisma comunicativo al quale il pubblico genovese ( e non solo quello genovese del resto) soggiace con slancio particolare, alfine persino pregiudiziale.
Sicchè, lo si può ben dire, la stagione concertistica della GOG si è chiusa, lunedì sera al Carlo Felice in un clima di piena festosità. elevata ovviamente di tono sul versante dell'ufficialità dalla presenza del Presidente della Repubblica (che poi, del suo, è un Presidente della Repubblica in ogni occasione applaudito con particolare e calorosa spontaneità) e dei relativi corredi.
Nel passare dalla doverosa (e simpatica) registrazione di un tale clima alla considerazione del fatto concertistico in sé, par quasi di andare "fuori tema".
Poiché, ad esempio, ci sembra di dover introdurre alcuni distinguo che di fatto il calore della serata ha ampiamente travolto nell'iterarsi delle ovazioni.
Comunque, non si tratta affatto di guastare una festa se si rileva che, a parer nostro, nella seconda parte del concerto, Uto Ughi è andato "oltre se stesso", acquisendo all'imperiosità virtuosistica del tratto violinistico sin lì perentoriamente affermata, quasi elevata a ragione totalizzante dell'intenzione espositiva, una dimensione "espressiva" assai più ricca di affidamenti interiorizzati, forse non radicalmente pervasa dalle respiranti ragioni di un fraseggio rigorosamente emozionato, ma doviziosa di illuminanti (ed esecutivamente impeccabili) visioni poetiche.
Nel "Grave" della Seconda Sonata di Bach, ad esempio, Uto Ughi ha conferito alla nitidezza dell'articolazione polifonica e all'intensità dell'arco espositivo un destino d sublime trasfigurazione in etereità luminosa, e la tenuità del suono, la "timbratura" del dire, si è fatta assorta magìa.
Così nell'"Andante"si è stati conquistati da una contabilità in egual misura penetrante e rarefatta, intrisa di evocative lontananze che il pulsare quasi "indifferente" del basso ha reso, per così dire, onirica, con approdi in una devozione all'argenteità di pianissimi da trattenere il respiro.
E gemme di vibrante delicatezza - tra cesellazione e "virtuosismo timbrico" si sono inanellate anche nei tre Capricci di Paganini ( il n. 11 in do minore, il n. 20 in mi bemolle e l'immancabile n. 24 in la minore) che Ughi ha scelto, dopo averne eseguito un'altra terna nella prima parte, per chiudere il Concerto.
Votati al canto i primi due, ancorché racchiudenti nuclei di motilità "furettistica" e vertiginosa, e proprio il senso del canto ha fisionomizzato il porgere di Ughi, schiudendo nuances del sentire per noi assai più ricche che non le pur mirabolanti puntualità tecniche.
Ora: di tutto ciò che si è detto la prima parte del concerto è stata viceversa, piuttosto avara. Una sorta di frettolosità "schiacciante", di esultanza rotolante, di scatto prosciugato quanto ad incidenza effettistica, di eloquio dal respiro rappreso, di blocchi motori che non si sono tradotti in animazione, di logiche ritmiche "approssimate" senza precise intenzionalità espressive, e così via: ecco allora che la probità articolativi e la "bellezza" del suono sono rimaste al di qua dell'incidenza emozionale, pur, ovviamente, rivelandosi ancorché, per così dire, di scorcio.
Sia nella Seconda Partita di Bach ("Ciaccona" compresa), sia nei Capricci (n.1, 9 e 13).
Ma occorre anche sottolineare che Uto Ughi ha imbracciato il "Cannone" che fu di Paganini, cioè si è trovato a tu per tu con uno strumento non solo "non suo" ma dalle caratteristiche molto particolari - e ciò può aver determinato nervosismi esecutivi di non poco conto.
Dominati - giusto - con il trascorrere dei brani in programma.
Fino al clamore di applausi splendidamente dovuti.


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