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UGHI SUPERA SE STESSO IN PAGANINI
"Da IL PICCOLO DI TRIESTE " del 14.11.2001
TRIESTE - Non c'è scampo: quando Uto Ughi chiama, il
pubblico risponde e il tutto esaurito è il riflesso condizionato.
D'accordo che la serata al Politeama Rossetti era di per sé una festa, un'apertura
di stagione, e questa della Società dei Concerti è la settantesima;
d'accordo sulla complicità che si instaura fra gli appassionati di musica
anche senza conoscersi;
d'accordo sul ritorno a ranghi compatti in un teatro appena restaurato,
seppur rinfrescato da colori che sembrano inneggiare al cattivo gusto.
D'accordo su tutto, resta il fatto che con il Nostro l'atmosfera è febbrile
come l'attesa, che la tensione si taglia a fette e lascia il segno.
Sulla straordinaria popolarità di Ughi non si può ironizzare, né si possono
liquidare le sue apparizioni con un "è sempre la stessa cosa".
Cento esecuzioni sono cento sensazioni diverse, una più intensa dell'altra.
Il fenomeno va semmai assecondato per spiegare le consacrazioni in genere,
quel fluido misterioso che sbrigativamente chiamiamo carisma.
Nel caso specifico di un esecutore, non basta possedere doti innate,
rincorrere nuove soluzioni interpretative, applicarvi intelligenza e studio.
Con Ughi si vive in diretta l'avventura di un artista che possiede la musica
e ne è posseduto.
L'approccio è quasi rabbioso, eccitato, una sorta di sfida; alla fine spunta
una specie di sorriso e vuol dire che è andata.
Per le due pagine in locandina, il Concerto in la maggiore di Mozart e il Quarto
di Paganini, Ughi è intervenuto con un'Orchestra altrettanto familiare, quella
di Padova e del Veneto, guidandola con l'archetto negli stacchi di tempo,
ma senza sovrapporsi alla guida effettiva di Piero Toso, violino di spalla.
Il risultato del Concerto mozartiano è apparso splendido per l'incontestabile
fascino che deriva dal timbro del Guarneri, ma meno apollineo e imperturbabile
del solito, come attraversato da un'inquietudine quanto mai d'attualità.
Ricco d'inventiva il fraseggio negli ornamenti dell'Adagio, spiritoso
l'avvio del Minuetto conclusivo con l'inserto quasi caricaturale di una
scansione ritmica esotica.
Ma è stato in Paganini che Ughi è parso superare se stesso, con il gusto per
l'effusione melodica interrotta solo da siparietti, come per le diverse
scene di un confronto teatrale che abbia nel violino il protagonista assoluto.
Con punte di mirabolante bravura e artifici vari fra cui degli incredibili
effetti d'armonici nel tempo conclusivo, il "Rondò galante".
L'Orchestra, mostratasi motivata e attenta nell'assecondare il solista, ne ha
introdotto le esibizioni con la Sinfonia in mi minore ("La funebre")
di Haydn e la Sinfonia in sol maggiore di Mozart.
La prima avrebbe forse gradito una fisionomia più libera, ma il giovane Mozart
è apparso preciso e compatto.
Applausi fittissimi per tutte le esecuzioni, con palese gioia nell'ascolto
e un'autentica ovazione per Paganini, bissato nel tempo centrale.
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