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VENEZIA IL VENETO FESTIVAL

di Mario Merigo:
Venezia
Il "Veneto Festival" ha fatto tappa l'altra sera nella chiesa
di Santo Stefano e con i Solisti Veneti, diretti da Claudio Scimone,
si è così riascoltato Uto Ughi.
Il celebre violinista ha proposto dapprima il Concerto in sol
maggiore K 216 di Mozart, terzultimo lavoro di un gruppo di cinque nati
a Salisburgo quando il compositore ricopriva l'incarico
di Konzertmeister.
Se nei primi due Concerti l'aUTO re oscilla ancora tra modelli
preclassici e barocchi, a partire da quello in sol maggiore,
quasi per folgorante intuizione, raggiunge supremi vertici creativi.
Il violino si emancipa sia sul piano timbrico che su quello melodico.
Ughi , consapevole di ciò, si impone nel primo movimento per la
trasparenza dei percorsi tematici, nell'Adagio per la pienezza
degli abbandoni lirici e nel rondò finale per l'estroversa fantasia
espressiva.
E sempre con un suono di mirabile purezza e con un'innata inclinazione
alla frase aperta e cantabile.
Diverso è il mondo musicale di Louis Spohr, fondatore di un'innovativa
scuola violinistica tedesca, spirito romantico e tra i primi
direttori d'orchestra secondo la concezione moderna.
Tra i suoi Concerti per violino il più noto è l'Ottavo in la
minore "Wie eine Gesangszene" (Come una scena cantata):
un'opera di intenso pathos, di pregnante tensione lirica.
E Ughi , con saldo dominio strumentale, ha evocato magiche atmosfere
"teatrali".
Come fuoriprogramma, la Romanza in fa maggiore di Beethoven, resa
con immediatezza espressiva.
Nella prima parte della serata i Solisti Veneti e Claudio Scimone
hanno eseguito la Sinfonia da "La verità in Cimento
di Vivaldi e sempre del "prete rosso" il Concerto in si
bemolle maggiore RV 501 "La notte", con l'ottimo fagottista
Nicola Meneghetti, e il Concerto in re minore RV 535
per due oboi, con i puntuali Gianni Viero e Silvano Scanziani.
Caldo successo.
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