L'affascinante percorso da Haendel a Prokofiev del celebre
solista accompagnato dal pianista Specchi.
"Dedico questo bis al maestro Agostino Orizio con il quale ho sempre avuto un
rapporto particolare: in lui ho sempre rivissuto la gioia del neofita,
di chi fa musica con quell'entusiasmo con cui si avvicina per la prima volta
ad essa.
Ho sempre amato la sua generosità, il darsi tutto agli altri e,
soprattutto, alla musica.
Fino a che in Italia ci sono persone come lui, la musica non è in decadenza".
Così Uto Ughi ieri sera al Grande, prima di presentare l'unico bis,
la Fantasia sulla Carmen di Bizet di Sarasate.
Un pezzo che connota tutti i numeri de grande violinista italiano.
Il concerto è finito tra gli applausi e l'affetto del pubblico.
Motivo di tanta gioia, gli 80 anni appena compiuti da Agostino Orizio.
Una vita nell'arte che senz'altro ha meritato l'onorificenza conferitagli
dal prefetto d Brescia, Anna Maria Cancellieri, che ha consegnato al
musicista bresciano il diploma di Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito
della Repubblica Italiana.
A rendere la festa ancora più grande il sindaco Paolo Corsini che,
dopo aver sottolineato i meriti culturali, artistici ed umani di Orizio,
gli ha consegnato una targa d'argento, un piccolo modo "per ringraziare
il maestro per la pluriennale attivtà nella quale ha portato in tutto
il mondo il nome di Brescia".
Come spesso accade in queste occasioni fatte di ufficialità, la musica
rischia di finire, in secondo piano. Peccato, perché Alessandro Specchi
ed Uto Ughi hanno donato al pubblico un concerto di grande valore artistico.
Il percorso prevedeva tre stazioni assai distanti tra loro e rivelatrici,
ciascuna, di un modo molto diverso di essere del repertorio violinistico.
Semplice, piano, sgranato e gradevole Haendel ha avuto il compito di
trascinare il pubblico nel mondo incantato delle sonorità pure e sottili
di un barocco vissuto da Ughi come espressione poetica pura.
Il suo violinismo infatti, non abbraccia mai un virtuosismo fine
a se stesso.
Se virtuosità deve essere, è semmai quella del suono, con un
pianissimo che vale quasi un sussurro: sempre sostenuto ,
sempre cantato, ma sempre detto a fil di voce.
E sia pur nella semplicità di una partitura logica e contagiosamente
scarna, Ughi e Specchi hanno fatto volare alta la voce della musica,
irradiando nel Grande colori in forma di note di mille tinte diverse.
Se l'inizio Haendeliano con la Sonata in re maggiore op. 1 n. 13
fa riferimento a sonorità tutte barocche, improntate verso una serena
cantabilità,a tanta dolcezza ha fatto eco la purezza della linea melodica di
Cesar Franck, la cui Sonata in la maggiore ci trascina
verso nuovi orizzonti sonori.
Orizzonti che narrano di una grandissima e poetica intimità, senz'altro
l'atmosfera adatta al violinismo d Ughi.
E' quasi un trattato di teoria della forma musicale.
Tutti i frammenti di cui si compone sono in realtà minuscole tessere che,
una volta ordinate (non succede spesso) aprono alla nostra mente
un immaginario sonoro suggestivo e pieno d visioni.
Dolci e preziose come il fraseggio sciorinato dagli interpreti.
Ughi, un interprete che , da sempre, ha percorso con estro e genialità
la dura via del suono che costituisce uno degli elementi fondanti
della sua arte interpretativa.
Il suono naturalmente, così come viene concepito da Ughi, non vuole
essere antitetico all'idea di virtuosismo che, invece, ben si attaglia
alle straordinarie doti tecniche del violinista italiano che, come pochi,
ha saputo coniugare la musica autentica alla pura digitalità, donando
al pubblico mondiale interpretazioni memorabili.
Alla terza stazione di un percorso così entusiasmante si è dato corpo ad un
mondo tutto percussivo nel quale la melodia va inseguita tra le diverse voci
ed i ritmi di Sergej Prokofiev.
Anche questo vestito, molto diverso dagli altri, ben si attagliava alla
cifra musicale dei due interpreti che hanno saputo evidenziare i numerosi
spazi sonori della Sonata in Re maggiore op. 94 bis concepita nel
1944 in un brevissimo lasso di tempo.
Nonostante tutti i problemi attraversati in quegli anni dal compositore
sovietico, nel brano traspare un'inequivocabile serenità.
Apparentemente legata a stilemi compositivi quasi neoclassici e
fortemente stilizzati, la composizione riesce a coniugare modernità
e gradevolezza senza mai rinunciare ad una ritmica graffiante e
modernissima nella sua concezione, lasciando peraltro ampio
spazio ad espansioni melodiche di grande ispirazione poetica.
In un simile contesto, da sottolineare il ruolo del pianoforte che, più
che accompagnare, deve concertare assieme al solista
dialogando in modo serrato senza interruzione: un ulteriore banco
di prova per Specchi, artista dotato di grandissima sensibilità
cameristica, dote rara dalle nostre parti.
Certo il miglior omaggio per l'amico Orizio , ma anche per il Festival,
quest'anno dedicato alla musica della civiltà slava tra Otto e Novecento.
E tra Otto e Novecento oscilla anche questa composizione di un Prokofiev
che guarda al futuro della musica restando abbarbicata ad un immagiario
d'altri tempi tutto fatto di poesia contagiosamente trascinante.