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da AMADEUS Marzo 1996

"L'INTERPRETAZIONE" di Guido Salvetti


Quale Paganini?
Si presenta qui la questione di fondo: l'interprete deve ricostruire il più possibile il suono, il clima, il gusto a cui questi Concerti devono la loro nascita; oppure può prendersi cura amorevolmente di queste partiture e cercare di farle diventare nobili e belle? Nel primo caso potrebbe avvenire come nel film di Forman su Mozart, in cui il flauto magico viene mostrato in un teatrodi periferia, chiassoso e birroso. Quella scena ha insegnato meglio di qualsiasi chiacchiera da critico musicale quale fosse lo spirito davvero popolare, comico e fiabesco, che era nelle intenzioni di Mozart, lontano mille miglia dall'idea wagneriana del sublime e del simbolico. Occorrerebbe un bravo regista anche per gli interpreti di Paganini.

Dovrebbe mostrarci un teatro tumultuoso e distratto, in cui il rumore non diminuisce di molto, quando attacca l'orchestra. Anzi a chiasso si aggiunge chiasso. Ma tutti sanno che tra poco apparirà lui, il divo del violino, e si apprestano ad ammirare. E poi, eccolo, che attacca: con un solo strumento riempie di suono tutta la sala, anche perché tutti, adesso, fanno silenzio: e canta, canta, canta, sulle prime due corde; sono le stesse melodie, sfogate fino all'impudicizia, che quel pubblico avrebbe potuto ascoltare, in quella stessa sala, da Giuditta Pasta o da Isabella Colbran. Quel diavolo di violinista riesce persino a far sentire le parole: qualche durezza di consonante; e tutti gli accenti; i respiri; i sospiri; qualche incrinatura da voglia di pianto! Alle "parole" della fanciulla infelice subentra, immancabilmente un colpo di scena.

Oplà! Il violinista piomba in prima persona a mostrare quello che sa fare: mulinelli stupefacenti con l'archetto, scale picchiettate velocissime dove l'arco sembra diventato un piccolo martello su uno strumento a percussione, guizzi verso l'alto e verso il basso, gemiti di corde sfregate tutte insieme ( a due a due, naturalmente, ma ti sembra molto di più), imitazioni di uccellini, di campanelle di armoniche a bicchieri; forse persino qualche (piccolo) colpo di cannone. Ma l'episodio mirabolante finisce d'un colpo, e va avanti l'orchestra: il suo chiasso puro, a cui si mescolano gli oh e gli ah degli astanti, i commenti ad alta voce, un rumoreggiare di tutta la platea sfociante persino in applausi incontenibili. E così via, sostanzialmente, per tutti i tre movimenti del Concerto: nell'Adagio ci si aspetta il massimo della vena melodica, che tutti assaporano cullandosi da destra a sinistra, e da sinistra a destra; nelle cadenze dei tempi veloci ci si aspetta il massimo dello stupefacente, che tutti seguono a bocca spalancata, da cui emergono boati appena riattacca l'orchestra per gli ultimi accordi conclusivi.

Questo direi a un amico regista. Ma ci sarebbe il problema di trovare il violinista giusto per una simile operazione: un violinista non soltanto bravo, anzi bravissimo, ma disposto a gesticolare come un cantante (busto in giù, nei momenti di raccoglimento lirico; busto in su, negli scatti di energia; e mimica appropriata). Dovrebbe poi, suonare di conseguenza: non nascondere, ma esaltare, la fisicità di quel suo strumento, i particolari rumori di cui, come in ogni strumento, i suoni sono impastati; i rumori legati alla pronuncia delle parole, al picchiettare degli ideali martelletti, al portato quando la mano si sposta tra diverse posizioni, allo sfregare multiplo dell'archetto, alle imitazioni di altri suoni. E poi, soprattutto, dovrebbe…..esagerare, con lo scopo di farsi portare in trionfo da una folla urlante e di farsi un sacco di soldi. Questo, filologicamente e documentariamente, è quello che ci insegna la storia sui Concerti di Paganini. E questo non dovrebbe ispirare il nostro ribrezzo o la nostra ironia qualora riapparisse nella nostra esperienza musicale. Ma - niente paura - non esistono più violinisti - di quelli bravi - disponibili a compiere quest'operazione. Anzi, i Concerti di Paganini hanno riconquistato favore presso il grande pubblico degli ascoltatori di dischi quando sono apparsi nobili e lustri, appassionati e sublimi con il suono meraviglioso di Artur Grumiaux. Il bel suono a tutti i costi, porta persino, nei passaggi diabolici, a rallentare i tempi, legando il più possibile; e le marcette non sono per nulla ancheggianti, né vengono esibiti i guizzi e i balzi, né c'è aria di voler spaventare o stupire alcuno.

L'interpretazione di Uto Ughi è, al confronto, molto più carica di umori: è intatto il gusto della sorpresa, del cambio repentino, C'è una certa - moderata - varietà dei timbri: sentiamo bene la differenza di carattere, non solo di timbro, tra un canto sulla prima e uno sull'ultima corda (tra un baritono un poco torbido e un soprano sul punto di angelicarsi). Le "perfidie", poi, sono affrontate d'impeto, a costo di far gemere i crini dell'arco, le corde e la cassa. Ma certo l'idea del bello come omogeneità e giusta misura è fortemente presente, assecondata persino dal tipo di direzione dell'orchestra. In questo modo non traspare quella sorta di confronto teatrale, che doveva tanto divertire i contemporanei , tra mediocrità della massa orchestrale, a cui le parti venivano date all'ultimo minuto e scritte male, e l'eccezionalità del divo. La capacità di Ughi di individuare il sapore caratteristico di ogni episodio - con punte di bravura tecnica davvero mirabolanti - raggiunge però il giusto risultato di darci l'idea che qui la forma è l'aprirsi e il chiudersi di siparietti, per le diverse scene dei diversi atti di un'opera di Donizetti. Il resto di quel clima di festa un poco circense, che ho più sopra rievocato, possiamo ricrearcelo noi - se vogliamo - con la fantasia.


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