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| TORINO ![]() Usciamo un po' stralunate dal Lingotto che sono quasi le 17. Questo specie di ubriacatura è l'effetto conclusivo di un concerto davvero speciale che abbiamo avuto il piacere, anzi, la grande gioia di ascoltare oggi a Torino. La tensione emotiva è stata davvero alta. Il nostro grande Uto ha dimostrato, oggi come sempre, di essere in ottima forma. Ha aperto la maratona con Pugnani Kreisler esibendo la solita poderosa grinta nell' attacco ed eccezionale come sempre, è il degno interprete del fascinoso Kreisler dal temperamento esuberante e magnetico. Ed i suoi Filarmonici, compatti e coesi, procedono in grande sintonia, lanciandosi occhiate d'intesa per la gioia di un pubblico sempre piu' vasto. Segue il concerto per violino in re minore di Mendelssohn, autentica perla musicale nel già ricco e variegato repertorio di Ughi. Composto nel 1823 quando il compositore era appena quattordicenne, all'epoca delle serate musicali organizzate dalla sorella Fanny presso la loro abitazione berlinese, il concerto fu dedicato al maestro di violino Rietz. Dopo anni di polveroso oblio, il concerto fu riscoperto dal violinista Yehudi Menhuin che, nel 1952, entrò in possesso del manoscritto originale e lo divulgo' con ben 3 incisioni. Il concerto inizia con un ampio Allegro. Segue il secondo movimento, l'Adagio, in cui si respira aria di romanticismo. Il vorticoso finale, Allegro molto, è un susseguirsi di passaggi brillanti in cui l'estro virtuosistico di Ughi si manifesta in tutto il suo fulgore. Distensiva, priva di conflitti interiori e di impulsi passionali, la musica di Mendelssohn si evidenzia per la sua piacevolezza all'ascolto. Ed infatti, in questo gioiellino compositivo non mancano spunti melodici veramente deliziosi. Se pensiamo al compositore preadolescente, ci intenerisce lo straordinario amore per la vita che trapela da queste fresche note che, come è consuetudine in Mendelssohn, riescono magicamente a rasserenare gli animi. Sicuramente non si riuscirebbe a cogliere questa serie di positive sensazioni se l'interprete non riuscisse perfettamente nel suo equilibrato ruolo di tramite tra autore ed ascoltatore, lasciando intatti tutti i connotati emotivi originali dell'opera e trasformando la sua interpretazione in un perfetto vettore di gradevoli emozioni, Solo i grandi artisti hanno questo immenso dono, e questo sarà sempre qui ricordato. E' la volta di Wieniawsky, il Paganini polacco (dice Ughi), uno dei più famosi virtuosi di violino del suo tempo. In questa Legende op. 17, splendidamente interpretata , l'autore rivela una natura prettamente romantica in una musica che fa sognare e che trasporta un po' fuori dalla realtà. Sensazioni comprensibili se pensiamo alla storia legata alle origini di questo brano : il giovane Henryk, a Londra, si innamora di Isabel Hampton, nipote del compositore irlandese George Osborne. Vorrebbe sposarla subito, ma lo zio della ragazza si oppone energicamente alle nozze. Profondamente ferito dal rifiuto, Henryk torna in albergo. In quello stato d'animo, durante la notte insonne, si mette a comporre musica. Nasce così Legende. La mattina dopo, Henryk manda un telegramma ai familiari della ragazza invitandoli al concerto che avrebbe tenuto la sera stessa. La famiglia Hampton accetta l'invito, ed Henryk esegue per la prIma volta il brano composto durante la notte insonne. Al termine del concerto, l'entusiasmo è alle stelle. Lo zio di Isabel esclama: "Solo il vero amore può generare una tale ispirazione. Considerati pure nostro figlio", La leggenda termina con le nozze di Henryk ed Isabel. Aveva ben capito George Bernard Show, quando faceva la distinzione ben precisa tra i grandi compositori di musica per violino ed i compositori di grande musica per violino. Wieniawski, come pure Sarasate, appartengono a quest'ultima categoria. Ma la grande musica per violino, a sua volta, presuppone un grande interprete che conceda sempre qualcosa di se' durante le sue performances. Qualcosa di indelebile che resti custodito nel ricordo e nel cuore di chi ascolta. La festa di note prosegue con Saint Saens ed il suo Rondo' capriccioso che rivela ancora e sempre, in grande stile, il virtuosismo assolutamente incredibile di Ughi. Questo brano fu composto in omaggio a Pablo de Sarasate, il "rivisitatore" della famosissima "Carmen" di Bizet, cavallo di battaglia di Ughi che manda letteralmente in delirio il pubblico di tutti i teatri del mondo. Ecco dunque che Saint Saens sente il bisogno di celebrare l'amico musicista Sarasate dedicandogli questo Rondo' capriccioso fantasmagorico e pirotecnico. E'un vero peccato che non sia qui ad ascoltare come Ughi lo interpreta!!!!!! Poi si snoda la Zingaresca di Sarasate sinuosa , misteriosa , malinconica, travolgente ma dolcissima. Poi, a mantenere ancora ben carica la tensione emotiva arriva Paganini, il genovese definito sulfureo, con la "Campanella" che col suo chiacchiericcio allontana i diavoli tutt'intorno. Ughi ha un merito grande in questa interpretazione: l'avere bene evidenziato il ruolo della campanella. Nelle vecchie incisioni, infatti, il suono della campanella veniva relegato cosi' in lontananza da non riuscire nemmeno ad udirlo se non con dei perfetti lettori stereofonici. Sembrava che tutto il brano fosse incentrato su quel violino allo zolfo e che il suono della campanella ( notoriamente portatore di serenità e pace) fosse confinato a distanza, quasi come un disturbo all'interno dell'opera. Ughi, al contrario, ha aperto le porte ed ha fatto entrare una campanella alquanto ciarliera che dialoga un violino molto meno sulfureo che nei tempi passati, ma altrettanto eccelso, che ha magicamente inondato l'auditorium di suoni argentini. E tra pizzicati scopiettanti, inaspettati rintocchi , trilli, suoni filati e funamboliche altre diavolerie paganiniane e ughiane, il Maestro ha concluso la sua Campanella con una fantasmagorica girandola di suoni pirotecnici. Ma non finsice qui. Impossibile! Non per Ughi. Interminabili applausi inducono il nostro Orfeo al rientro in scena. Di nuovo musica. Oblivion di Piazzolla. Inaspettatamente arrivano le lacrime. Si è troppo emozionati per reggere questo brano a conclusione di una tempesta emotiva e sonora cosi' serrata. La malinconia degli emigranti traspare tutta in questa struggente e dolcissima melodia di PIazzolla che attanaglia il cuore. Con il suo personalissimo ed originale linguaggio musicale carico di i tinte forti , il compositore argentino elargisce a piene mani emozioni intimamente legate alla vita, alla sofferenza, al dolore. Colto, raffinato, tradizionale e moderno al tempo stesso, il nome di Piazzolla e' indissolubilmente legato al tango, ovvero, ad un pensiero triste che diventa danza. Una danza derivante dalla fusione tra la milonga (danza argentina lenta, fortemente lirica e malinconica) e l'habanera cubana. Il tango trae origine da una situazione analoga a quella che genero' il jazz nella New Orleans di fine 800, piu' o meno nello stesso periodo. In particolare, Buenos Aires, presa d'assalto da un'ondata migratoria europea, vide soprattutto spagnoli e italiani affollare in modo caotico le aree periferiche della citta'. Il tango nasce in un clima di forte instabilita' culturale, e diventa la tipica espressione del disagio di un popolo, il portavoce di una sofferta situazione di emarginazione che ha caratterizzato un'epoca. Disagio reso quasi visivo dal mitico violino di Ughi, che ancora non tace. Tuttavia si quieta, in un calando naturale, con "Meditation", tratto da "Thais" di Massenet: un dolcissimo bis. Il concerto volge al termine. La ragione riprende il sopravvento e anche l'emozione si placa. L'animo esce piu' sereno da questa "full immersion sonora" condita di felicità e di tenerezza. POTENZA DI QUESTA MUSICA E DI CHI RIESCE A FARCELA SENTIRE COSI'. BRAVO UGHI. E BRAVI I FILARMONICI DI ROMA. ![]() |
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