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HOME "Da: Favole e racconti dell'Egitto faraonico a cura di Aldo Troisi"


EUCRATE,L'APPRENDISTA STREGONE

Questa antica versione della storia assai diffusa dell'"apprendista stregone", che imprudentemente mette in atto un procedimemto magico carpito al suo mastro e non è poi in grado di dominarne le pericolose conseguenze, è narrata in prima persona da uno degli interpreti di un dialogo dello scrittore greco Luciano di Samosata (II secolo dopo Cristo), intitolato Philopseudes o il mentitore.




All'epoca in cui ero ancora giovane e vivevo in Egitto dove mi aveva mandato mio padre perchè approfondissi la mia cultura, mi venne l'idea di imbarcarmi per Copto per visitare la statua di Memnone (1)e di ascoltare così il suono meraviglioso che essa emette quando sorge il sole.

Orbene, quando fui davanti alla statua, io non udii un semplice suono senza significato come capita alla maggioranza delle persone, ma anzi Memnone stesso aprì la bocca e pronunciò un oracolo composto di ben sette parole. E se la cosa non fosse troppo lunga, io vi ripeterei qui i versi stessi.

Mentre poi risalivamo il Nilo, ebbimo per caso come compagno di navigazione un uomo di Menfi, scriba del tempio e persona di straordinaria sapienza, che conosceva l'intera cultura egizia.
Di esso si diceva che avesse vissuto per ventitrè anni sotto terra nei santuari dell'Egitto e che avesse imparato le arti magiche da Iside.
Arignoto intervenne dicendo: "Stai forse parlando di Pancrate, il mio maestro? Un sant'uomo con la testa rasata che vestiva di lino, sempre immerso nei suoi pensieri e che non parlava bene il greco, di alta statura, col naso schiacciato, le labbra sporgenti e le gambe sottili?".

"Proprio di lui, - gli risposi- è di Pacrate che parlo".
Dapprima io non sapevo chi fosse, ma poi quando lo vidi fare ogni sorta di prodigi ogni volta che ormeggiavamo la barca - per esempio cavalcare i coccodrilli e nuotare in mezzo ai mostri acquatici, mentre quelli tremavano di paura o scodinzolavano - riconobbi che doveva essere un sant'uomo, e a poco a poco, mostrandomi gentile con lui, gli divenni compagno ed amico, cosicchè mise in comune con me molte delle sue conoscenze segrete. Alla fine mi persuase a lasciare tutti i miei servi a Menfi e ad accompagnarmi con lui solo, dicendo che non sarebbero mancate le persone che ci avrebbero servito.

Facemmo dunque così: ed ogni volta che arrivavamo a fare tappa, quell'uomo prendeva il catenaccio della porta o la scopa o magari il pestello del mortaio, gli metteva addosso dei vestiti e, pronunciando un incantesimo, faceva in modo che camminassero e che a chiunque altro apparissero sotto l'aspetto di persone.
E gli oggetti così trasformati uscivano ad attingere acqua o a fare acquisti o a preparare il cibo, e ci ubbidivano e ci servivano in tutto con destrezza. Poi quando si era sufficientemente servito di essi, pronunciava un altro incantesimo e subito la scopa ridiventava scopa e il pestello pestello.

Benchè io fossi molto ansioso d'imparare quest'arte, non riuscii a farlo perchè egli ne era molto geloso, anche se era disponibilissimo in tutte le altre cose.

Ma un certo giorno, standomene io di nascosto rannicchiato in un posto scuro, rimasi ad ascoltare l'incantesimo, che era composto di tre sole sillabe.

Egli poi uscì per andare in piazza, dopo aver ordinato al pestello quello che voleva che facesse.

Il giorno dopo, mentre lui era di nuovo andato in piazza per certi suoi affari, io presi il pestello, lo vestii come faceva lui e pronunciando quelle tre sillabe gli ordinai di andare ad attingere acqua. Quello andò, e subito tornò portando un'anfora d'acqua.
A quel punto io dissi al pestello : "Adesso fermati, non portare altra acqua. Torna di nuovo ad essere un pestello". Ma quello non mi ubbidiva per niente, ed anzi continuò ad andare e tornare sempre portando acqua, finchè ci si allagò la casa a forza di versarci acqua.
Io, non sapendo più che cosa fare (e in effetti temevo che Pancrate tornasse ed andasse in collera, come poi di fatto accadde) presi una scure e tagliai in due il pestello, ma ciascuna delle due parti prese un'anfora e ricominciò a portare acqua, e così ebbi due servitori in vece di uno.
In quel momento arrivò Pancrate, e intuendo quello che era successo li ritrasformò subito in pezzi di legno, come erano prima dell'incantesimo.

Ma a quel punto egli mi abbandonò di nascosto, e si allontanò da me rendendosi non so come, invisibile.

"Ed ora - chiese Dinomaco - sei ancora capace di trasformare un pestello in uomo?".

"Oh certo, - risposi - ma solo in parte, nel senso che non sono in grado di riportarlo nello forma originaria una volta che sia diventato un portatore d'acqua, e sarei sempre obbligato a vedermi la casa allagata per tutta l'acqua che lui continuerebbe a versare!"

1)Una delle due statue colossali di Amenofi III, a Tebe - tuttora esistenti - che i Greci ritenevano rappresentasseMemnone, il re degli Etiopi citato nell'Iliade.
Al sorgere del sole la statua emetteva misteriosi suoni, e per questo era una nota meta "turistica".

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