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Felix MENDELSSOHN-BARTHOLDY
(Amburgo 3.11.1809 - Lipsia 4.11.1847)

Uto Ughi interpreta Mendelssohn

Concerto for Violin and Orchestra in MI Minor, Op. 64

da Radio Rai uno del 22 marzo 2008: "Il diavolo e il violino UTO UGHI racconta":
parla Uto Ughi:

Il concerto di Mendelssohn è stata una delle prime opere che ho studiato quando ero giovanissimo ed è stato il primo concerto che ho eseguito in pubblico accompagnato da una grande orchestra sinfonica.
Avevo 10 anni e studiavo a Parigi con George Enescu, il grande compositore violinista rumeno: il Maestro me lo fece capire ed apprezzare in tutta la sua bellezza.
Enescu era già anziano e malato ma quando si metteva al pianoforte creava la musica con un'intensità ed immaginazione che non ho mai più sentito da nessuno.
Mi fece capire la bellezza del tema, il tema esposto dal violino senza introduzione di orchestra, e la sua scrittura esemplare, perfetta.
Non c'è una sola nota di troppo, si avverte una vaga nostalgia tipicamente ebraica durante tutto il concerto.

Quando lo eseguo avverto un senso di eterna giovinezza.
Questo autore ha in comune con Mozart e Schubert, la freschezza inventiva dei temi.
Tutti e 3 sono morti precocemente.
Nella loro musica non c'è pesantezza, angoscia o nevrosi: tutto fluisce spontaneo come una fonte che zampilla acqua viva.

Se la musica può essere un antidoto alla depressione, questi compositori hanno il dono di dare serenità e aiutano a trovare un'armonia interiore.

Mendelssohn era un uomo di vasta cultura.
Fu lui che riscoprì Bach ormai caduto nell'oblìo.
Diresse la prima della "Passione secondo S. Matteo" a Lipsia e fece in modo che il pubblico conoscesse il più grande ed universale di tutti i compositori.
Fu grazie a lui che Bach non andò dimenticato.

Il I movimento di questo concerto inizia con un meraviglioso tema molto appassionato, velato da una malinconia vaga, tipicamente ebraica.

Il II movimento è un'andante sereno, pacato, quasi una serenata con una parentesi drammatica nel mezzo.

L'ultimo tempo è scintillante, una specie di danza degli elfi ispirata al sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, estremamente spiritoso, leggero e colorito.


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di Alessandro Romanelli
Si tratta, senz’ombra di dubbio, di uno dei più grandi capolavori della letteratura concertistica.
Sto parlando naturalmente del Concerto per violino e orchestra in mi minore op. 64 di Mendelssohn.
E’ un opera della tarda maturità creativa del celebre compositore tedesco, sempre che tale si possa definire in uomo che visse appena 38 anni!
Per quanto mi riguarda ho scoperto il suo sublime concerto abbastanza tardi rispetto ad analoghi capolavori del genere ( da Bach a Beethoven, da Mozart a Brahms e Bruch) Come per Pergolesi, Mozart – fatte le debite proporzioni – Bellini, Schubert e altri geniali musicisti morti giovani o comunque nel pieno della loro più straordinaria stagione creativa, il Padreterno non è stato, a dire il vero, troppo generoso nemmeno con il geniale Felix.

Tornando al suo concerto, va detto che si tratta di un lavoro ricco di idee tematiche e melodiche, dove trabocca tutto il tenero romanticismo del suo autore, fatto più di struggenti melanconie che di contrasti accesi e dialettici tra il solista e l’orchestra.

Il modello, in sostanza, appare più Mozart che Beethoven (Bach a parte).
Il tema del primo movimento – allegro molto appassionato – esposto dal violino senza alcuna introduzione orchestrale, appare immediatamente di toccante dolcezza melodica; anche la seconda idea, palesata prima dai legni e poi dall’orchestra, risulta di incantevole bellezza, sicchè tutto il primo tempo del concerto è permeato da questa sublime dimensione lirica, in cui il solista e l’orchestra sanno dialogare amabilmente.

Nell’andante, in forma di romanza, che giunge senza soluzione di continuità dopo il primo movimento, ecco un omaggio allo stile beethoveniano, quello cioè più liricamente rilasciato: qui le linee melodiche si dipanano fluide ed armoniose.

L’atmosfera si riscalda poi (ma non troppo) nel Finale: un pezzo tutto giocato su accenti percorsi con rara leggerezza e dove il susseguirsi dei temi non conosce stanchezza alcuna ma piuttosto dà vita ad un discorso musicale godibilissimo, che porta nella cadenza del violino tutte le opportunità virtuosistiche tipiche del concerto romantico.

Le numerose e talora eccellenti interpretazioni in disco di questo capolavoro rendono ingrato il compito di chi scrive.

Una scelta radicale è praticamente impossibile soprattutto tra virtuosi (ormai mitici) del calibro di David Oistrach, Jascha Heifetz e Yehudi Menuhin.

Proprio quest’ultimo, che a soli sette anni esordì in un pubblico concerto suonando questo capolavoro, è stato per anni l’icona ideale del violinista mendelssohniano.

Tra i violinisti di oggi - Pinchas Zukermann, Itzhak Perlman, Viktoria Mullova, Maxim Vengerov e Uto Ughi e tanti altri - che vi si sono cimentati con successo, ritengo di poter consigliare l’incisione discografica targata BMG dell’intramontabile violinista di Busto Arsizio, affiancato da un ispirato Georges Prêtre, a capo dell’ottima Orchestra Philarmonia di Londra.

Qui Ughi risulta perfettamente a suo agio, ottenendo dal suo prezioso Stradivari cavate dolcissime e di sognante cantabilità, sapientemente fuse da una tecnica ragguardevole.

Dal canto loro Prêtre e la Philarmonia ne sostengono la superlativa prova con vibrante sagacia.


Concerto for Violin and Orchestra in MI Minor, Op. 64



RED SEAL DIGITAL RCA RL 31648 STEREO -(1982)
MENDELSSOHN-BRUCH Violin Concertos in E Minor -
in G Minor UGHI - PRÊTRE London Symphony Orchestra
di Luigi Bellingardi:

Nel clima chiaroscurato, ricco di contrasti e di contraddizioni, dalla grande stagione romantica, Meldelssohn venne a trovarsi frequentemente in una posizione di singolare equilibrio, sull'onda delle sollecitazioni culturali per la musica antica e di certe suggestioni d'arte pura, oggettiva, quasi aproblematica.

Alfred Einstein che giudicò Mendelssohn il "classicista romantico" per eccellenza, più volte pose in risalto come nella sua posizione la componente classica riuscisse a conciliarsi a meraviglia con gli elementi romantici senza che questi ultimi avessero a prevaricare sui primi.

Nel compositore, la cui precocità fu tanto ammirata da Goethe, i moti dell'animo e gli impulsi esterni esercitavano un influsso limitato sulla concezione musicale globale dei suoi lavori ed anche nel linguaggio concertistico veniva a riflettersi il ritegno dell'artista dall'educazione raffinata, al quale furono sempre estranei l'effettismo dell'enfasi teatrale ed anche la sfrenata esuberanza delle passioni.

Gioiello della letteratura per violino e orchestra dell'età romantica, il Concerto in mi minore op. 64 è sostanzialmente la cristallizzazione in un sublime equilibrio artistico della sensibilità, della eleganza di scrittura, della vena creativa e della essenzialità espressiva dell'autore. La prima idea alla sua composizione nacque in Mendelssohn già nel 1838, come risulta da una lettera da lui scritta il 30 luglio di quell'anno all'amico Ferdinand David, primo violino dell'orchestra del Gewandhaus di Lipsia di cui Mendelssohn era direttore (potrei anche comporre per te nel prossimo inverno un concerto per violino; ne ho in mente uno, in mi minore, il cui principio non mi lascia tranquillo"). Il progetto non si concretò subito e soltanto il 16 settembre 1844 Meldelssohn ultimò la stesura dell'opera promessa a David che ne fu il primo interprete il 13 marzo 1845 a Lipsia con l'Orchestra del Gewandhaus sotto la direzione del Niels Wilhelm Gade, riscuotendo quel vivissimo successo, per la perfetta fusione tra espressione musicale e virtuosismo esecutivo, che in seguito non è mai mancato ad ogni sua riproposta.

Per Mendelssohn nell'aspetto formale il modello del concerto per violino e orchestra è quello della tradizione mentre il clima emozionale non può prescindere dal beethoveniano Concerto in re maggiore. In questo Concerto in mi minore però il rapporto tra il solista e l'orchestra non si esaurisce nella contrapposizione dialettica ma tende all'integrazione espressiva, risolvendosi i contrasti chiaroscurali piuttosto nella componente lirica che in quella drammatica. Nella scrittura mendelssohniana, sempre di squisita fattaura e di suprema eleganza, si annoverano inoltre varie figurazioni brillanti in grado d'attestare la perfetta conoscenza da parte dell'autore delle più riposte risorse dello strumento solista. Ed anche le due caratteristiche più insolite di questo lavoro, l'esposizione del primo tema affidata all'inizio all'assolo del violino nonché la cadenza, tutta elaborata dal compositore ed inserita prima della ripresa e non alla conclusione del I movimento, finiscono per non apparire novità rivoluzionarie, ma a confluire esse pure nel ripudio di un virtuosismo meramente fine a se stesso, che è una delle costanti dell'operare artistico di Mendelssohn. I tre movimenti si succedono praticamente senza soluzione di continuità, dall'Allegro molto appassionato all'Andante, all'Allegro non troppo - Allegro molto vivace. Tutto il I movimento è animato da un'irruente discorsività giovanile appena temperata, in certi momenti, da una velata malinconia di stampo romantico: vi si intrecciano variamente due soggetti melodici fondamentali, il secondo dei quali, avviato dai legni, instaura un'atmosfera intensamente elegiaca, che viene conclusa da una Coda rapidissima. L'attacco dal I al II tempo è realizzato dal prolungamento da parte del fagotto di una nota dell'accordo terminale e l'andante tripartito è tutto condotto su un lirismo d'estatica ed effusa espressività, non soltanto nella più patetica e vibrante sezione centrale, variegata da accenti malinconici. Il fascino della melodia sgorga dalla sua stessa linearità ed anche nei passaggi più difficili la vibratilità sentimentale non viene mai meno. Introdotto da un breve ponte (Allegro non troppo), l'Allegro molto vivace conclusivo, dopo l'avvio dato da un'agile fanfara, procede scintillante d'aerea festosità nella forma del Rondò ad andamento vertiginoso, con il solista impegnato in luminosissimi arabeschi sonori mentre l'intero clima espressivo sembra evocare immagini magiche e fiabesche, in una trasparenza trascendentale, siglata da una concitatissima Coda.


Concerto for Violin and Orchestra in MI Minor, Op. 64

da Guida all'ascolto della musica sinfonica
di Giacomo Manzoni

Opera della maturità del maestro, questo Concerto fa giustamente parte dell'inalienabile repertorio di pezzi per questo strumento. Il tema del primo tempo ("Allegro molto appassionato"), esposto dal violino senza alcun preambolo orchestrale, è di trascinante dolcezza melodica, di un conio che più "romantico" e interiormente espressivo non potrebbe essere. E anche la seconda idea, esposta dai legni, è di grande dolcezza melodica, si che tutto il resto del primo tempo può svolgersi senza contrasti drammatici, immerso in una dimensione di sublime tensione lirica. Il passaggio all'"Andante" avviene senza interruzione: è una romanza tenera, in cui la linea melodica si dipana senza sorprese tra "solo" e orchestra. Ma l'"Allegro molto vivace," ultimo tempo, è un pezzo di musica sprizzante fantasia, traboccante di idee espresse con un garbo e uno humor insuperabili: non per nulla qualche critico vi ha visto "il più perfetto pezzo di musica che Mendelssohn ci abbia dato". Il gioco tra "solo" e orchestra è di estrema leggerezza, il susseguirsi dei temi e delle melodie non conosce stanchezza, ma dà vita a un discorso fluentissimo che conduce alla conclusione attraverso una veemente "coda" di superbo virtuosismo solistico. (Durata 25 minuti).

 


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