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| (Mar della Plata 1921 - Buenos Ayres 1992) di Saura Pellegrini Il nome Astor gli fu dato dal padre Vincente Nonino, in memoria dell’amico Astor Bolognini, primo violoncello dell’orchesta Sinfonica di Chicago, all’epoca molto famoso. Straordinario genio musicale colto e raffinato, il compositore italo-argentino comparve sulla scena musicale verso la metà degli anni 50, affermandosi come uno dei più grandi e rivoluzionari compositori del 900: un musicista unico nel suo genere, tradizionale e moderno allo stesso tempo, indissolubilmente legato al tango. Non tango inteso in senso tradizionale, ma un nuevo tango rivoluzionario in cui vanno a confluire vari linguaggi musicali. Per comprenderlo, è necessario esaminare il clima artistico e sociale che influenzò il percorso formativo del compositore, iniziato negli anni 20, quando il padre Vincente Nonino emigrò con la sua famiglia a New York. Nel quartiere di Little Italy, immerso nella grande varietà di suoni etnici che animavano i quartieri degli immigrati, il piccolo Astor trascorse la sua infanzia e adolescenza, assimilando le diverse sonorità tipiche delle varie etnie, a cominciare dalla musicalità partenopea che a Little Italy era di casa. Sonorità variopinte provenivano dalle vicine comunità ispaniche ed ebraiche che popolavano il quartiere di Williamsburg. Dal quartiere russo di Little Odessa, dove gli immigrati mantenevano vive le loro tradizioni e la loro identità culturale provenivano altri tipici contributi sonori, così pure da Chinatown e da Astoria, un quartiere multietnico con prevalenza di comunità greche. Al compimento del nono anno di età, il padre Vincente Nonino gli regalò la prima fisarmonica. Il dono diede origine alla carriera artistica di Astor, in un particolare momento storico musicalmente prolifico. Erano gli anni d’oro del jazz, i ruggenti anni 20 e 30. L’America viveva l’euforia dei grandi musicals. Giovani musicisti emergenti popolavano il mondo musicale dell’epoca con l’apporto di nuovi linguaggi musicali. Lo swing di Count Basie animava i locali di Kansas City, mentre Duke Ellington, più proteso verso la musica sinfonica, creava magiche atmosfere nel mitico Cotton Club di New York. In quel periodo vennero composti piccoli capolavori musicali da grandi personalità del jazz come Louis Armstrong, George Gershwin. Le big bands di Glenn Miller, nella tipiche divise, si esibivano nei teatri e nelle strade, rendendo euforico il clima musicale degli anni 20. Per gli americani la musica rappresentava una fonte di sollievo dopo i duri colpi inferti dalla crisi economica del 1929. Una musicalità, quella della New York di quegli anni, che avrebbe successivamente lasciato la sua impronta anche nelle composizioni di Piazzolla che, oltre alla musica di Bach, cominciava ad appassionarsi anche al jazz ed al blues. Oltre all’euforia del clima musicale dell’epoca, nella sua musica si sarebbe impressa anche la violenza di quel periodo storico. Gli anni del proibizionismo (1920-1933), non solo non riuscirono a ridurre il consumo di sostanze alcoliche ma alimentarono il contrabbando gestito dai cosidetti “rumrunners” (trafficanti di rum) e dai “bootleggers” (contrabbandieri) spalleggiati da bande mafiose, le “gang” , che smerciavano clandestinamente alcolici d’importazione favorendo la crescita della criminalità organizzata. Films come “Scarface” di Howard Hawks, “Gli intoccabili” di Brian De Palma, “Cotton Club” di Francis Ford Coppola, “Kansas city” di Robert Altman, costituiscono veri affreschi cinematografici di un’epoca caratterizzata dal clima violento creato dalle scorribande di gangsters c Che si combattevano lungo le strade americane negli anni segnati dal drammatico crollo di Wall Street. In questo clima proseguiva la formazione musicale del giovane Piazzolla. Nel 1933 prese lezioni di piano da Bela Wilda, allievo di Rachmaninov, da cui imparò ad amare Bach. Sempre negli anni 30, all’età di 15 anni conobbe Carlos Gardel, il più grande cantante di tango di tutti i tempi, che cantava gli amori fragili e senza speranza, la violenza e la malavita dei quartieri più degradati, la notte foriera di malinconia, il tempo inteso come forza distruttiva che fugge via cancellando ogni cosa. Gardel lo invitò a prendere parte al film El dia que me qieras ma, per la sua giovane età, Nonino si oppose alla partenza del figlio. Per il giovane Astor fu una vera delusione ma il divieto del padre gli salvò la vita perchè Gardel e la sua orchestra perirono in un incidente aereo. Il 1937 segnò il debutto artistico di Piazzolla. Entrò a far parte dell’orchestra di tango di Anibal Troilo Pichuco, suo maestro nonché uno dei più grandi interpreti di bandoneon. Mentre di notte suonava tango nei night clubs, di giorno ascoltava e studiava le musiche di Bartok, Stravinsky (si dichiarava fanatico di ambedue) e di Ravel. Sempre a Buenos Aires avvenne un altro importante incontro con il pianista Arthur Rubinstein che, esaminando una sua composizione, si accorse del talento del giovane e lo indirizzò all’amico Alberto Ginastera, il più grande compositore argentino di area classica che lo formò musicalmente. Con lui studiò armonia e composizione per 5 anni, imparò a comprendere i segreti dell’orchestrazione analizzando le opere di grandi maestri come Stravinskij, che Piazzolla amava in modo tale da considerare “La Sagra della primavera” la sua opera guida. Il grande debutto come compositore avvenne nel 1943 con la Suite per corde ed arpa. Le prime opere erano sinfonie, musica da camera e sonate, in cui emerge la sua vera aspirazione: la ricerca di un suo personale stile musicale. Con la Sinfonia de Buenos Aires vinse una borsa di studio per giovani compositori che gli consentì di perfezionarsi ulteriormente a Parigi con Nadia Boulanger, allieva di Ravel e mentore di un’intera generazione di musicisti del 900 tra cui Aaron Copland. L’incontro con la Boulanger si rivelò decisivo per la sua carriera. Con lei riscoprì le sue radici. A Parigi ebbe altre importanti opportunità, come l’incontro con il sassofonista Gerry Mulligan nel 1954 che lo colpì molto per il suo modo di improvvisare e per il clima distensivo delle sue interpretazioni. Ammirava molto anche Gershwin. Partendo chi dal jazz e chi dal tango, ambedue cercarono di alzare il livello della musica popolare rendendola colta. Il lungo percorso evolutivo di Astor si arricchì ulteriormente con gli studi di composizione effettuati con il direttore d’orchestra berlinese Hermann Scherchen, grande interprete di Arnold Schonberg, Alban Berg, Richard Strauss, conosciuto anche per i suoi studi sull’orchestrazione dell’Arte della fuga di Bach e per la sua passione per Anna Mahler, figlia di Gustav. Al suo rientro in Argentina, nel 1955, la formazione musicale di Piazzolla, straordinariamente ricca e di altissimo livello, dava origine ad un genere musicale del tutto originale che, magicamente sospeso tra tango, jazz e musica classica, fondeva insieme la tradizione e la sensualità del tango argentino, il rigore e le suggestioni sinfoniche (di Stravinskij in particolare) e gli influssi jazzistici derivanti dall’avvicinamento a Gershwin e al sassofonista Gerry Mulligan. Dai 3 diversi linguaggi musicali nasceva il nuevo tango. Non più un tango antico da cantare e da ballare nelle sale da ballo, ma una musica colta e raffinata da ascoltare nelle sale da concerto, che incorporava elementi musicali innovativi e presentava tecniche colte di elaborazione musicale, l’armonia più avanzata. Un tango fedele ai ritmi e alle sonorità della sua terra, ma con l’orecchio teso verso la musica classica; un tango che rompeva le regole classiche per elevarsi a linguaggio universale superando tutte le frontiere; un tango al di là del tempo e dello spazio, che ampliava gli orizzonti espressivi della musica aprendo le porte agli influssi della musica classica e jazz. Un tango aperto all’improvvisazione (ricordiamo le incisioni con il sassofonista Gerry Mulligan ed il vibrafonista Gary Burton) e al melodismo della canzone napoletana assimilata a Little Italy. Uno dei punti forti del nuovo tango era la capacità di evolversi, di oltrepassare i confini dell’Argentina per poter raggiungere ogni angolo del Mondo. Come egli stesso la definiva, la sua è musica contemporanea di Buenos Aires che incontra l’Europa ed i continenti: una musica con una propria identità, piena di emozioni e di vitalità “La mia musica? 10% tango, 90% classica moderna” così l’ha definita “El Gato” come è stato denominato per il suo ingegno. Un tango, dunque, da collocare in una dimensione colta, che presenta elementi musicali innovativi e nuovi impasti sonori in cui il filo conduttore è sempre il bandoneon, che ha rappresentato, per oltre 60 anni , la voce del tango di Piazzolla. Il nuevo tango valorizza il tessuto strumentale con l’introduzione di nuovi strumenti come il flauto, il sassofono la chitarra elettrica, strumenti elettronici e batteria jazz. Tuttavia, la svolta intellettuale effettuata da Piazzolla in un contesto in cui il tango rappresentava un motivo di orgoglio nazionale, non piacque ai tangueros della vecchia guardia che non gradirono le innovazioni. Recepirono il nuevo tango come un tradimento, una vera e propria profanazione che causò al compositore la diffidenza del pubblico, l’ostilità dei critici ed il boicottaggio delle case discografiche. Piazzolla fu definito l’assassino del tango. In Argentina erano soliti dire che tutto può cambiare tranne il tango. Piazzolla infranse questa regola e fermo sulle sue convinzioni rispose agli oppositori in una rivista di Buenos Aires nel 1954: “Si, è sicuro, sono un nemico del tango, ma del tango come lo intendono loro. Loro continuano a credere nel compadrito (la figura chiave del tango: il seduttore) Io no. Se tutto è cambiato, deve cambiare anche la musica di Buenos Aires. Sono molti a voler cambiare il tango ma questi signori che mi attaccano non lo capiscono e non lo capiranno mai. Io vado avanti senza considerarli”. In attesa di poter riproporre la sua musica ad un pubblico più aperto e in uno scenario politico meno reazionario di quello degli anni 50, sciolse il suo gruppo e tornò a New York dove riprese i contatti con i migliori musicisti del panorama musicale internazionale tra cui Mulligan. e Burton. La morte del padre, nel 1959, fu un evento particolarmente doloroso. In meno di un’ora compose il brano Adios Nonino che lo stesso compositore considerava il suo brano migliore. Tornato di nuovo in patria nel 1960, continuò il cammino di instancabile sperimentatore tra aspre polemiche e successi, collaborando con i maggiori solisti di tutti i generi musicali. Rostropovich gli chiese di comporre per lui una sonata per violoncello e pianoforte ma col tango. La richiesta fu esaudita con la composizione di Le grand tango per cello e pianoforte dedicato al grande violoncellista russo che la eseguì per la prima volta a New Orleans nel 1990 insieme all’autore. Sempre negli anni ’60 ebbe inizio un lungo periodo di collaborazione con l’ ”Omero della Pampa”, il grande poeta e scrittore argentino Jorge Louis Borges. Le liriche di Borges e la musica di Piazzolla, specchiandosi a vicenda, riflettono a loro volta l’enigma del spazio, del tempo e dell’esistenza umana: tematiche ricorrenti nell’opera del grande poeta sudamericano. Nel mondo borgesiano fatto di tempo e di memoria il tango rappresenta un costante filo conduttore. “Il pensiero triste che si balla”, ovvero, la struggente malinconia che si esprime attraverso la musica e la danza, rappresenta per Borges la vera identità del popolo argentino: “El espejo de nuestra alma” (lo specchio della nostra anima). Il pensiero di Borges è condiviso dal maestro della cinematografia spagnola Carlos Saura, per cui il tango è intimamente legato alla cultura argentina: appartiene al passato, vive nel presente, e si apre al futuro. Un altro importante sodalizio artistico, con lo scrittore uruguayano Horacio Ferrer, produsse l’operetta Maria De Buenos Aires ed altre importanti composizioni come El Pueblo joven, Balada Para un Loco, e Libertango , in cui la musica fu concepita come cornice alla poesia. Per la forza ritmica, per l’intensità espressiva, per l’originalità delle melodie, i tanghi di Piazzolla hanno conquistato fama planetaria, eseguiti dai più grandi solisti ed orchestre nei teatri di tutto il mondo. La sua è una musica che consente l’adattamento agli organici più diversi. Puo’ essere suonata da qualsiasi strumento, da ogni formazione cameristica o sinfonica. I consensi arrivano da molteplici ambienti, ad iniziare dal cinema che, negli anno 70, ha inserito le sue composizioni nelle colonne sonore di ben 40 films. Segnato da una profonda malinconia, dolcissimo e struggente, Oblivion fu composto come colonna sonora del film Enrico IV di Marco Bellocchio. Considerato uno dei capolavori di Piazzolla, il brano ebbe una nomination ai Grammy Awards 1992 come migliore composizione strumentale eseguita dai più grandi artisti in tutto il mondo. Straordinarie sono le interpretazioni di Uto Ughi e di Richard Galliano che, con due diversi strumenti, violino e fisarmonica, riescono a trasmettere al pubblico il carattere introspettivo e meditativo di questa bellissima melodia e, contemporaneamente, traducono in musica il pensiero di Piazzolla: “Penso che ogni compositore debba essere se stesso: Io devo essere Astor Piazzolla. Non sono migliore degli altri, sono io…….La mia musica fa pensare tutti, sia coloro che amano il tango sia coloro che amano la buona musica. Se la mia musica è più elaborata, se è difficile al primo ascolto, ebbene, per tutto ciò mi sono rotto l’anima studiando. Cento volte ho sbattuto contro il muro e cento volte mi sono rialzato. Per questo io sono Astor Piazzolla”.
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