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Ludwig van BEETHOVEN
(Bonn 16.12.1770 - Vienna 26.03.1827)


Sonata n.10 per violino e pianoforte in sol maggiore op. 96

da RL70427 Stereo RCA UGHI-SAWALLISH 1983 di Luigi Bellingardi

Nove anni separano la Decima, e ultima Sonata di Beethoven per violino e pianoforte dalla precedente, cioè dalla Kreutzer: quando fu composta la Sonata n. 10 in sol maggiore op. 96, nell'autunno-dicembre 1812, l'anno che coincise con la disfatta di Napoleone, la produzione beethoveniana era al culmine della sua fioritura, dal momento che già erano stati realizzati tutti e cinque i Concerti per pianoforte, il Concerto per violino, il Fidelio, e otto delle Sinfonie. Pubblicato a Vienna in parti separate di pianoforte e di violino da Steiner nel luglio 1816 con la dedica all'arciduca Rodolfo d'Austria, il manoscritto originale della Decima Sonata è conservato nell'archivio della Pierpont Morgan Library di New York: quanto agli abbozzi, non si hanno notizie precise in merito al I tempo mentre gli appunti relativi ai movimenti successivi si trovano verso il termine del Quaderno Potter e sono stati studiati dal Nottebohm in maniera esauriente.
Beethoven compose la Sonata n. 10 in sol maggiore op. 96 per il violinista francese Pierre Rode, che era stato il miglior allievo di Viotti ed era un virtuoso senza pari al suo tempo; di ritorno da una tournée a Pietroburgo, Rode soggiornò a Vienna nel dicembre 1812, e per lui, per trarre profitto dalla sua presenza nella capitale, Beethoven si affrettò a completare l'ultimo movimento della Sonata alla cui stesura aveva atteso mentre scriveva l'Ottava Sinfonia, in vista della prima esecuzione assoluta che si svolse in un concerto nel palazzo del principe Lobkowitz la sera del 29 dicembre 1812 con Rode all'arco e con l'Arciduca Rodolfo al pianoforte.
E' interessante rileggere il giudizio che appare in proposito sulla "Leipziger Allgemeine Musikalische Zeitung":"Pare che il grande Maestro in questa sua opera recentissima sia tornato alla melodia e in generale a una maggiore serenità…Il lavoro non è scritto superficialmente: le due parti non soltanto sono opportunamente legate, ma ognuna è di notevole effetto, anche se vanno insieme". Il D'Indy ha giudicato "sonata pastorale"la Sonata n. 10 in sol maggiore, pur se in realtà tale attributo spetti al I movimento anziché al lavoro nel suo complesso, segnato altresì dalla perfezione dell'equilibrio strutturale e da un clima espressivo di intima e intensa poesia.
Improntato ad un prevalente carattere idilliaco è il I tempo. Allegro moderato, percorso da qualche variegatura malinconica nella serrata trama degli elementi tematici legati tra loro da evidenti analogie di forma e di contenuto: tutto è dipinto a colori a pastello, morbidi e sognanti.
Tale espressività serena quasi illuminata dalle armonie e dai colori dei raggi solari, si prolunga anche nel II movimento, un nobile Adagio in mi bemolle maggiore, la cui atmosfera sembra prendere respiro e ricchezza poetica da una delle più celestiali melodie mai sbocciate dall'inventiva beethoveniana.
Senza interruzione segue il conciso Allegro-Scherzo del III tempo, in sol minore, di popolaresca e danzante vivezza, per sciogliersi in un animato Trio in mi bemolle maggiore di sapore mozartiano e concludersi nella vigorosa e trillante coda in sol maggiore.
Non meno interessante è il IV movimento, Poco allegretto, nel coerente tracciato di una serie di variazioni che investono il tema in ogni suo elemento strutturale mentre nel Finale, dopo la ricomparsa di una citazione dell'Adagio, è un Presto vigoroso a siglare la Decima e più poetica Sonata per violino e pianoforte di Beethoven.

da AMADEUS Marzo 1994 Di Giorgio Sanguinetti
Sonata in sol maggiore n.10 per violino e pianoforte op. 96
I Allegro moderato
II Adagio espressivo
III Scherzo: Allegro
IV Poco allegretto

Tra la "Kreutzer" e ls "Sonata in sol maggiore", l'ultima sonata per violino composta da Beethoven, pubblicata nel 1816, come op. 96, intercorrono quasi dieci anni: la stesura di questa composizione si colloca infatti tra il 1812 e il 1813.
La Sonata è dedicata all'arciduca Rodolfo d'Asburgo, come il celeberrimo Trio per pianoforte, violino e violoncello op. 97 detto appunto "Trio dell'Aciduca". Rodolfo che accompagnò personalmente al pianoforte il celebre violinista francese Pierre Rode alla prima esecuzione della Sonata, avvenuta a Vienna, nel palazzo del principe Lobkowitz, il 4 gennaio 1813, era in strettissimi rapporti con Beethoven fin da quando, diciottenne, era diventato suo allievo per il pianoforte e la composizione.
Fra l'altro, fu proprio Rodolfo, insieme al principe Lobkowitz e al principe Kinsky, a garantire a Beethoven uno stipendio annuo di 4.000 fiorini - lo storico documento che sancisce questo accordo è datato 1° marzo 1809 - per consentirgli di proseguire la sua attività creativa senza lasciare Vienna, rinunciando al progetto di assumere l'incarico di Kapellmeister a Kassel.
La stima e l'affetto del maestro per il suo nobile allievo sono testimoniate dal numero e dall'importanza delle composizioni che Beethoven gli dedicò: oltre alle due già citate, ricordiamo le sonate per pianoforte op. 81 a "Das Lebewohl" e op. 106 "Hammerklavier", gli ultimi due concerti per pianoforte e orchestra, la Missa solemnis e la Grande fuga op. 133 per quartetto d'archi. Nella Sonata in sol maggiore Beethoven mette da parte il titanismo della "Kreutzer": gli obiettivi sembrano qui essere una perfezione ed un nitore formali di stampo veramente mozartiano.
Il riferimento a Mozart è evidente fin dall'inizio dell'Allegro moderato di apertura [4.1]: un semplice inciso melodico proposto dal violino, subito ripreso dal pianoforte, che pare lontanissimo dalle scultoree proposte tematiche tipicamente beethoveniane.
L'atmosfera lirica prosegue con morbidi arpeggi dei due strumenti; gli energici accordi ribattuti che chiudono il primo gruppo tematico costituiscono un'increspatura solo momentanea, dato che con l'elemento scalare in terzine che apre la transizione [4.2] si ritorna alla tranquillità iniziale.
Il ritmo in terzine, affidato al violino, diviene poi sfondo per il secondo tema [4.3], esposto dal pianoforte e caratterizzato da un vivace ritmo puntato; i due strumenti si scambiano poi le rispettive figurazioni.
La morbida svolta armonica a si bemolle maggiore [4.4] apre una sezione nella quale il materiale precedente è sottoposto a una prima elaborazione, con un ampio crescendo. L'episodio conclusivo [4.5] è basato inizialmente su semplici scale in terzine, poi su una cellula melodica in progressione discendente, ma le terzine rimangono come figura di accompagnamento. Secondo le consuetudini formali del classicismo, l'esposizione viene ritornellata [4.6].
Nello sviluppo [4.7] sono i due elementi dell'episodio conclusivo a dominare la scena;
il ritmo in terzine dà vita ad un rapido crescendo, che si spegne su un piano improvviso, dal quale fa capolino il trillo iniziale del primo tema, che conduce alla ripresa [4.8], simmetrica rispetto all'esposizione tranne che per alcune modifiche al primo gruppo tematico e per l'ovvia riconduzione di tutto il materiale alla tonalità d'impianto.
L'ampia coda [4.9] svolge come spesso in Beethoven, le funzioni di un vero e proprio secondo sviluppo: Beethoven maestro di equilibrio formale, ha conservato per la conclusione l'elaborazione dell'idea tematica principale, che assume così un rilievo maggiore di quanto il suo timido inizio avrebbe potuto far pensare. Il carattere rapsodico e la forma "aperta" sono le peculiarità più evidenti dell'Adagio espressivo", dominato dall'intenso quanto pudico lirismo del motivo principale [5.1], presentato dal solo pianoforte, mentre il violino fa la sua comparsa sommessamente soltanto in zona cadenzale, per poi balzare in primo piano nella seconda parte del tema [5.2], quando l'armonia comincia a muoversi verso la tonalità della sottodominante. La scelta della sottodominante per la sezione contrastante [5.3] può sembrare quanto meno atipica;
Beethoven ha voluto probabilmente sottolineare il carattere lirico del brano evitando l'incremento di tensione tipico della tradizionale modulazione alla dominante.
Una rapida figurazione in semibiscrome del violino, di stampo quasi cadenzale, conduce alla ripresa del motivo principale [5.4], nella quale i due strumenti si scambiano gli elementi tematici rispetto all'esposizione. La ripresa si collega senza fratture a un'ampia coda, nella quale ha grande spicco una figurazione in semibiscrome derivata da quella del violino vista in precedenza.
Il conclusivo tremolo accordale del pianoforte si chiude su un accordo di sesta eccedente che collega direttamente al successivo Scherzo.


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