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Ludwig van BEETHOVEN
(Bonn 16.12.1770 - Vienna 26.03.1827)

Sonata n. 7 per violino e pianoforte in do minore Op. 30 n. 2

da Da RL 70427 stereo RCA UGHI - SAWALLISH 1983 Beethoven sonata Nos. 7
di Luigi Bellingardi

I. Allegro con brio
II. Adagio cantabile
III. Scherzo: Allegro, Trio
IV. Finale: Allegro; Presto

L'iniziale opera beethoveniana per violino e pianoforte, pur con alcune connotazioni spiccatamente personali, era stata influenzata da Mozart, per l'esattezza da quei capolavori che furono le Sonate in si bemolle maggiore K.454, in mi bemolle maggiore K 481 e in la maggiore K 526 e che costituirono il primo perfetto modello di "sonata concertante", in cui lo strumento ad arco non si limitava, come nel passato ad interiezioni o a imitazioni occasionali ma si alternava col pianoforte secondo un paritario principio dialogante. Rispetto a quella produzione , la triade delle Sonate dell'op. 30 cioè la n.6 in la maggiore, la n. 7 in do minore, la n. 8 in sol maggiore rappresenta un momento di transizione, avviando peraltro un primo decisivo passo nella prospettiva di uno stile totalmente affrancato dai modelli settecenteschi, anche dal punto di vista formale.

Composte nel 1802, nell'anno infausto in cui la sordità di Beethoven ebbe a manifestarsi in tutta la sua gravità e quasi contemporanee alla Seconda Sinfonia e alle tre Sonate per pianoforte dell'op. 31 principalmente, le Sonate dell'op. 30 furono pubblicate a Vienna nel maggio-giugno 1803 con la dedica allo Zar Alessandro I di Russia, a cui furono trasmesse per il tramite dell'ambasciatore conte Rasumowsky: pare che lo Zar non abbia dato allora alcun segno di gradimento per tale omaggio e soltanto nel 1814/5, quando soggiornò a Vienna per lo storico congresso, su sollecitazione della zarina Elisabetta , che era ammiratrice della musica di Beethoven, fece consegnare all'autore una ricompensa di 100 ducati ed un anello. Al pari della triade dell'op. 31 per pianoforte, l'opera cruciale dell'op. 30 è la Sonata centrale della raccolta, la n.7 in do minore , il cui manoscritto originale è conservato nel fondo Bodmer della Beethovenhaus mentre numerosi abbozzi si trovano nel Quaderno Kessler, attualmente nel museo della Società degli Amici della Musica di Vienna. La struttura del primo movimento della sonata n. 7 e l'impianto stesso nella tonalità in do minore suggeriscono l'analogia con altri lavori di poco precedenti, come il Quartetto n. 4 op. 18 e il Terzo Concerto per piano e orchestra. Si ravvisano inoltre nella Sonata in do minore altri caratteri del tutto peculiari e che segnano lo strabiliante contrasto di questa composizione rispetto alla produzione anteriore, come la cupa e minacciosa energia e il vigore drammatico, tesi a forzare dall'interno gli abituali schemi formali, l'articolazione quasi sinfonica in quattro tempi. l'assoluta originalità di alcune formule strumentali tra cui i passaggi in "staccato martellato" , le irruenti scale, le sovrapposizioni di lunghe linee melodiche a tempestose figurazioni del basso nonché certi insoliti tratti percussivi o declamatori.
Le innovazioni più sintomatiche della Sonata in do minore sono individuabili nei suoi movimenti esterni, cioè nell'iniziale Allegro con brio e nel conclusivo Finale, Allegro. In sede di sommaria analisi si colgono nell'ampio primo tempo novità strutturali del tutto singolari come l'eliminazione della ripetizione integrale dell'esposizione, l'aggancio della fine dell'esposizione all'inizio dello sviluppo per il tramite di una transizione volta a prolungare la tensione emotiva d'avvio, la brevità dello sviluppo e, per contro, dopo la riesposizione, l'ampiezza della coda, siglata dalla perentoria affermazione del tema d'apertura. Apparentemente semplice nella sua articolata tematica, l'Adagio cantabile, improntato ad una vena elegiaca "dolce, velata, molto nobile" - secondo l'opinione di Berlioz - si pone in evidenza per la varietà dell'elaborazione oltre a contemplare nell'estesa coda la felice combinazione di una nuova frase con frammenti del tema principale e con rapidi passaggi in piccole scale.
Nello Scherzo si ascoltano inaspettati spostamenti di accenti che saranno tipici di analoghi movimenti della successiva produzione beethoveniana, mentre il Trio, nella medesima tonalità di do maggiore, si dipana a canone tra il violino e il pianoforte nel registro basso.
Marcato da una fortissima tensione espressiva è il Finale sin dal tema introduttivo in cui si enucleano due elementi, il primo ritmico e il secondo chiaramente melodico, nel contesto di un movimento che combina assieme la forma-sonata con lo schema del rondò.
Ed egualmente insolita e nuova, anche nel finale, è la coda che corona la Sonata in do minore con un Presto dall'incedere violento e affannoso.

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