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Antonin DVORAK
(Nelahozeves,Boemia 8.09.1841 - Praga 1.05.1904)

Concerto in la minore per violno ed orchestra op. 53Durata: 35' circa

Allegro ma non troppo
Adagio ma non troppo
Finale: Allegro giocoso ma non troppo

di GianLuigi Mattietti:
Violinista ammirato in tutta Europa per il suo grande virtuosismo, Joseph Joachim fu anche un punto di riferimento per molti compositori, sempre prodigo di consigli sulle tecniche del violino e degli altri strumenti dell'orchestra
Per lui Brahms aveva composto nel 1878 (e successivamebnte ritoccato, dietro i suoi suggerimenti) il Concerto per violino in re maggiore op. 77; per lui, un anno dopo scrisse un Concerto anche Antonin Dvorak che proprio in quegli anni aveva cominciato a conoscere la celebrità, grazie soprattutto alla stima ed all'appoggio di Brahms (che lo aveva sostenuto nell'assegnazione di una borsa di studio,lo aveva raccomandato all'editore Simrock, lo aveva proposto allo stesso Joachim).
Dvorak che aveva da poco portato a termine la prima serie delle Danze Slave, si cimentò con grande entusiasmo nella composizone del suo Concerto per violino in la minore op. 53 che completò in pochissimo tempo, tra il luglio e il settembre 1879.
Ma a Joachim che pure aveva imparato ad amare la musica di Dvorak, eseguendone proprio quell'anno, alcuni lavori cameristici, il pezzo non piacque.

Secondo una lettera del compositore a Simrock, il concerto rimase per due anni nelle mani di Joachim, poi fu restituito con una grande quantità di correzioni non solo nella parte solistica ma anche in quelle orchestrali: i principali rilievi di Joachim furono la struttura anticonvenzionale, non c'è introduzione, il primo e il secondo movimento sono collegati da una breve transizone), la sua pesante orchestrazione, e il finale troppo popolareggiante.
Benchè Dvorak avesse accettato questi suggerimenti e preparato una nuova versione del Concerto nel 1882 (quanto le modifiche si distinguessero dall'originale è impossibile dirlo), anche questa versione non convinse il violinista.

E Dvorak, offeso, rifiutò alla fine di affidargli la prima del Concerto, che fu eseguito a Praga il 14 ottobre 1883, da Frantisek Oudricek sotto la direzione di Moric Auger.

Per la sua ricchezza di espressioni, l'intenso lirismo, l'invenzione armonica, la finezza delle idee, il concerto per violino divenne in breve tempo una delle composizioni piu' popolari di Dvorak, insieme alla Sinfonia n. 9 e al Concerto per violoncello.

Meno sviluppato del Concerto per pianoforte, mostra però i tratti più tipici del linguaggio musicale del compositore ceco, e tutto il materiale tematico, nonostante qualche reminiscenza del Concerto di Brahms, e del Concerto in sol minore di Bruch (composto anch'esso per Joachim) ha una profonda impronta slava, la stessa che emergerà nella sinfonia in re maggiore del 1880.

Il primo movimento Allegro ma non troppo è un ibrido tra forma-sonata e Rondò che genera un eloquio libero e fantasioso, molto spontaneo, ricco di spunti melodici.

Anche la parte del solista pare mossa da un estro improvvisatorio, nella sua esplorazione delle diverse possibilità del violino, ma non alla ricerca dell'effetto virtuosistico, bensì di un melodizzare sempre plastico ed espressivo, che testimonia anche la profonda conoscenza che Dvorak aveva dello strumento.

Il carattere energico della scrittura orchestrale, pieno di slanci e di contrasti, è ammorbidito da ampie venature di lirismo, e da un perfetto dosaggio dei pesi che permette di lasciare il violino sempre in risalto.

Introdotto da un breve "sipario" dell'orchestra il tema principale viene esposto alternativamente dal solista e da tutta l'orchestra.

Dopo lo sviluppo, privo di un intenso lavoro motivico, la ripresa è accorciata per lasciare spazio ad un breve espisodio di tredici battute (Quasi moderato dove il violino solo si intreccia con altri strumenti in una delicata trama polifonica) che funge da cerniera con il secondo movimento.

L'Adagio ma non troppo, in fa maggiore, che si apre con una melodia espressiva del solista (in 3/8) accompagnata da viole, violoncelli e fagotti, è legato al primo movimento non solo dall'assenza di cesure, ma anche da analoghe matrici tematiche che però qui acquistano un contegno squisitamente cantabile: è in effetti una specie di Romanza che ruota intorno ad un'ampia melodia del violino, dal carattere molto intimistico e malinconico, interrotta però da alcuni episodi piu' mossi, e sostenuta da efficaci contrasti tonali e timbrici (come la ripresa in la bemolle maggiore, affidata ai legni sullo sfondo di fanfara delle trombe).

Il movimento finale (Allegro giocoso, ma non troppo) in la maggiore è quello più connotato in senso folklorico. Nella sua scrittura dal tono trascinante e gioioso, con le sortite virtuosistiche del violino, si fondono ancora elementi sonatistici con la forma del Rondo' (con quattro intermezzi nelle tonalità diverse.
E nel suo incalzante ritmo di danza (in 3/8) si mescolano elementi tipicamente slavi: il tema principale e quello sussidiario sono in ritmo furiant (danza popolare boema dall'andamento rapido e dalla caratteristica ambiguità tra ritmo binario e ternario), mentre l'episodio centrale in re minore è una nostalgica dumka (genere di canto popolare slavo di origine ucraina, dal carattere narrativo), sottolineato dal pizzicato delle viole e violoncelli.


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