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| Christoph Willibald GLUCK (Erasbach, Alto palatinato 1714 - Vienna 1787) Dall'Orfeo Clicca qui se vuoi vedere e sentire Uto Ughi con Alessandro Specchi,
mentre interpretano un brano tratto dall'Orfeo di Gluckdi Saura Pellegrini Nel 1745 Haendel, non favorevolmente colpito da Gluck, disse di lui: “Non sa di contrappunto più del mio cuoco Waltz”. Al contrario, la grandiosa semplicità del modello teatrale di Haendel ed in particolare l’uso drammatico del coro colpirono profondamente Gluck, lasciando un’impronta destinata dare i suoi frutti negli anni successivi quando, a seguito dell’incontro con il librettista italiano Ranieri de’ Calzabigi, il compositore iniziò a scrivere Orfeo ed Euridice. L’opera, in 3 atti, fu rappresentata in prima assoluta al Burgtheater di Vienna il 5 ottobre 1762. Una seconda versione, in lingua francese, debuttò a Parigi il 2 agosto 1776. La ricchezza dei motivi e l’intensità timbrica ne fanno l’opera piu’ nota e riuscita di Gluck, e costituisce il primo fondamentale traguardo di quella che fu definita la riforma gluckiana. Classicamente formale ma emotivamente intensa, segna il tramonto delle stravaganze e dei modi rococo’ settecenteschi a favore della naturalezza e di una nuova purezza espressiva, con l’intima partecipazione del musicista ai sentimenti espressi dalla musica. Il melodramma riacquista una dimensione più naturale, con un equilibrato rapporto fra parole, musica, teatro, danza, e situazione psicologica dei personaggi (solo nel canto gregoriano piu’ di mille anni prima c’e’ questa perfetta simbiosi tra parole e musica). Il numero ridotto dei personaggi (Orfeo, Euridice, Amore), la semplificazione della trama, la scomparsa della differenza fra recitativo e aria, la creazione di un’unica dimensione musicale ed il limitato uso delle danze rispondono a tale intento riformistico a cui successivamente si ispirarono anche Mozart, Wagner e Weber. Sentimenti, impulsi e passioni messe a nudo, la fragilità dell’uomo, felicità e dolore, speranza e disperazione, determinazione e dubbio, amore e solitudine: tutto questo è Orfeo ed Euridice di Gluck. Un viaggio nell’animo umano che conduce a cio’ che piu’ di ogni altra cosa e’ temuta: la morte, e il desiderio di vittoria sulla morte. L’urlo lancinante “Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben ? Dopo la seconda morte di Euridice, questo passo è espresso con un dolore dolcissimo che le note di Gluck riescono a rappresentare in modo tangibile. Nel tragico attimo in cui Orfeo si rende conto della perdita del suo amore, il pathos raggiunge le stelle, il grido di dolore squassa gli inferi, la scena tocca l’anima. Il finale di Gluck si discosta dal crudele epilogo del mito greco: Euridice viene restituita di nuovo viva al suo sposo. Orfeo decide di togliersi la vita ma interviene Amore: gli dei commosssi gli restituiranno Euridice . L’ultimo quadro celebra il lieto fine in un magnifico tempio dedicato ad Amore. Il mito di Orfeo, cantore solitario che con la sua lira incanta e seduce sia le creature terrene che quelle d’oltretomba, nel corso dei secoli ha acceso la fantasia di poeti, pittori, musicisti , uomini di teatro. Numerosissimi sono i dipinti, le sculture, le poesie, che testimoniano il magico connubio tra il mito e l’arte. Ma è soprattutto nella musica che Orfeo ha avuto la sua grande fortuna, essendo stato oggetto di innumerevoli versioni musicali, tra cui Monteverdi, Haydn, Liszt, Offenbach, Stravinskij, ed il più contemporaneo Vinicius de Moraes che ha ispirato il film di Marcel Camus Orfeo negro. La prima versione, composta da Claudio Monteverdi, inventore del melodramma, fu rappresentata nel febbraio del 1607 (o 1617?), in occasione del carnevale di Mantova. I toni troppo accorati e languidi di Monteverdi vengono sovvertiti da Offenbach che, con scanzonata ironia presenta una coppia non piu’ esemplare. Lui troppo debole al fascino femminile, lei troppo incline ai giochi amorosi con il pastore Aristeo, che altri non è che il dio Plutone che con l’inganno la trascina nell’oltretomba. Ci chiediamo. Perche’ il mito di Orfeo è stato una così grande fonte di ispirazione per tanti artisti ? Oltre al fatto che questa figura mitologica rappresenta il primo prototipo dell’artista, la ricchezza delle tematiche presenti nel mito rappresentano un’ottima fonte di ispirazione, come il mistero dell’Aldila’, il dualismo tra passione e razionalita’, tra amore e morte, le luci ed ombre dell’umano del destino. Nel campo della pittura e della scultura, cercare di dare una raffigurazione alle sensazioni, alle emozioni, alle passioni, alle suggestioni, ai ricordi e alla fragilità umana, è sempre stata l’aspirazione di molti artisti. Altrettanto evidente è il fascino esercitato da Orfeo in campo letterario. Sin dai tempi dell’antica Grecia la musica si connota come sistema comunicativo che ha il potere di arrivare là dove le parole non arrivano. Orfeo esprime il suo dolore attraverso la musica che diventa cosi’ un vero e proprio linguaggio con il suo contenuto di emotività, cosi’ come il linguaggio verbale possiede il suo contenuto concettuale. Il suo linguaggio musicale solleva dal profondo le emozioni per renderle tangibili. In altre parole, riesce ad esprimere l’ineffabile. Le immani potenzialità comunicative della musica furono discusse da filosofi ed autori romantici , come Hoffmann ed Hegel, in tutto il XIX secolo. Il termine “musica assoluta” dal latino absolutus, significa sciolta, libera dal rapporto con qualunque altra dimensione. In termini hegeliani assoluto significa trascendente, superiore all’umano. Per questa capacità di esprimere l’essenza delle cose, alla musica fu assegnato il posto piu’ alto nella gerarchia delle arti. |
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