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| Wolfgang Amadeus MOZART (Salisburgo 27.01.756 - Vienna 5.12.1791) Violin Concerto in re maggiore KV 271a I Allegro maestoso Mozart non fu soltanto un genio sommo in ogni genere compositivo, fu anche un virtuoso di classe eccelsa sul piano esecutivo. Sin dalla sua prima gioventù, oltre a cimentarsi con bravura all'organo, al clavicembalo e alla viola, Mozart riservò un'attenzione d'elevato profilo al violino anche in conseguenza del fatto che dal novembre 1769, non ancora quattordicenne, era stato nominato "Hofkonzermeister" a Salisburgo, all'orchestra di corte arcivescovile. Frustrato nelle sue ambizioni d'affermarsi professionalmente nell'ambito creativo per il teatro, in Italia come in Germania, Mozart fu costretto in quegli anni a far buon viso alla sorte e ad adattarsi a quanto gli offriva la città natale. Nell'arco di pochi mesi, tra l'aprile e il dicembre del 1775. Mozart scrisse cinque Concerti per violino e orchestra ( K 207, K 211, K 216, K 218 e K 219) a cui indagini musicologiche recenti hanno aggiunto altri due Concerti per violino e orchestra, quello in mi bemolle maggiore K 268 e quello in re maggiore K 271/a, pur se al riguardo gli esegeti dell'opera mozartiana non sono concordi nell'attribuzione indiscussa al Salisburghese nella loro integralità testuale, per la probabile presenza di rimaneggiamenti in epoca successiva, in particolare nella parte solistica. Nell'esecuzione dei suoi cinque Concerti del 1779 Mozart metteva in mostra tutte le sue risorse di virtuoso all'arco (in una lettera del 6 ottobre 1777 egli avrebbe scritto che "tutti sgranavano tanto d'occhi a sentirmi suonare come se fossi il più grande violinista di tutta Europa"), specie nella valorizzazione delle qualità timbriche del violino. Nella doviziosa ricchezza melodica e motivica della musica, coordinata in maniera sinfonica, peraltro, convergono reminiscenze di soluzioni tecniche di Boccherini, Nardini, Pugnani, ecc. e della scuola italiana, assimilazioni di spunti espressivi del repertorio del gusto francese, echi di arie d'opera nei movimenti conclusivi, ma specialmente si evidenziano l'equilibrio formale ed una fluidità e fantasia di fraseggio tipicamente mozartiani. Per quanto attiene in particolare al Concerto in re minore
K 271/a il De Wyzewa & Saint-Foix avanza la supposizione che il manoscritto,
oggi andato perduto, appartenesse al direttore d'orchestra parigino Habeneck
che in una lettera del 1837 precisò che su questa partitura v'erano scritte
le parole "Concerto per violino di W.A.Mozart, Salisburgo, li 16 di luglio
1777". La medesima fonte dà notizia di altre due copie antiche di tale
lavoro, una trascritta dal violinista francese Baillot e l'altra ritrovata
a Berlino nell'archivio del collezionista tedesco Aloys Fuchs. Non è da
escludersi, secondo le osservazioni del Paumgartner e del Gretry, che
il Concerto sia stato rimaneggiato da vari studiosi di scuola francese
che rispetto al caratteristico stile mozartiano, avrebbero ritoccato le
parti solistiche, rendendole più brevi e sintetiche. Ad esempio il tema
principale del solista nell'Allegro maestoso non è sviluppato con la consueta
ampiezza; l'Andante in sol presenta una linea liederistica troppo semplice
mentre nel Rondò finale l'introduzione orchestrale risulta troppo ampia
per lo stile di scrittura praticato da Mozart nel 1777, quando non era
ancora entrato in contatto con l'ambiente musicale di Mannheim. E' probabile
che si tratti quindi della prima stesura di un abbozzo prima abbandonato
o confluito in un'altra realizzazione. Ad ogni modo, sempre secondo il
De Wyzewa & Saint-Foix, pur se l'autenticità mozartiana in tale lavoro
è soltanto parziale, ciò non toglie che in questo Concerto in re minore
si pongano in evidenza una eleganza di tratto e una brillantezza espositiva
di piacevole espressività, specie nel rapporto dialogante tra il solista
e l'orchestra, nella quale figurano, oltre agli archi, due oboi e due
corni. da Guida all'ascolto della musica sinfonica di Giacomo Manzoni Scoperto solo nel 1907, questo Concerto non è forse interamente di Mozart, in quanto si suppone che siano intervenute rielaborazioni posteriori (il manoscritto originale è andato perduto). Ma nessuno potrà mettere in dubbio la paternità mozartiana di quei temi e di quelle melodie che sgorgano fluenti, qui come altrove, dalla fantasia del grande salisburghese. Si noti in particolare la gustosa strumentazione dello scorrevole "Andante" centrale, si noti la spigliatezza del "Rondò" finale (e qui è la presenza di alcuni passaggi al registro sopracuto dello strumento - fino al re - che fa pensare a un posteriore rifacimento ottocentesco) e si avrà ancora davanti una pagina di impronta squisitamente mozartiana, anche se non tra le più eccelse che egli abbia concepito. (Durata 30 minuti). |
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