|
||
|
| Franz SCHUBERT (Liechtenthal, Vienna 31.01.1797 - Vienna 19.11.1828) Ottetto in fa maggiore op.posth.166 D 803 dalla Locandina di Serate Musicali 10.3.2003 Adagio-Allegro Adagio Allegro vivace Andante Minuetto con Trio Andante molto-Allegro Quando nel 1824 il conte Ferdinand Troyer, clarinettista dilettante nonchè intendente dell'arcidua Rodolfo, diede mandato a Franz Schubert di scrivere un Ottetto con strumenti ad arco e fiati, le intenzioni (anche se non ben specificate) erano palesi. Realizzare un'opera che rispecchiasse la fragranza tematica, la leggerezza sublime ed il gusto classico del popolarissimo Settimino di Beethoven. Per i viennesi purosangue, il Settimino incarnava semplicemente il massimo della perfezione e della purezza di stile alla quale un genio come Beethoven potesse aspirare. Molti di coloro in verità (come ad esempio il Carpani, fra i primi biografi di Haydn) si erano sentiti traditi da quella complessità linguistico costruttiva sopraggiunta negli anni successivi , che contraddiceva lo sfoggio di buon maniere, il sorriso giocoso e l'artigianato sublime del primo Beethoven. E lo stesso autore aveva finito per infastidirsi di fronte a questa valutazione eccessiva di una serenata dal profumo ancora settecentesco, a fronte del grandioso potenziale di idee fatto lievitare nelle ultime Sonate per pianoforte e nelle Sinfonie. A detta di Czerny, parlando della sua creatura fortunata (concepita a cavallo dei due secoli fra il 1799 e gli inizi del 1800) il maestro di Bonn diceva di "non poterla più sopportare e di adirarsi del successo, che universalmente riscuoteva". Ad ogni buon conto supporre una serenata in uno stile liberamente settecentesco doveva essere un'operazione diversa a seconda del periodo storico. Se con Beethoven il ritorno alle compiaciute sonorità strumentali della musica in plein air aveva assunto un ineluttabile risvolto demodè e il carattere di una nostalgica rievocazione galante - omaggio alla florida tradizione dei concerti musicali all'aperto, sul fondale pittoresco di qualche magnifico giardino all'italiana illuminato dalle torce romane, brulicante magari di aristocratici e nobildonne - con Schubert, in pieno Ottocento, l'adesione al gusto delle serenata finiva per contaminarsi con altri filoni musicali. E' per questo che nonostante la configurazione di movimenti disposti nel solco della suite campestre fra allusioni militari, minuetti danzando e rondò, l'Ottetto non figura come ricalco di uno stile , ne' tanto meno come "parodia" di una forma in auge nel secolo precedente, ma come un capolavoro assoluto, nel quale coabitano "anime diverse". La vena di nostalgia dell'Eden, smarrito delle serenate, dei notturni e delle cassazioni all'aria aperta si innesta sul terreno imborghesito e "cittadino" della musica da camera e del sinfonismo, allargando il proprio orizzonte espressivo. Ecco allora che la felicissima commistione di questi tre elementi dosa miracolosamente tutti gli elementi di bellezza e di estremo struggimento di questa pagina schubertiana. Basta sfogliare la partitura, o leggersela al pianoforte, per capire tante cose. La similitudine "lontana" con la "Gran partita" di Mozart e "vicina" con il Settimino di Beethoven - il piano tonale pressocchè identico,la successione analoga di sei movimenti legati tra loro da un elemento tematico comune (la cellula del ritmo puntato dell'introduzione), persino una strumentazione in cui l'unica, leggera modifica è il raddoppio del violino - si frammischia così ad altre esperienze di linguaggio. Impossibile, ad esempio, non cogliere nello spiccato ruolo solistico affidato al clarinetto, il senso di appartenenza profonda allo spirito dialogante del repertorio da camera; difficile anche passare sotto silenzio il respiro di certi passaggi come l'apertura dell'ultimo movimento (Andante molto), con quei tremoli degli archi e quegli smorzamenti improvvisi (dal ff al pp) che vogliono prefigurare un'atmosfera carica di folgorante tensione sinfonica, tracciando uno studio preparatorio alla più vasta dimensione orchestrale. D'altra parte, le implicite risorse offerte dal panorama musicale viennese, non potevano non indurre Schubert a sperimentare nuove coraggiose soluzioni, pur se formulate in un periodo alquanto difficile. Il 1824, l'anno dell'Ottetto, doveva profilarsi infatti come una fase piuttosto oscura, segnata nel profondo dalle sofferenze dell'infezione sifilidea, come anche dalle cocenti delusioni per gli insuccessi riportati nel teatro musicale e dalle conseguenti difficoltà di ordine finanziario: "Immaginati un povero diavolo in cui la salute non si ristabilirà mai più.....al quale le esperienze più brillanti sono andate in fumo, dove le gioie dell'amore e dell'amicizia, non hanno causato che sofferenza e dolore, e in cui l'entusiasmo si estingue - scrive in una lettera del 31 marzo 1824, per aggiungere con un accenno ancora più accorato: "Ogni notte quando mi addormento, mi auguro di non rivegliarmi più". Tanta amarezza, tanto dolore profondo trovano alloggio in una musica dai molteplici risvolti. Tragica, palpitante di infinito struggimento interiore, ma a tratti anche liricissima, quasi rasserenata nelle sua inebriante dolcezza. l'Ottetto prese forma nel febbraio 1824 e venne eseguito in privato, a casa del conte Troyer, nella primavera dello stesso anno, con il fido Schuppanzigh al primo violino, Linke al violoncello e lo stesso conte al clarinetto. Il passaggio in una sala di concerto pubblica avvenne soltanto tre anni più tardi, il 16 aprile 1827, in occasione di un concerto di Schuppanzigh che prevedeva anche l'esecuzione del ciclo liederistico "All'immortale amata" di Beethoven. Ma come si è verificato con le musiche di Schubert, la buona accoglienza del pubblico non fu sufficiente a convincere un editore a diffonderlo a mezzo stampa. Così l'Ottetto ricevette l'onore della pubblicazione soltanto molti anni più tardi, nel 1853 (ad opera di Spina) sia pure in una versione ridotta e priva del quarto e del quinto movimento, quasi a volerlo ingabbiare in una fantomatica ed inesistente architettura di sonata. Si dovette pertanto aspettare un altro ventennio , esattamente il 1875, per vedere messo in vendita l'esemplare d'origine, ripreso dalle stamperie viennesi di Friedrich Schreiber nella forma che conosciamo: un Adagio - Allegro , l'Adagio, l'Allegro vivace, l'Andante, il Minuetto con trio, e l'Andante molto che precede l'Allegro conclusivo. Il germe dell'opera è tutto contenuto nei lenti e striscianti passaggi in semitono che aprono l'Adagio con l'inciso del ritmo puntato che contamina le altre pagine a partire dal movimento successivo: un Allegro solidamente impiantato sugli squilibri sonatistici che scorre fra echi campestri del corno, insinuanti passaggi solistici del clarinetto e allusioni orchestrali del quintetto d'archi. Cullante, etereo e dolcissimo è il secondo episodio:un Adagio in ritmo di barcarola, 6/8, che lascia al clarinetto il compito di porgere con enfasi commossa la melodia. I modi tipici dello Scherzo beethoveniano imprimono il terzo movimento di una scattante ed ardente impulsività, appena sopita dalla pacatezza del Trio, dove aleggia lo spirito del Landler (con tanto di linea contrappuntata nei bassi del violoncello.) Ma il cuore di tutto l'Ottetto è probabimente riposto nella grazia del tema e nella abilità delle successive variazioni che occupano lo spazio del quarto movimento , l'Andante. Il soggetto melodico, preso a prestito da un proprio Singspiegel scritto nel 1815 (Die Freunde von Salamanka) è un delizioso andantino amoroso elaborato con modi e caratteri disparati. Nell'ordine si susseguono la terzina saettante del primo violino (prima variazione), un andamento su ritmo puntato (seconda), un insieme di figurazioni in trentaduesimi (terza), la giocosità negli incastri del ritmo sincopato (quarta) fino al patetismo in tonalità minore (quinta), al ruolo concertante del clarinetto (sesta)e infine alla giocosità popolaresca (nella settima) per concludere la parabola in una coda appena sussurrata che riprende la radice del tema. Si giunge così al delizioso e malinconico Minuetto con Trio, la cui solarità bucolica viene interrotta dalle oscure e minacciose atmosfere dell' Andante molto. Fremiti drammatici ed accenti declamatori fanno via via posto alla giocosa rotondità e alla turbinante fluidità dell'Allegro conclusivo: in rondò che ristabilisce la giusta dose di divertissement, non senza altre subitanee concessioni al patetismo doloroso ed intenso. |
|||
|