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| ORSO IPATO - DEODATO
tratto da "I Dogi Storia e Segreti di Claudio Rendina - Nel clima di rivolta esploso in varie zone d'Italia a seguito della lotta dichiarata dall'Imperatore Leone III al culto delle immagini che aveva determinato anche la morte dell'esarca Paolo, tra i Venetici prendono il sopravvento le forze anticonoclaste. Nel vivo di tumulti e disordini non è certo il popolo a poter regolare la situazione, ma l'esercito; ed è proprio da un pronunciamento militare che risulta eletto nel 727 il nuovo doge nella persona di Orso. E' un venetico autentico e scegliendo lui le truppe ammutinate della Venezia marittima per la prima volta esprimono una forma concreta di autonomia, entrando in polemica con il potere centrale. Vogliono dimostrare il loro valore; e così quando i Longobardi assalgono l'Esarcato e la Pentapoli e s'impadroniscono di Ravenna, mettendo in fuga l'esarca Eutichio che si rifugia ad Eraclea, il nuovo doge rompe ogni indugio. Mette da parte i rapporti amichevoli con i Longobardi, definiti dal trattato di Paoluccio Anafesto e, armata la flotta, si porta con rapidità su Ravenna, parallelamente ad un'azione operata sulla terraferma dalle scarse truppe di Eutichio. Ravenna viene liberata: è il 729. Si tratta della prima vittoria militare riportata dai Venetici, tale da poter avere risonanza in tutta Italia, ma costituisce inoltre un trionfo personale di Orso. E per il doge arriva da Bisanzio l'onorificenza di "ipato" cioè il titolo di console che i cronisti avrebbero poi aggiunto come cognome di famiglia ad Orso, facendo derivare dai suoi discendenti le famiglie degli Orseolo, dei Dandolo e dei Bragadin. Ma l'onorificienza è assegnata da Bisanzio più per mantenere calme le acque della laguna che per una precisa convinzione del giusto operare di Orso come doge; Eraclea è sconvolta dagli scontri tra iconoclasti e non, mentre resta incombente il desiderio di espansione longobarda verso l'Adriatico. L'imperatore bizantino vigila e per Orso, come è arrivato l'onore del consolato, dopo dieci anni di dogado arriva anche la morte; viene ucciso da "acre livore", annota il diacono Giovanni, mascherando un "giallo" in piena regola, architettato probabilmente contro una persona che gradatamente cresceva d'importanza, ovvero tramava per un distacco da Bisanzio. L'esarca, che ha trovato rifugio presso l'ipato, scopre infatti le sue losche trame in combutta con il re longobardo Liutprando e lo fa elminare nel 737. In ogni caso la scomparsa di Orso rimane un "giallo" non ben definito nei particolari e tale da poter alimentare la fantasia di scrittori, sia pur di modesto calibro. Giovanni Pindemonte, il fratello del più famoso Ippolito, lo rappresenta come un tiranno ucciso dal furore popolare in una tragedia del 1797; non gli è da meno con una scarica di romanticismo risorgimentale Anton Giuseppe Spinelli in una breve tragedia lirica del 1854. DIODATO (742-756) Ma il "giallo" continua negli anni successivi alla morte di Orso: c'è un breve ritorno al regime dei magistri militum, protrattosi per cinque anni, che rappresenta una sorta d'inversione di tendenza. La svolta centralistica ha trovato evidentemente i Venetici impreparati ad una affermazione definitiva; si alternano al potere annualmente, da Leone Domenico a Felice Cornicola, da Orso Diodato a Gioviano, insignito da Bisanzio del titolo di "ipato" per essere riuscito nell'impresa di rimettere l'esarca nella sua sede di Ravenna. L'ultimo magister, Giovanni Fabriciaco, ovvero "febbricitante" non morì però vittima di qualche influenza violenta, come il soprannome farebbe pensare, ma fu abbacinato e scacciato; una fine che avrebbero fatto altri al potere dopo di lui. Comunque, tolto di mezzo questo "febbricitante" Giovanni, si ritornò al sistema dogale che non sarebbe stato più abbandonato fino al 1797; evacuata Eraclea, la sede governativa si trasferì nell'isola di Malamocco, quasi a significare l'inizio di una nuova era. E lì fu eletto nel 742 l'ex magister militum Diodato o Teodato, ben visto dai Bizantini che lo gratificarono subito col titolo di ipato, al solito elevato da alcuni cronisti a cognome. Un'elezione che rispecchia sotto certi aspetti un compromesso, proprio perchè questo ipato-doge, racchiude in sè, come ha ben osservato Gherardo Ortalli, una "duplicità di funzioni": l'una derivantegli dall'autorità sovrana dell'impero e, insieme, l'altra riconosciutagli dalla volontà locale". Ma l'espressione di un'autonomia che si va facendo sempre più ampia, parallelamente alla permanenza della Venezia marittima nella solidarietà con Bisanzio, corre evidentemente sul filo di un rasoio. E' quanto mai difficile l'equilibrio; basta cedere coi Longobardi, perchè il "rapporto di reciproco interesse" in cui Venezia e Bisanzio coesistono, s'incrini. E' ciò che accade a Diodato; dopo aver fatto tanto per rendere stabile il suo governo nel rapporto "esterno" costruendo tra l'altro il castello di Brondolo come difesa entroterra dai Longobardi, ma anche valido punto di controllo lungo la linea marittima tra Ravenna e la laguna, finisce per compromettersi con il re Longobardo Astolfo, che nel 751 conquista Ravenna e l'Esarcato. Diodato non interviene in difesa dell'esarca e rinnova l'antico trattato concluso tra Paoluccio e Liutprando. Arrivano i Franchi di Pipino e per Astolfo è la fine; tra i Venetici c'è aria di fronda e un certo Galla, un tipo "infido" secondo il diacono Giovanni, uno "scellerato" al dire di Andrea Dandolo, si fa interprete del risentimento bizantino. Diodato viene deposto e abbacinato nel 756. |
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