sito amatoriale

HOME Informazioni


UTO UGHI(Clicca sul nome)




di Enrico Cavallotti
(tratto dal libretto del CD MENDELSSOHN - PAGANINI - UTO UGHI violinista, BMG 1998
)

Dopo aver assistito ad un concerto, il musicologo Massimo Mila, notoriamente sennato e parco d'encomi critrici, ebbe ad annotare sul suo quotidiano torinese: "Come fa questo benedetto uomo a suonare ogni volta meglio della precedente, quando già era sembrato il non plus ultra?". Un fenomeno musicale senz'altro fuor dell'ordinario: ed anche un tantino inquietante. Che per caso si trattasse, e si tratti a tutt'oggi, del parto di una stregonerìa? metti, di un inconfessabile e sulfureo patto stretto da quell'insospettabile "benedetto uomo" con il demonio?....

Ad essere schietti, gli elementi attualmente in nostro possesso ci farebbero inclinare ad una risposta affatto negativa.
E del resto, basterebbe osservarlo un attimo che subito t'avvedresti dell'innocenza fanciullesca che campeggia sul candido volto e negli occhi azzurri (?) di Uto Ughi.
Il quale è persona di squisita signorilità, dai tratti aristocratici e dai modi assai cortesi: fin cerimoniosi delle volte, come atti di una timidezza quale ne' il tacito fluire dell'età ne' le acquisite e calorose glorie dell'arte abbiano saputo sfumare.
Beninteso: una timidezza pubblica, ufficiale, da proscenio, giacchè nella sfera privata, ad esempio nell'amichevole e franco discorrere con lui, ed anche in imprecedute circostanze, l'artista rivela un carattere bohèmien: individualista impenitente:tempra di ribelle byroniano, indole rigorosa d'acute insofferenze, larghi malumori e puntute ironie verso i luoghi comuni del vivere e più, verso le ribalderie e gli schiocchezzai che appestano la vita musicale italica, e non solo quella: verso non pochi degl'innumerevoli compositori, critici e ciurmatori che s'industriano di condizionarla.

Non è da valutarsi così tanto raro, nella storia della vita musicale moderna, l'apparizione del celebre interprete. Natura e talento coltivato con perizia sogliono stipulare accordi per concederla. più straordinario evento è l'apparizione di un interprete che faccia dono totale della propria grandezza a quanti l'ascoltano: si che fra musicista ed udienza, diciamo fra musicista e cuore di popolo....., la comunicazione d'arte risulti radicale e giocosa: senz'alcuno scarto.

Ad Uto Ughi la sorte l'ha conceduto, ché quando il violinista lombardo suona, la gente si sente trasfusa in quella maniera di suonare.
Se vogliamo, è un po' quanto già auspicava Plotino: l'abolizione dell'alterità tra colui che vede e la cosa vista, secondo un processo che. traverso l'asosluta dedizione del primo alla seconda, perviene alla loro imperfettibile identificazione.
La gente avverte che la sensibilità del maestro lombardo risponde alla propria. In una sorta di stato ideale, avverte, che quel veleggiare con la complicità del violino , quel percorrere in un'aurea di fatagione sonora talune delle emozioni di segno universale: quella pittura adamantina, casta insieme ed accesa, del sentimento, fanno da specchio e danno voce alle istanze emotive che vibrano potenti, ancorchè confuse, nei nostri penetrali.

Ed ambirebbero tali nostre istanze, ad emergere: ricomporsi ed acconciarsi in bella imagine, ovvero in atto estetico decisivo, ovvero in formulazione verbale: in un'espressione competente e familiare al nostro mondo interiore, cui la vilesca vita quotidiana erge scandalosi ostacoli e tarpa le ali con grettezza affatto riprovevole.

Poichè vero è che l'obbiettivo artistico e segnatamente l'ufficio morale dell'interprete - del grande interprete - non s'adempiono nel forgiare in vita di suoni, con meticoloso e ragionaresco e pur plausibile esattezza, la muta ressa delle note appennicate sul pentagramma, ma ben più in là, nel render liete le anime dei mortali. Il savio Bonaventura da Bagnoregio complimentava proprio quanti non si limitano ad assumere la realtà - nel caso nostro la poesia - secondo un ordine razionale di mera intellettualità, ma impiegano l'anima per apprenderla, si che essa realtà esibisca loro una forza, una suggestione ed una verità infinitamente maggiori dell'ordinario.

E circa la letizia dell'anima scrissi una volta, con paragone di sicuro improprio, che il suono violinistico di Uto Ughi - immagino allievo di Hubermann - Menuhin, Milstein, Stern - sembrava sovente evocare i forbiti e rosei colori dell'aurora: prossimo ad essi quel senso effuso di delicata letizia e di cristallina purezza che originate nel profondo della sensibilità e della dovizia delle istanze spirituali che agitano il musicista, affiorano e si espandono in una realtà di canto signoreggiato da supremo equilibrio. Non è impresa ardua per un interprete dar sfogo impetuoso agli incendo del pathos soprattuto se spinto e quindi travolto dal compiaciuto e triviale maneggio d'una tecnica trascendentale.

Come per altro verso è facile, e fatale, scivolare nell'esasperazione lirica ed introspettiva, ove venga ad offuscarsi nel musicante la vigile coscienza della misura espressiva.

Ad Ughi è per contro riservata la virtù di una vivacissima vibrazione del sentire che s'accresce ed infine compie nella castità della sua cifra sonora.

Allora l'emozione e la possanza dell'interpretazione, anzichè sciattarsi in melensi e volgari ingorghi o, viceversa, vanire in esangui estenuazioni, si permeano ed ammantano di quell'aristocratico garbo d'accenti il quale intreccia e fonde le divine qualità del riserbo e del pudore all'esaustiva interezza dei contenuti.

Vorrei asserire che dal violino di Uto Ughi discendono in un gagliardo pullulare dei sogni e la pace serafica di una dignità mai insidiata: la minuziosa e preziosa disponibilità delle ebbrezze ed insieme il sorriso disteso di un'aurea classicità che quelle lusinga ed accheta: ossia la pulsione di una vena drammatica che s'immette e scorre nell'alveo d'una fumosa compostezza d'eloquio.

ad Ughi piace di suonare con avvenente e scenografica brillantezza, non v'è dubbio, ma non per ciò si attenua una paradrammatica costumatezza di portamento.

Egli è risoluto nell'incedere ed inflessibile nelle proposizioni,ma pure privilegia un'ariosa bellezza nella lettura e resa testuale, che non imbratta di aridi compiacimenti intellettualistici ne' delle insulse astrazioni d'una ghiaccia notomia filologica: oggi, ahinoi, sciaguratissimamente invalsa.

Il suo suonatore è fascinoso per lo spirito di leggerezza che lo muove e corrusca: per l'aereo fantasticare peraltro inscritto nell'ambito di una logica sistemazione e d'una fervida scolpitura del discorso musicale.

Questa elasticità d'atteggiamenti e l'agio, e la sorprendente prontezza del portarsi e trascolorare lungo le varie contrade emotive, assumendo e fissando, d'ognuna d'esse, l'incantevole centro, fa si che il suonare del maestro assorba ed espliciti i profumi di tutte e quattro le stagioni: ed i loro frutti.

Prediletti da Uto Ughi sono i sommi compositori, da Mozart a Mendelssohn, da Brahms a Paganini, da Berg a Bartok - ma oltre no, chè gli autori del postremo Novecento sono, a suo avviso, come morti allo strumento ad arco: condannati a precipite corsa verso il silenzio del Bello: verso la rabbrividente sfigurazione dell'Armonia.

Prendiamo il suo Bach. L'ascoltiamo snodarsi fra fasti solenni: indisturbato dalle madornali insidie di tecnica che - tutte risolte a priori - dichiarano di norma e palesano impietose la mediocrità o l'impotenza della folla dei violinisti catapultati nelle gigantesche reti del compositore tedesco: tanto estatico quanto proibitivo a rendersi nell'ineludibile precisione dell'eloquio: nella pienezza d'emozione.

Dal Bach di Ughi conseguimento d'un volo dell'immaginazione e di tecnica granitica, sprigiona un formidabile sinfonismo radicato nell'impeccabile ordine formale che gli è proprio, nel rigore strutturale in che svettano le cupole della maestosità barocca e s'impongono le gravi tensioni contrappuntistiche, le calibrate ornamentazioni poetiche dei contenuti espressivi.


Ma dalla metafisica creazione bachiana, l'interprete sa recarsi d'un balzo agli ondulati campi vivaldiani: a tratteggiarvi la festa nostrana di una sensuosità salubre e procace, nel subisso di ritmi nervosi ed ilari melodie: danza scintillante, tra eccitati chiaroscuri d'una cifra che diresti quasi "espressionista".

E dopo Vivaldi un Mozart in chiave apollinea e morbida: raffigurazione suasiva del decoro della civiltà illuministica colta al suo fulgore. E' l'apollineo venato, in punta d'arco, d'ambiguo sorriso od adombrato dalla finitezza del fraseggio in un altissimo e melanconico sospiro d'elegia.

Non già che difettino questo a Mozart i repentini slanci all'insegna di romantiche incantagioni e fin di talune stregherie, grazie a sottili astuzie e recondite acrobazie interpretative: tuttavia si traducono in petulanti fughe stilistiche in avanti: nelle utopie patetiche della Romantik.

Al paro sono quelle nuances mozartiane di galanteria squisita, da Ughi piuttosto conformate all'intimità d'un raffinato contenuto che al gesto charmant d'una salottiera vanità.

Va da sè che le ingorde e sinistre vampe del Concerto di CiaiKovski e l'eroico umanesimo di quello di Beethoven sono, l'une e l'altro, generosamente appagati dall'inesauribile cavata del violinista: ma desidero soffermarmi sull'analisi e lettura della Sonata beethoveniana in fa maggiore op. 24 ("Primavera"), che il tema d'apertura, fra le cose davvero più adorabili ed eleganti di questo mondo, e dal'interprete rivisitato con grazia ed inviolata beatitudine, commiste ad un soffio di tristezza, come accade quando cade la barriera fra il rigoglio del puro sentimento estetico ed il peso della materia.

Ed accennerò qui alla serica levigatezza prodigata nel Concerto di Meldelssohn, che il violino di Ughi realizza nella delicata e chiara peculiarità stilistica e culturale della pagina.
E' un'interpretazione tesa a sottolineare lo spirito e l'atteggiamento classicisti dell'autore amburghese, al tutto aliena dalle intemperanze autobiografiche e dalle smodatezze narcisistiche dell'Io romantico, per carezzare invece una definizione più meditata e costumata dei complessi moti dell'anima.

Nel punto d'incontro e nella saldatura fra nobiltà di questa concezione fatta propria da Mendelssohn e l'alata forbitezza con cui Ughi la plasma e rivive, stanno l'intelligenza, il soffice trascinamento (penso all'"Andante centrale") ed altresì la divertita magìa dell'esecuzione.

E non dimenticherò da ultimo la messe di delizie che sa l'artista lombardo largire all'ascolto in altri luoghi musicali: ad esempio, nei brillanti defilée di Sarasate, colmo di ghiribizzi e capricci d'amabilissimo "gusto popolare" (v. "Fantasia su Carmen") o nei melodrammatici "Concerti" paganiniani vuoi nelle pagine tese al dispiegamento d'ardimentosi abbandoni lirico_vocalistici, vuoi sui reiterati versanti di un'indiavolata fantasmagoria virtuosistica: che si tramuta e vortica in disfida opima all'esagerazione.


E-mailinfo@utoughifanclub.it