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Uto Ughi, una battaglia per l'acustica nei teatri
A Milano, il concerto del violinista, previsto per il 3 dicembre. Parla del suo
rapporto con la musica ma anche della sua campagna per migliorare l'acustica
nei teatri.
MILANO - Uto Ughi fa tappa nel capoluogo lombardo.
Lo straordinario violinista si esibisce la sera di lunedì 3 dicembre
nel contesto della stagione delle Serate Musicali, di cui è da anni
uno degli ospiti più acclamati.
Erede di spicco della grande tradizione dei virtuosi italiani
dell’archetto, Ughi non si limita però all’attività di musicista di
successo: si impegna anche con energia febbrile nella difesa del
patrimonio culturale ed artistico del nostro paese, non risparmiandosi
prese di posizione esplicite e talvolta scomode.
E la conversazione con lui si trasforma inevitabilmente in un sentito
cahier de doleance.
Stasera suonerà il Concerto n.1 di Paganini e il n.3 di Mozart.
Quali aspetti ci farà scoprire di queste due grandi pagine classiche?
Il primo concerto di Paganini deve essere fatto con un’orchestra italiana,
perché è intriso della stessa cantabilità delle opere di Bellini e Rossini:
il violino vi ha un ruolo non così diverso da quello del soprano.
Il rischio di chi esegue questo concerto è quello di farsi prendere
la mano dalla meccanicità di certi virtuosismi.
Invece il secondo tempo, l’adagio, è memorabile proprio per lo spirito
melodico che lo anima.
Quanto al concerto di Mozart, che appartiene al periodo giovanile
di Salisburgo, l’adagio è anche in questo caso una pagina estremamente
poetica, a mio parere uno dei grandi movimenti mozartiani.
Già da molti anni si esibisce ad un tempo come solista e direttore…
Molta musica del Settecento non richiede un direttore ma la conduzione
del solista.
In questo senso la mia scelta corrisponde alla volontà originaria del
compositore ed è perciò filologicamente corretta.
E i complessi con cui mi esibisco hanno un organico che ne limita
naturalmente il repertorio al primo classicismo, a Mozart e Haydn.
Non mi cimenterò mai con la direzione del secondo Beethoven
o di Brahms, tanto per intenderci.
Si esibisce abitualmente con due strumenti straordinari, uno Stradivari
appartenuto anche a Kreutzer e il Guarneri del Gesù. Quali sensazioni
cerca dal suo strumento?
Recentemente ho suonato anche con il “Cannone”, il violino che Paganini
stesso lasciò alla città di Genova.
Lo strumento, è soprattutto un mezzo di espressione delle idee musicali
e del pensiero complessivo del musicista.
Ha lo stesso valore che la voce ha per il cantante.
Lei ha spesso contestato la politica culturale del nostro Paese.
Ci sono segnali di cambiamento?
No, la situazione mi sembra per certi versi peggiorata.
Ho chiesto direttamente al ministro Urbani un provvedimento per arginare
i danni che la legge antincendio provoca all’acustica dei nostri teatri.
L’abitudine di inserire cemento armato sotto il legno sta letteralmente
distruggendo il suono delle sale da concerto.
Quel che più m’indigna è che gli stessi musicisti non osano protestare.
E il pubblico fugge, annoiato perché assiste a uno spettacolo rovinato
in partenza.
Visto che il responsabile del dicastero dei Beni Culturali dopo molte
promesse non ha fatto nulla, mi rivolgerò direttamente al Presidente
del Consiglio.
Dobbiamo temere anche per i lavori di ristrutturazione che stanno
iniziando alla Scala?
Muti è un musicista troppo colto per sottovalutare un rischio di questo tipo.
Ma bisogna vigilare su tutto lo straordinario livello qualitativo dei
nostri teatri storici, un patrimonio che a ben vedere è ancora più ricco
di quello della tanto celebrata Germania
Ma che rischia di dissolversi per superficialità.
Lei però è uno dei pochi virtuosi che accetti di suonare anche in condizioni
acustiche non ottimali…
Dipende dal contesto in cui ci si trova e dallo scopo che ci si è prefissi.
Se suono allo Stadio Olimpico lo faccio soprattutto per arrivare a un
pubblico a cui normalmente è negata a priori la possibilità di ascoltare
musica classica.
Vorrei aggiungere che anche l’istituzione ecclesiastica dovrebbe sgombrarsi
dal preconcetto per cui solo il repertorio sacro può essere ospitato
nelle chiese.
La musica classica è sempre un fatto squisitamente spirituale.
Lei è stato un talento precocissimo. Cosa bisogna fare per avvicinare
i bambini alla musica classica?
Il primo passo è dare un minimo di istruzione musicale, partendo dall’asilo.
E sin dalle elementari si dovrebbe giocare la carta dei supporti
multimediali, che possono aiutare a riscoprire l’opera dei grandi
esecutori: esistono materiali d’archivio di qualità formidabile,
che però ad oggi sono veicolati solo da alcuni canali satellitari.
Esistono dei compositori italiani la cui opera per violino va riscoperta?
Locatelli ha scritto cose splendide, che oggi sono poche eseguite.
Ancor più dimenticato è però Tartini. E il Concerto Gregoriano di Respighi
è una delle grandi pagine del secolo scorso, che è stato abbastanza
avaro di episodi memorabili.
Parliamo dei suoi prossimi impegni.
Per il quotidiano La Repubblica ho finito adesso d’incidere
assieme all’Orchestra della RAI un programma interamente francese,
con Saint Saens e Lalo.
Presto mi misurerò con i concerti di Bach.
Quanto alle esibizioni dal vivo, sarò a gennaio in Estremo Oriente.
Dopo la repressione della Rivoluzione Culturale, il pubblico cinese è
attualmente uno dei più attenti alla musica occidentale.
Stanno anche emergendo degli esecutori di assoluto valore.
Adoro poi suonare in Giappone, perché là trovo le sale da concerto dotate
della migliore acustica in assoluto.
E degli ascoltatori di straordinaria competenza.
(3 DICEMBRE 2001, ORE 15.30)
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