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Palmira, regina del deserto tratto da "Minuti Menarini" n. 326 - di Donata Brugioni Situata a piu' di duecento chilometri da Damasco, ![]() l'oasi di Palmira distava pertanto dalla capitale una settimana di cammino, poichè le carovane di cammelli percorrevano circa trenta chilometri al giorno; lo stesso tempo occorreva per giungere all'oasi di Palmira dal porto sull'Eufrate, dove le merci giungevano dall'oriente per via d'acqua. ![]() La posizione strategica, insieme con la vastità del palmeto e la fertilità dell'oasi, assicurata da sorgenti sotterranee, hanno fatto si che questo luogo sia stato ininterrottamente abitato per circa quattromila anni, pur con alterne vicende. Citata come importante centro carovaniero tra Babilonia e il mediterraneo nelle tavolette cuneiformi trovate a Mari, sull'Eufrate, ![]() risalenti al XIX secolo a.C. Palmira visse un lunghissimo periodo di prosperità fino all'età ellenistica, quando fu dichiarata zona franca per le merci che arrivavano dal Golfo Persico. Dall'ingresso dei Romani sul territorio siriano intorno alla metà del I secolo a. C., Palmira ne subì sempre più l'influenza fino all'annessione avvenuta con Tiberio intorno al 30 d.C.. A partire dal II sec. della nostra era, la città conobbe uno straordinario sviluppo, divenendo un centro commerciale importantissimo sulla via diretta ai porti del Mediterraneo e infine a Roma. Nel 267 veniva assassinato il principe Odenato, di famiglia araba, alleato dei Romani che lo avevano nominato comandante di tutte le truppe presenti in Siria. La vedova, Zenobia, si pose alla testa dell'esercito muovendo alla conquista dell'Egitto, di Antiochia e di parte dell'Asia Minore, e rivendicando il possesso della parte orientale dell'impero. Sconfitta definitivamente dallimperatore Aureliano nel 273, secondo la leggenda, la regina fu portata a Roma in catene d'oro, ultimo onore tributato al coraggio indomabile dimostrato nelle azioni di guerra. Iniziò da questo momento la decadenza della città, comunque considerata un punto nevralgico sulle vie di comunicazione sia da Diocleziano, che vi stabilì un presidio militare, sia in seguito da Giustiniano, al quale si deve la costruzione di numerose chiese. Semidistrutta dai terremoti, con il tempio di Baal trasformato in fortezza dagli Arabi del XII secolo, e sacheggiata dai Mongoli agli inizi del Quattrocento, Palmira si ridusse poco a poco ad un povero villaggio. Alla metà del Settecento l'inglese J. Swinton e l'abate francese Barthélémy decifrarono l'alfabeto palmireno (una variante dell'aramaico), che insieme al greco, veniva utilizzato per le iscrizioni ufficiali sui monumenti della città, ma solo ogli inizi del XX secolo vennero avviate organiche campagne di scavi da parte di studiosi francesi. Allo stato attuale, l'edificio più notevole dell'area archeologica è il tempio di Baal che domina con tutta la sua imponenza tutta la zona, sovrastando la distesa di Palme che circonda la città antica. Già nella concezione generale di questo grande complesso, edificato a partire dal 32 d.c. su una collina artificiale che ospitava in precedenza un tempio ellenistico, appare evidente la derivazione da santuari orientali davanti alla cella, alla quale potevano accedere solo i sacerdoti, si trova un vasto cortile quadrato di oltre 200 metri di lato, circondato da un porticato che segue il perimetro del muro di cinta: nel cortile si svolgevano i sacrifici degli animali che venivano fatti entrare attraverso un tunnel, sbucando in uno spazio fiancheggiato da gradinate sulle quali il pubblico assisteva alla cerimonia. Di fronte era collocato il grande altare del sacrificio, affiancato da un'ampia vasca lustrale. Il tempio era dedicato a Baal, padre degli dei e agli altri due dei della triade cosmica Yarhibol, dio del sole, e Aglibol, dio della luna. La cella era circondata da un peristilio di colonne corinzie alte 18 metri, sormontate da un'architrave coronata sormontata da grossi merli a cuspide, elemento di origine mesopotamica; insolita è anche la presenza di due nicchie contrapposte all'interno della cella, una delle quali ha il soffitto a cupola decorato dai segni dello zodiaco e dalla raffigurazione dei sette pianeti all'epoca conosciuti, mentre il soffitto dell'altra è scolpito con decorazioni geometriche e rosoni che sembrano anticipare l'arte araba. Il tempio di Baal si trovava al limite dell'area urbana, all'estremità meridionale della grande via colonnata, la cui costruzione venne realizzata agli inizi del II secolo d.C. Lunga oltre un chilometro e larga 11 metri, la via attraversava tutta la città ed era fiancheggiata da portici sui quali si aprivano le botteghe trattandosi di un inserimento nel tessuto urbano preesistente, si dovette ricorrere ad un artificio per mascherare l'obbligatoria deviazione della strada dal suo asse (imposta dalla presenza del teatro), con la costruzione del Tetrapilo, elemento decorativo posto al centro di una piazza ovale. Si tratta di un monumento a pianta quadrata, con quattro piedestalli su ciascuno dei quali posano quattro colonne che formano un'edicola destinata ad ospitare una statua. Tutta la via era arricchita da sculture : ogni colonna era dotata di una mensola sulla quale era posta la statua di un notabile locale, e anche le colonne che circondavano l'agorà erano fornite dello stesso tipo di sostegni, cosi' che la grande piazza era decorata da circa 200 statue. Dalla parte del tempio di Baal, durante il regno di Settimio Severo (192-211) venne innalzato un arco monumentale a tre fornici, che segna l'inizio della via colonnata: riccamente decorato da motivi vegetali, foglie di quercia e ghiande, tronchi di palma e tralci d'acanto, l'arco costituisce, come il Tetrapilo, un geniale artificio prospettico per rendere meno evidente la soluzione di continuità nell'orientamento del colonnato. Il vicino teatro conserva , in parte ricostruita, la scena lunga 48 metri, sulla quale si aprono cinque porte, invece delle canoniche tre. Con solo 12 gradinate (non si sa se vi fosse una parte soprastante in legno), il teatro appare di capienza ridotta per una città cosi' estesa, e ci se ne chiedono le ragioni. Forse si trattava di un genere di spettacolo poco attraente per la popolazione locale, probabilmente destinato soprattutto ai funzionari e militari romani; oppure Palmira costituiva soprattutto una tappa di passaggio, durante la quale si commerciava, ci si recava ai templi per propiziarsi il favore degli dei, e si ripartiva per la tappa successiva, tanto che si è ipotizzato che il teatro servisse come spazio protetto per l'esposizione di merci pregiate. Che il commercio fosse il cuore della città lo testimonia anche il ritrovamento, di una corte porticata adiacente all'agorà, di una stele del 137 d.C. sulla quale è inciso in lingua palmirena e in greco, un tariffaria doganale per le carovane che attraversavano il territorio di Palmira. Scoperto nel 1881 dal principe russo Lazarev, il tariffario si trova attualmente presso il museo dell'Ermitage di San Pietroburgo. Riportato alla luce nel 1954, il tempio di Baalshamin è oggi uno degli edifici meglio conservati della città: Baalshamin era come Baal signore del cielo, e presiedeva specificatamente alla pioggia, alle tempeste e alla fertilità. Il tempio completato agli inizi del II sec. d.C., è notevole per la commistione di stili architettonici, solo in parte romani (la cella rettangolare preceduta da pronao, la tipologia delle decorazioni scolpite); le colonne fornite di mensole, i merli sopra l'architrave e le finestre che si aprono sulle pareti della cella, sono elementi di derivazione orientale che accomunano questo edificio e il tempio di Baal. Poco lontano dalla città, le necropoli costituiscono uno degli esempi piu' importanti di arte funeraria romana di età imperiale, con due principali tipologie, torri funerarie e ipogei. La Torre di Elahbel, edificata nel 103 d.C., prende nome da uno dei quattro fratelli che ne commissionarono la costruzione, e rappresenta un esempio notevole della prima tipologia costituita com'è da una cripta e quattro piani collegati da una scala di pietra , con una capienza complessiva di oltre 300 sepolcri. I vani che occupano i diversi piani sono decorati da lesene, mentre sulla lastra che chiudeva ciascun loculo era scolpito in altorilievo il busto del defunto; notevoli le raffigurazioni femminili, ricche di dettagli relativi alle decorazioni degli abiti ed alla dovizia di gioielli con cui si adornavano le palmirene: elaborati orecchini, coppie di bracciali in filigrana finemente lavorata, collane con pendenti e diademi. Così come le tombe a torre, anche gli ipogei non erano destinati ad una singola famiglia ma, come spiega una iscrizione nell'Ipogeo dei tre fratelli (circa 140 d.C.) , venivano costruiti allo scopo di mettere in vendita i loculi ai privati . Interessante, in questo ed altri ipogei, è la decorazione ad affreschi con scene mitologiche, motivi geometrici e medaglioni che ritraggono i defunti, realizzata con vivaci colori che hanno mantenuto quasi intatta per due millenni la loro originaria freschezza. La cifra caratteristica di Palmira è il confluire in uno stesso sito, e frequentemente nelle stesse opere architettoniche, di elementi provenienti da civiltà diverse e geograficamente distanti, in una fusione che ha prodotto un unicum nell'architettura imperiale romana delle province mediterranee: le città del vicino Libano, come Baalbek, o della Libia, come Leptis Magna e Sabratha, presentano un linguaggio architettonico molto più aderente ai modelli della capitale, mentre a Palmira si realizza un'integrazione di componenti in origine eterogenee che concorrono a determinare il carattere felicemente "ibrido" della città nella quale si è saputo cogliere da culture diverse gli elementi più adatti a costituire un nuovo linguaggio architettonico, coerente nella sua peculiarità. |
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