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HOME INTERVISTE Intervista di Valerio Cappelli tratta da AMADEUS del mese di Marzo 1996.

PAROLA DI BRUTO



La vita, la carriera, le opinioni, gli umori di un violinista di straordinaria popolarità, che con le sue contraddizioni e le sue idee ha scelto sempre di stare "fuori dal coro".


Usa le parole come un coltello. Sarà perché all'anagrafe il suo nome è Bruto.
Ma non è certo lui, Bruto Ughi, detto Uto ad aver "ucciso" la musica, casomai come grande violinista ne è il paladino;
d'altra parte le sue periodiche polemiche non colpiscono giganti come Giulio Cesare, ma piccoli "ras" del nostro tempo.

E' nato a Busto Arsizio, e se porta con disinvoltura i suoi 52 anni è anche perché si ferma a sessanta concerti l'anno: poi, viaggi e letture. Di Ughi, Massimo Mila decantava la fermezza della cavata nell'intonazione perfetta, la varietà della dinamica e del timbro, l'agilità ed il dominio della tecnica, che non era mai fine a sé stessa ma al servizio della cantabilità.
Se vogliamo descrivere il temperamento di Uto Ughi dalla straordinaria rapidità con cui cambia gli uffici stampa, non è certo un tipo facile ed accomodante. Anche un sordo avrà presente gli sfoghi di Ughi sulle disfunzioni della musica in Italia, le orchestre disciolte, le sale inadeguate arredate con moquette e velluti, l'indifferenza della tv.
Stavolta però lasciamo stare il cahier des doléances per ricostruire invece il suo percorso artistico. Che comincia da molto lontano.

Ughi ha quattro anni quando Ariodante Coggi, "spalla" alla Scala, gli mette il violino in mano.

Come andò quell'incontro?
"Coggi era amatissimo da Toscanini ed era molto amico di mio padre, che faceva l'avvocato e aveva una cultura mitteleuropea che gli derivava dalla madre austriaca. Così nella vecchia tradizione asburgica, mio padre si dilettava a suonare musica da camera, Haydn, Mozart…..".

Un po' come nelle "schubertiadi".
"Sì, esperienze che ritroviamo nei romanzi di Proust e Mann. Quanto alla mia infanzia, nei primi Anni 50 non c'erano i giocattoli di oggi: mi diedero un pezzo di legno che suonava, io andavo avanti con l'immaginazione".
E con la linfa dei maestri.
"Il primo fu Coggi, poi mio padre mi caricò in macchina e mi portò a Parigi da George Enescu. Una delle figure musicali più grandi del secolo, suonava il piano, faceva il direttore d'orchestra, era compositore, violinista, aveva una cultura umanistica. Quando l'ho incontrato non suonava più il violino, era piegato dall'artrite, completamente curvo: le sue idee musicali le trasmetteva alla voce e al pianoforte.
Gli dissi che volevo vedere l'Oberon di Weber, lui si mise al piano e lo suonò a memoria, con tutte le voci.

Viveva in un appartamento buio, senza lussi, una vita monacale, anche Casals era così. Non erano inquinati dall'esibizionismo televisivo.
La sa l'ultima?
Alla Rai hanno inventato la musica col silenziatore: c'è un compressore che toglie gli armonici e appiattisce i suoni. Mi è capitato di ascoltare in tv un concerto del grande Spivakov: sembrava un bambino dell'asilo infantile.
E' come sentire la voce della Callas in falsetto. Ho protestato: mi hanno detto che il compressore serve per il rock.
Ma perché deve rimetterci la musica classica?".

E' vero che diede il suo primo concerto a sette anni?
"No, era un recital per modo di dire, una specie di saggio con Aldo Ferraresi, con cui studiavo. Il mio terzo maestro fu Riccardo Brengola alla Chigiana di Siena. E lì, a 10 anni, tenni il mio primo concerto".
Nella vita di un bambino prodigio, non manca il contatto con i coetanei?
"Sì, a me è mancato molto il non crescere insieme, fare le stesse esperienze, giocare a football, parlare del primo amore ideale.
Ho sempre avuto accanto persone più grandi di me. Per fortuna sono un tipo socievole e non ho avuto complessi".
Quando si è impossessato dei suoi gioielli, lo Stradivari del 1701 appartenuto a Kreutzer e il Guarneri del Gesù?
"Approfitto dell'occasione per dire che del Guarneri del Gesù è proprietaria la Cariplo, io l'ho solo in affidamento.
Lo Stradivari me lo fece provare, a Parigi con Enescu, un celebre liutaio francese. Voleva sei milioni, era il '57. Papà non aveva i soldi per comprarlo e così fu venduto ad un industriale tedesco.
Quando lo provai mi sembrava di avere un'intera orchestra in mano. So che anche a David Oistrach faceva gola.
Quando ero giovane avevo la mania dei miti. Oistrach lo è stato assieme a Menuhin, Stern e Grumiaux per Mozart".

Come si distingue il timbro dei due violini?
"Il Guarneri è più irregolare, è un Caravaggio pieno di chiaroscuri, sottigliezze, è più sensuale, l'ideale per Bach: la "voce" è così bassa che sembra il pedale dell'organo.
Lo Stradivari è mediterraneo, solare, aperto, luminoso, apollineo, è un Raffaello, il suono giusto per Beethoven.
Se i miei due violini mi hanno aiutato nella carriera?
No, sono solo un mezzo per arrivare al fine. Oggi costano da uno a due miliardi.
Sono più cari i Guarneri perché ne costruì solo 100 - 150, Stradivari invece morì a 96 anni e ne costruì 600-700. Certo, ci sono le assicurazioni, ma i furti sono comunque un grosso guaio, se te li restituiscono chissà in quali condizioni sono.
Non so se ricorda che tre anni fa a Londra, sotto un ponte del Tamigi, fu rinvenuto lo Stradivari che venne rubato durante un concerto a Bronislaw Hubermann, il celebre violinista polacco.
Lo ritrovò un liutaio mentre passava di lì per caso.
Tutto il mercato è nelle mani di 5 liutai, nessuno è italiano.
Sono loro che fanno i certificati, sono loro che danno la patente di credibilità".

Lei ogni tanto sale sul podio: fino a che punto ci crede?
E' molto difficile, infatti il mio è un impegno limitato, un repertorio ridotto, soprattutto per orchestra da camera.
Arturo Toscanini suonava il violoncello, quando diventò direttore lasciò perdere.
Fare il direttore non è un ripiego, ma un dispendio di energie. Però è vero che un musicista creativo ha bisogno di cambiare aria per uscire dalla schiavitù dello strumento: ogni mattina col violino bisogna fare le scale, perché il legno perde di elasticità, è fatto di cellule viventi, è come una persona che cammina e…..l'unico che ha conseguito risultati autentici come pianista e direttore è Daniel Barenboim.
All'epoca di Aristotele la stessa persona insegnava dalla musica alla filosofia e alla ginnastica, secondo le conoscenze del tempo: oggi è il mondo delle specializzazioni, addirittura ci sono strumentisti che sanno suonare le Sonate ma non i Concerti".

Amadeus" pubblica le sue interpretazioni dei Concerti n.2 e n.4 di Paganini.
Che rapporto ha con la sua musica?
"E' il genio assoluto del violino, ha scoperto cose impensabili, ha allargato la gamma espressiva benchè non abbia la profondità di Schumann. Io prediligo gli Adagi di Paganini, la stessa purezza delle arie di Bellini, il virtuosismo al servizio delle idee musicali.
E se le dessero del virtuoso?
"Enescu mi diceva che il virtuosismo deriva da virtù: nella musica la virtù è trasformare una difficoltà tecnica in poesia e arte, non è lo sciorinare della velocità da circo equestre, non bisogna confondere il virtuoso col saltimbanco".
Maestro, lei menziona spesso una massima di Paganini: "Se non studio un giorno me ne accorgo io, se non studio per due giorni se ne accorgono gli altri". E' davvero così ottimista sulle capacità del prossimo?
"Ha messo il dito nella piaga: oggi non sappiamo più ascoltare, la gente si ferma alla nota mancata da Pavarotti perché è una cosa immediatamente percepibile. Abbiamo perso la capacità critica, siamo affascinati dal sensazionalismo, il lato scandalistico. Sono tutti col fucile puntato. S'è perso l'aspetto ludico, la voglia di divertirsi con la musica".

L'ambiente musicale italiano sembra avere un atteggiamento di sufficienza nei suoi confronti, è come se si desse per scontato il suo talento.
"Io dall'Italia ho avuto anche troppo, ho i teatri esauriti da vent'anni. Ma il problema c'è, dipende dal fatto che non mi sono politicamente schierato laddove conveniva, e cioè nelle consorterie di sinistra.
Forse sono un peccatore, di sicuro sono un cattolico praticante.
Il lato metafisico della vita è molto presente in me, credo nell'eternità dello spirito, per cui non posso aderire a culture materialistiche".
Ha suonato in tv al Concerto di Natale in Vaticano, che ha avuto una scia polemica.
Capisco che certi puristi si offendono, per avere audience si mescolano i generi creando un ibrido inutile.
Dovevo suonare le due Romanze di Beethoven, sono stato ridotto a una, e mi hanno pure dato della primadonna.
Ad Assisi per un altro concerto tv, ho suonato un concerto di Bach: mi hanno tagliato l'Adagio perché era ritenuto troppo noioso: in tutto sono 13 minuti di musica.
Capisce dove siamo arrivati? Per o spettatore, si ritiene che 13 minuti di musica siano troppi".
E' vero che la Scala, secondo lei, è stata governata per vent'anni da una banda?
"Non ho mai parlato di banda ma di schieramento politico definito. Non sono mai stato comunista e disapprovo che alla Scala si parlasse del Vietnam, mi sembravano ridicole prese di posizione.
E' curioso che nella mia vita al teatro della Scala mi abbiano invitato due volte. Con la filarmonica hanno suonato cani e porci..Recentemente ho ricevuto una lettera offensiva del sovrintendente Fontana: mi chiedeva di dare un concerto nel foyer per la Pirelli.
Da quando lui è alla Scala, è il suo primo invito. E' un invito suonare nel foyer?".


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