|
UTO UGHI: "MUSICA E NATURA COSI' MI SENTO UN UOMO LIBERO"
"Il mare è l'infinito, regala un'emozione grandissima".
"Per vivere ho scelto città d'arte come Roma e Venezia"
"Ho una casa all'isola del Giglio, si vede l'orizzonte"
Innamorato del suo violino, ha cominciato a suonare a 5 anni, da mezzo secolo studia ore e ore.
Ogni concerto è un viaggio.
Appena può abbandona gli alberghi nelle capitali e raggiunge i luoghi più remoti del mondo.
"Se non fossi mucicista certo farei l'antropologo".
ROMA: Il violino è il suo grande amore. Lo suona da quando aveva cinque anni. Da mezzo secolo studia per ore ogni giorno e, quando
fa un concerto, ha sempre un brivido, il timore di non essere abbastanza creativo, abbastanza appassionato.
Proprio come un amante.
Uto Ughi classe '44 tra i più celebri e celebrati violinisti del mondo, vive tra Roma e Venezia,
va in vacanza all'Isola del Giglio e, per nove mesi l'anno, viaggia.
Tiene concerti nelle capitali, ma appena può allunga i suoi soggiorni, abbandona gli alberghi a cinque stelle
e raggiunge i luoghi più remoti, fra i templi della Birmania o negli sperduti villaggi della
foresta ammazzonica; ascolta le musiche etniche, in Africa e in Sud America, scala le cime
dell'Himalaya. E' un personaggio senza luogo, che vive in tanti luoghi, anche se ama Roma più
di ogni altra città al mondo; anche se, dice, si sente profondamente italiano.
Lui, che ha una cultura mitteleuropea, che è nato a Busto Arsizio, da padre istriano e da madre veneta,
ma che a cinque anni è andato a studiare musica a Parigi e quindi a Ginevra e a Vienna.
Lui che a dodici anni ha cominciato a girare il globo per i suoi concerti e che, a vent'anni,
in Australia, di concerti ne ha tenuti quarantacinque di seguito.
Nessun luogo, tanti luoghi. Uto Ughi si sente un apolide?
" Amo la vita in città, ma anche il viaggio.
In questo senso sono un apolide. Una parola greca che vuol dire senza città, senza nazione. Ma
sono italiano, mi sento italiano, assorbo ogni giorno la cultura italiana.
Ho una casa a Roma e una a Venezia; sono nato in Italia, ma ho a lungo studiato
e vissuto altrove, ho una cultura mitteleuropea e la musica che suono è mitteleuropea".
Lei è stato un enfant prodige.
Ho cominciato a suonare a cinque anni e all'epoca era considerato un avvenimento da enfant prodige
Ma se oggi guardiamo, che so, al Giappone, centinaia di bambini cominciano a suonare il violino già prima,
a quattro, perfino a tre anni.
Io sono cresciuto con la musica, mia nonna suonava il pianoforte, mia madre aveva studiato canto, mio
padre il violino.
Lui era nato a Pola ed era venuto in Italia prima della guerra.
Era un avvocato, ma anche un grande appassionato di musica.
Era amico del Maestro Coggi, il primo violino della Scala sotto Toscanini.
Venivano in tanti a casa nostra un paio di volte alla settimana, secondo l'uso austriaco
della "hausmusic".
E sentivo suonare, cantare.
A dieci anni sono andato a studiare a Parigi ed ho avuto la fortuna di farlo con uno dei più grandi
compositori dell'epoca, George Enescu, un rumeno, violinista, pianista, direttore
d'Orchestra che in Francia aveva cambiato il nome in Enesco.
Un personaggio straordinario, un musicista globale, come allora ce n'erano pochi in Europa,
con un'immensa immaginazione.
Peccato che ero così giovane ed immaturo da non poterlo apprezzare fino in fondo.
Ma conservo emozioni profonde, sensazioni ed istinti che non ho mai perduto.
Quando lui morì avevo dodici anni. Allora sono andato a studiare a Ginevra, poi a Vienna".
Ed è diventato cittadino europeo
Per me è stata determinante la cultura austriaca e questo è scontato per un musicista. La grande
musica strumentale si è sviluppata nei paesi tedeschi, da Bach a Beethoven, a Mozart, a Schumann.
Suona anche autori più moderni?
Certo, non ci si puo' limitare al passato. Per me la grandissima musica sta a cavallo tra
Settecento, Ottocento e Novecento.
In seguito c'è stata quella frattura tra musica dodecafonica e musica tonale che pure ha prodotto grandissimi
autori come Stravinsky, Bàrtok, Sostakovic, Schonberg, Alan Berg, la scuola viennese del Novecento.
Lei parla molte lingue?
Francese, tedesco, inglese e spagnolo. Ora sto studiando il russo e il portoghese.
Mi piace mi fa sentire dentro le culture.
Le piace essere nomade ma quando si ferma, dove vive?
Roma è la città che preferisco in assoluto. La considero la sintesi dell'arte, della bellezza.
Con la sua luce e la sua gente. Sento nell'aria una civiltà eccezionale. Ma amo anche Venezia che
mi provoca la stessa vibrazione artistica.
Venezia è una città magica dove non ci si sente mai soli e dove si è sempre accompagnati
dall'incanto e dalla meraviglia.
Ughi lei tiene concerti in tutto il mondo. Il luogo influenza il suo modo di suonare?
Naturalmente. Anche se dipende soprattutto dall'atmosfera. L'ambiente contribuisce molto
a creare il clima adatto.
Se chi ascolta capisce la musica, lo senti.
Chi suona manda un messaggio musicale, è necessario che chi lo ascolta lo sappia percepire.
E' vero che quando va all'estero per lavoro, ne approffitta per viaggiare?
Vero. Io amo tanti luoghi. Ormai non voglio fare più di settanta concerti l'anno, non si può essere dei robot.
La creatività è nemica della routine. E poi a me piace girare il mondo.
Di recente sono stato in Birmania, sono andato a visitare la zona dei templi; in una valle sterminata
ce ne sono più di tremila, tutti sorti tra l'800 e il 1200; raccontano il medio evo birmano.
Un luogo magico, eccezionale.
Io, se non fossi un musicista, vorrei fare l'antropologo. Cerco sempre di capire le ragioni
per cui gli esseri umani vivono in modi diversi. E per farlo, viaggio.
In genere lascio il violino che ho portato per il concerto, in albergo, al sicuro in cassaforte e parto con un altro strumento più moderno,
meno prezioso.
Mi serve per studiare. Una giornata senza musica è una giornata stupida.
Lei possiede due violini di grande pregio.
"Ho un violino Guarneri del Gesù 1744 e uno Stradivari del 1701, il Kreutzer, dal nome del musicista a cui
Beethoven aveva dedicato la celebre Sonata.
Sono diversi fra loro, il primo possiede un tono caldo, dal timbro scuro, sensuale,
più vicino al romanticismo...è come una pittura fiamminga;
il secondo invece ha una voce apollinea, evoca un quadro rinascimentale italiano, o
addirittura il Beato Angelico.
Ne parla come un innamorato
L'amore per il suono, per l'arte e per la musica ti accompagna tutta la vita e non ti
abbandona mai.
Lei ha diretto "Omaggio a Venezia" e "Omaggio a Roma". Crede nei giovani?
Il Ministro Letizia Moratti ha promesso formalmente di introdurre un po' più di musica
nelle scuole.
L'Italia è uno dei paesi più ricchi, in quanto a creatività artistica.
Siamo al centro del patrimonio artistico del mondo, eppure non abbiamo cultura musicale.
Ad ascoltare i concerti vanno sempre di più gli anziani, mentre i giovani si interessano soltanto
ad una certa musica.
E non abbiamo sale adeguate. Si certo a Roma finalmente c'è l'Auditorium, ma in genere
siamo relegati nei cinematografi.
E anche quando vengono restaurati i teatri, non si cura abbastanza l'acustica. Siamo
ancora molto indietro.
Ha qualche proposta?
A parte la promessa del ministro Moratti, a Roma sono andato a parlare in Comune.
Del resto stimolare i giovani è l'unica strada, altrimenti tra dieci anni non avremo
più pubblico.
La musica è la sua passione. Ne ha molte?
Moltissime. Per esempio la letteratura, che penso sia l'espressione artistica
più legata alla musica. Ma amo molto anche la pittura e le arti figurative in generale.
Non a caso, per viverci ho scelti città d'arte come Roma o Venezia.
Ma a me piace anche molto la natura, la montagna.
E sciare. Brahms si ispirava soprattutto in montagna, che vuol dire silenzio, solitudine,
elevazione, assoluto.
E il mare?
Ho una casa all'Isola del Giglio. Il mare è l'infinito. Si vede l'orizzonte e, oltre, lo sguardo
non può spaziare. E questo regala un'emozione grandissima.
Arte e natura
L'arte è l'imitazione della natura che la trasfigura e la rende ancora più bella. Per me
l'Arte è la natura sublimata. La natura comunica libertà.
Suonare la fa sentire libero?
Sì, l'emozione è libertà. Suonare la grande musica, i grandi classici e i grandi moderni mi
dà questa sensazione, ma non è detto che io abbia sempre lo stato d'animo giusto.
E' necessaria anche la tecnica e c'è bisogno di studio e di disciplina, che è lavoro
rinuncia e sacrificio.
Comunicare davvero emozione è però un'altra cosa. E io ci riesco soltanto quando,
interpretando un grande musicista, riesco prima ad emozionare me stesso.
|