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UGHI ESPLORA IL NOVECENTO
INTERVISTA
Maestro, com'è maturata la scelta dei suoi repertori più recenti?
"I repertori sono sempre il risultato di un compromesso tra le inclinazioni personali
e i desideri dei committenti.
Recentemente ho assecondato volentieri le richieste di cicli monografici,
come quelli dedicati alle sonate di Beethoven, Bach, e alle tre di Brahms,
mentre a Torino proporrò due tra le più belle sonate del Novecento
che difficilmente compaiono nei programmi di sala.
La prima è una sonata di Respighi, autore di cui si conoscono, a torto,
solo le opere sinfoniche come Pini di Roma mentre in questo lavoro si scoprono
i tratti di uno Strauss italiano, più lirico e immediato, ma altrettanto
profondo.
La seconda è una sonata per violino solo di Ysa˙e, grande genio violinistico,
eppure sottovalutato come compositore, che ha scritto solo sei sonate per
violino solo.
Egli, servendosi di un'armonia moderna e ricercata, sa valorizzare
magistralmente le potenzialità timbriche del violino.
La capacità di scrivere con un appropriato idioma violinistico non è
necessariamente legata al talento creativo del compositore: Schumann ne è
l'esempio più eclatante, nonostante il suo genio scriveva male per
il mio strumento".
Qual è il ruolo della tecnica strumentale nello studio di un interprete
maturo?
"La tecnica pura, quella delle scale semplici e doppie intonate, dei salti
di posizione, resta un appuntamento quotidiano per tutta la vita del concertista
ed è la premessa indispensabile per affrontare qualsiasi repertorio.
Poi la tecnica è sempre legata alla scrittura e all'estetica dell'autore che
si affronta: un concerto di Bartók o di Berg chiede al violinista competenze
ben diverse da quelle implicite nei brani settecenteschi.
Infine all'espressione: una frase apparentemente semplice può avere problemi
di dosaggio del suono, di dinamica o di colore di non immediata soluzione,
e può quindi richiedere uno studio attento, anche se non di tipo acrobatico".
Che spazio ha nella sua vita la solitudine?
È un luogo di quiete e rigenerazione artistica o un intermezzo tra gli eventi
della vita?
"La creatività, lo studio e la concentrazione si raggiungono nella solitudine,
come per il filosofo e lo scrittore, ma il contatto umano è indispensabile
per non rischiare di elaborare interpretazioni troppo introverse.
E poi la musica esprime sentimenti, come la gioia, il dolore o la speranza,
che si provano solo insieme ai propri simili".
Credo che ogni artista pensi a un luogo immaginario di approdo; qual è il suo
paesaggio?
"Amo la natura sotto molti aspetti e il mondo che ho visto è vario e presenta
squarci ugualmente affascinanti.
Uno dei paesaggi così incantevoli da sconfinare nell'infinito è certamente
quello attorno al Monte Bianco".
Com'è cambiata la posizione dell'artista nel Novecento?
Il suo ruolo ancor oggi glorifica romanticamente la forza del talento,
si confonde nella normalità o, per paradosso, esalta la fragilità dell'essere
uomini?
"La vera arte non morirà mai, ma si fa di tutto per soffocarla con insulsaggini
e superficialità; basta guardare la televisione o sfogliare un giornale
per vedere quanto valore sia dato alle cose volgari e banali rispetto
all'arte pura.
Un uomo che abbraccia un ideale alto resta solo.
Questa è la vera solitudine: l'essere costretti a vivere in un mondo
insensibile alla bellezza.
Lo denunciano molti intellettuali, ma invano sembra, giacché negli ultimi
vent'anni la società mi sembra notevolmente imbarbarita".
Lei comunque più volte si è prodigato per educare i giovani all'ascolto della
musica classica. Ha visto nel corso degli anni la sensibilità affievolirsi
tra i giovani o semplicemente si tratta di disorientamento?
"I ragazzi sono bombardati dalle bruttezze e questo causa sicuramente un
affievolimento della sensibilità.
Tuttavia - sarà anche una goccia nel mare - ma al festival che organizzo a
Roma per avvicinare i giovani alla musica classica i concerti vedono
un'enorme partecipazione di pubblico.
Il gusto per il bello, seppure coltivato da pochi, è un'ancora di salvezza
ancor più forte di un tempo".
La scuola in via di riforma sta smantellando la figura del maestro in senso
umanistico rinascimentale: più insegnanti sembra si assumeranno, a turno,
l'onere di formare un interprete. Le pare un progresso o una regressione?
"In fase di formazione di base può essere un vantaggio avere a disposizione più
insegnanti specializzati in discipline specifiche, ma allo stadio di
perfezionamento, una volta che lo studente abbia compiuto una scelta
precisa sul tipo di professionalità che vuole maturare, dovrebbe affidarsi
a un unico insegnante di livello superiore.
Temo molto piuttosto la disposizione di legge che affida ai conservatori
solo l'istruzione di livello universitario: chi insegnerà la musica prima
dei diciotto anni?".
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