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HOME INTERVISTE " Da INTERNET Sistema Musica - Unione Musicale Maggio 2001 di Gianni Nuti

UGHI ESPLORA IL NOVECENTO

INTERVISTA

Maestro, com'è maturata la scelta dei suoi repertori più recenti?
"I repertori sono sempre il risultato di un compromesso tra le inclinazioni personali e i desideri dei committenti.
Recentemente ho assecondato volentieri le richieste di cicli monografici, come quelli dedicati alle sonate di Beethoven, Bach, e alle tre di Brahms, mentre a Torino proporrò due tra le più belle sonate del Novecento che difficilmente compaiono nei programmi di sala.
La prima è una sonata di Respighi, autore di cui si conoscono, a torto, solo le opere sinfoniche come Pini di Roma mentre in questo lavoro si scoprono i tratti di uno Strauss italiano, più lirico e immediato, ma altrettanto profondo.
La seconda è una sonata per violino solo di Ysa˙e, grande genio violinistico, eppure sottovalutato come compositore, che ha scritto solo sei sonate per violino solo.
Egli, servendosi di un'armonia moderna e ricercata, sa valorizzare magistralmente le potenzialità timbriche del violino.
La capacità di scrivere con un appropriato idioma violinistico non è necessariamente legata al talento creativo del compositore: Schumann ne è l'esempio più eclatante, nonostante il suo genio scriveva male per il mio strumento".

Qual è il ruolo della tecnica strumentale nello studio di un interprete maturo?
"La tecnica pura, quella delle scale semplici e doppie intonate, dei salti di posizione, resta un appuntamento quotidiano per tutta la vita del concertista ed è la premessa indispensabile per affrontare qualsiasi repertorio.
Poi la tecnica è sempre legata alla scrittura e all'estetica dell'autore che si affronta: un concerto di Bartók o di Berg chiede al violinista competenze ben diverse da quelle implicite nei brani settecenteschi.
Infine all'espressione: una frase apparentemente semplice può avere problemi di dosaggio del suono, di dinamica o di colore di non immediata soluzione, e può quindi richiedere uno studio attento, anche se non di tipo acrobatico".

Che spazio ha nella sua vita la solitudine? È un luogo di quiete e rigenerazione artistica o un intermezzo tra gli eventi della vita?
"La creatività, lo studio e la concentrazione si raggiungono nella solitudine, come per il filosofo e lo scrittore, ma il contatto umano è indispensabile per non rischiare di elaborare interpretazioni troppo introverse.
E poi la musica esprime sentimenti, come la gioia, il dolore o la speranza, che si provano solo insieme ai propri simili".

Credo che ogni artista pensi a un luogo immaginario di approdo; qual è il suo paesaggio?
"Amo la natura sotto molti aspetti e il mondo che ho visto è vario e presenta squarci ugualmente affascinanti.
Uno dei paesaggi così incantevoli da sconfinare nell'infinito è certamente quello attorno al Monte Bianco".

Com'è cambiata la posizione dell'artista nel Novecento?
Il suo ruolo ancor oggi glorifica romanticamente la forza del talento, si confonde nella normalità o, per paradosso, esalta la fragilità dell'essere uomini?
"La vera arte non morirà mai, ma si fa di tutto per soffocarla con insulsaggini e superficialità; basta guardare la televisione o sfogliare un giornale per vedere quanto valore sia dato alle cose volgari e banali rispetto all'arte pura.
Un uomo che abbraccia un ideale alto resta solo.
Questa è la vera solitudine: l'essere costretti a vivere in un mondo insensibile alla bellezza.
Lo denunciano molti intellettuali, ma invano sembra, giacché negli ultimi vent'anni la società mi sembra notevolmente imbarbarita".

Lei comunque più volte si è prodigato per educare i giovani all'ascolto della musica classica. Ha visto nel corso degli anni la sensibilità affievolirsi tra i giovani o semplicemente si tratta di disorientamento?
"I ragazzi sono bombardati dalle bruttezze e questo causa sicuramente un affievolimento della sensibilità.
Tuttavia - sarà anche una goccia nel mare - ma al festival che organizzo a Roma per avvicinare i giovani alla musica classica i concerti vedono un'enorme partecipazione di pubblico.
Il gusto per il bello, seppure coltivato da pochi, è un'ancora di salvezza ancor più forte di un tempo".

La scuola in via di riforma sta smantellando la figura del maestro in senso umanistico rinascimentale: più insegnanti sembra si assumeranno, a turno, l'onere di formare un interprete. Le pare un progresso o una regressione?
"In fase di formazione di base può essere un vantaggio avere a disposizione più insegnanti specializzati in discipline specifiche, ma allo stadio di perfezionamento, una volta che lo studente abbia compiuto una scelta precisa sul tipo di professionalità che vuole maturare, dovrebbe affidarsi a un unico insegnante di livello superiore.
Temo molto piuttosto la disposizione di legge che affida ai conservatori solo l'istruzione di livello universitario: chi insegnerà la musica prima dei diciotto anni?".


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