LE SIRENE ( da uno stamnos attico di Vulci -VI-V secolo- conservato
al British Museum di Londra
LE SIRENE di Bruno Cerchioda: "Il suono filosofale, musica e alchimia"
Le Sirene, figlie di Archelao, divinità fluviale, congiungono
l'acqua e l'aria, essendo dotate di penne e zampe d'uccello.
La spartizione fatta a volte tra Sirene ctonie e uranie è semplicemente
funzionale alla loro azione pre-o-post mortem; se infatti esse seducono
con il loro canto gli sventurati o incauti naviganti, d'altra parteconsolano e allietano i Beati delle Isole Fortunate.
L'arte funeraria antica le raffigura serve di Persefone, votate a
mitigare con il loro canto l'amarezza della morte, ma questa dolcezza è
quella dell'oblìo, poiché esse non sono che il docile strumento musicale
del Destino.
Delle qualità sonora, melodica del trapasso narra sant'Agostino,
( Enarr. In Psalmos, 42,7) dicendo che in punto di morte la mente,
staccandosi da questo mondo, ode una musica intellettuale: "Un suono
dall'alto colpisce il silenzio, non nelle orecchie ma nella mente,
in modo che chiunque oda questa melodia si empie di disgusto per i suoni
corporei, e tutta la vita umana pare per contrasto, un fracasso che
interrompe l'incomparabile, ineffabile canto celeste".
I pericoli di questo canto celeste li troviamo ricordati, oltre che nel
noto luogo omerico (Odissea, XII, 39-45) in Sant'Ambrogio (Hexaemeron,
II, 2,7) e Filone (De Somniis, I,VI,36): chi udisse questa musica
verrebbe condotto da tanta dolcezza e superumana bellezza alla follia,
dimenticherebbe la patria, la casa, gli amici, persino di mangiare e bere
al punto di morirne.
Le due sorelle - LUIGI CASTIGLIONI>
Una simile avventura capita però all'impreparato, al disavveduto: l'eroe
è chi come Odisseo sa prepararsi al loro incontro; nel caso di Ulisse,
legarsi all'albero della nave indica una confirmazione di sé stessi alla
centralità del proprio essere e al suo valore trascendente
(l'albero è verticale).
In tal maniera si sfugge non solo alla lusinga dei sensi, ma anche a quella
di un sapere puramente terreno: le Sirene dicono infatti ad Ulisse di
conoscere tutto ciò che avviene sulla terra (Odissea XII, 184).
Platone (Repubblica, X, XIV) riporta le Sirene al loro giusto posto quando
le situa nelle sfere celesti assieme alle tre Parche, come espressione
delle leggi del Fato e del Tempo: il savio supera queste leggi
(sapiens dominabitur astris), sfugge alle lusinghe dei sensi e di un
sapere puramente terreno per volgersi alla conoscenza che deriva
dal principio ("Perché bisogna che l'uomo comprenda ciò che si chiama Idea,
passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal
ragionamento" Fedro, 249 B)..
Così verrà svelata la natura illusoria delle Sirene che difatti, secondo il
mito, si uccidevano quando fallivano la loro opera seduttrice.
Secondo Porfirio, Pitagora distingueva tra due tipi di piaceri, gli uni
"simili ai mortali canti delle Sirene", gli altri "tali da non suscitare
pentimenti nel futuro e che egli diceva simili ad armonie delle Muse
(De vita pyth., 39).
Con maggior precisione Proclo, nel suo commentario alla Repubblica platonica,
afferma che alle Muse appartiene l'armonia intellettuale mentre alle Sirene
quella corporea, e perciò si dice che le Muse prevalgono sulle Sirene e si
incoronano con le loro penne (Commentario sulla Repubblica, vol. III,
pp. 193 sgg, ed. Festugière).
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LE MUSE
LE MUSE
Il numero delle Muse, nove, oltre a richiamare il simbolismo suo proprio,
le collega alle sfere angeliche, cioè agli stati sopraindividuali dell'essere.
La possibilità per l'individuo di attingere a questi stati vengono espresse
in piùmodi, tutti inevitabilmente descritti in maniera figurata e fittizia
, vista la condizione superformale di essi.
Dal punto di vista individuale si ha dunque la percezione di qualcosa
proveniente dall'esterno, per cui si può parlare metaforicamente
dell'intervento di messaggeri (gli angeli) o di divinità ispiratrici.
Platone parla in più luoghi del furore che subisce chi è posseduto da un
dio; il termine fu tradotto in furor dai platonici rinascimentali,
che svilupparono notevolmente la teoria.
I tipi di furore sono quattro: 1 il furore poetico, protetto dalle Muse; 2 quello mistico-sacerdotale caro a Dionisio;
3 quello divinatorio soggetto ad Apollo; 4 quello erotico, dovuto a Venere.
Essendoci, come dice Socrate a Fedro, "due generi di delirio":
UNO prodotto dall'umana debolezza
(Ficino considera il corrispettivo negativo di ogni furor :il furore
poetico è contraffatto dalla passione per la musica volgare
che blandisce le orecchie;
il furore mistico è contraffatto dalla superstizione plebea).
L'ALTRO un divino straniarsi dalle normali regole di condotta,
(il furore divinatorio è contraffatto dalle congettura fallaci,
il furore erotico dall'impeto della libidine carnale.
I quattro tipi di furor vanno intesi non solo come modi d'approccio
del superindividuale qualitativamente differenti, ma anche come gradiprogressivi del distacco dal mondo ilico: il furore poetico ridà
armonia alle parti discordi dell'anima;
il furore bacchico, grazie ai riti e alle purificazioni, indirizza
tutte le parti dell'anima verso la mente;
il furore profeticounifica le parti dell'anima;
il furore amoroso infine congiunge l'anima stessa a Dio.
Del furore poetico dice E. C. Agrippa: "Il primo furore, che è suscitato
dalle Muse, desta e tempera lo spirito e lo rende divino, attirando a
mezzo delle cose naturali le cose superiori verso quelle inferiori.
Le Muse sono le anime delle sfere celesti, secondo le quali si trova
ciascun grado per cui si compie l'attrazione delle cose superiori verso
le inferiori.
La limitatezza di questo primo grado di furore sta proprio in questo
adeguamento del superiore all'inferiore, dell'universale al particolare,
dell'astratto al concreto: ma attenzione, che di puro adeguamento si tratta,
poiché è basilare e incontrovertibile in questo operare che si mantenga la
percezione delle priorità gerarchiche.
Così si può parlare di lavoro precipuamente intellettuale, in cui senso e
ragione non agiscono se non subordinatamente; "rammentiamo che l'Intelletto
- in ciò diverso dalla ragione, facoltà specificatamente umana che noncoincide per nulla con l'intelligenza, ne' con la nostra ne' con quella
degli altri esseri - è d'ordine universale e deve reperirsi in tutto
ciò che esiste, a qualsiasi ordine appartenga.
Il senso e la ragione appartengono alla terra: solo l'intelletto
(la visione interiore) appartiene al cielo.
Se ora volessimo tentare di definire l'intervento delle Muse nel furore poetico,
potremmo pensare ad un'azione degli stati sopraindividuali che permette
la comprensione delle cose secondo il giusto verso, cioè in modo universale:a
questo primo, seppur mediato superamento del limite individuale fa sì che
l'opera dell'uomo non si svolga più secondo le vane leggi del capriccio
ma secondo il senso interiore, primordiale, insito nelle cose.
Poiché in tal modo l'Io dell'uomo si fa docile strumento in qualcosa di
più generale e alto, prosegue l'opera dell'anima mundi e di Dio, e può
a pieno diritto essere detto creatore. Le opere così concepite, a qualsiasi livello dell'attività umana
appartengano, saranno intrinsicamente belle, essendo la bellezza
null'altro che la rivelazione del significato delle cose sotto specie
sensibile.
Parimenti, le medesime opere saranno anche immediatamente impregnate del
senso del sacro, come frutti del retto agire.