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da Rendina: I DOGI Storia e segreti L'assassinio di Vitale II Michiel il 28 maggio del 1172, per quanto sia il gesto insano di una minoranza esasperata, è pur sempre il segno di una crisi che il Comune di Venezia attraversa; dietro il pugnale che ha ucciso il doge non c'è il popolo in massa, ma un gruppo di esaltati che però ha creato uno stato di disordine. Ai moderati la responsabilità di sancire la crisi: il Consiglio dei Savi e i giudici meditano il cambiamento radicale che ormai s'impone. Trascorre una "sede vacante" di quattro mesi, durante la quale i maggiorenti dell'assemblea approvano una proposta dei Savi di costituire un comitato elettorale di undici membri, al quale è delegata la funzione di scegliere il doge. Non più un'elezione da parte dell'"universo popolo", riunito in assemblea, alla quale è esclusivamente concessa una ratifica delle norme per acclamazione. Si trattava di una riforma "lieve nell'apparenza e limitata ad una modificazione procedurale", come nota Roberto Cessi, ma anche in pratica "assumeva un grande valore, perchè naturalmente sanciva il carattere magistraturale del duca, e lo spogliava di quella figura regalistica, che aveva fino allora avvallato le sue funzioni". Con il 29 settembre 1172 fu annunziata al popolo la nomina del capo dello Stato nella figura di Sebastiano Ziani con le parole "Questo xe misser lo Doxe, se ve biaxe", che era una sorta di "Habemus papam!", e tradotto in parole povere significavaL: "Questo è il Doge, se vi sta bene, altrimenti fa lo stesso". La cosa invece non poteva star bene al popolo che vedeva improvvisamente perdere ogni diritto sull'elezione, e cominciò ad agitarsi: sarebbero risultati senz'altro vani gli sforzi degli ottimati, che cercavano di far capire come la riforma fosse salutare per il Comune, se lo Ziani non avesse messo mano alle sue monete e non le avesse lanciate alla folla che solo allora si placò. Egli fu il primo doge a distribuire denaro al popolo dopo l'elezione, ma se lo poteva permettere: era molto ricco. Figlio di Marino, aveva sposato Troila o Froiba, di cui non si conosce il casato. Aveva esercitato l'attività mercantile insieme ad un'opera di alto "strozzinaggio" in denaro e pepe; anche per questo era arrivato a farsi valere come diplomatico a Costantinopoli e rettore a Sebenico. Una volta eletto Doge, gli affari furono gestiti dal figlio Pietro arrivando a costituire un immenso patrimonio immobiliare, tanto che, secondo quanto dice il Luzzatto, a quei tempi l'haver de Ca' Ziani era come il capitale di un Rockefeller.(oggi gennaio 2005 Bill Gates) Comunque lo Ziani per accattivarsi definitivamente l'animo del popolo istituì subito un processo contro gli assassini di Vitale II Michiel e stabilì subito prezzi fissi, impedendo inganni nella vendita dei commestibili e frodi nei pesi e nelle misure. Da buon mercante, sapeva bene quanto valido fosse un "calmiere" in tempi di carestia, che in fondo era sempre dietro l'angolo di queste turbolente rivendicazioni di piazza. Ma lo stesso anno in cui fu eletto, lo Ziani dovette impegnarsi militarmente, perchè il Barbarossa aveva spedito l'arcivescovo di Magonza, suo cancelliere, ad Ancona, con la quale Venezia aveva un conto in sospeso: Venezia pur avendo aderito alla lega lombarda, inviò in aiuto delle forze imperiali una flotta di 40 navi. Voleva bilanciare un'eventuale vittoria del Barbarossa e nello stesso tempo spezzare gli intrighi bizantini a quel punto dell'Adriatico; ma Ancona riuscì a contenere l'assedio grazie agli aiuti della contessa di Bertimoro. Il doge, nonostante l'impresa fosse fallita, con il suo intervento aveva comunque messo Venezia in una favorevole posizione di mediazione nell'intrico internazionale, che sarebbe prima o poi tornato utile. Intanto spinse a fondo in altro modo per mettere alle strette Bisanzio; nel 1175 stipulò un'alleanza ventennale con Guglielmo II di Sicilia, nonchè un trattato con cui ottenere una riduzione delle tariffe su tutti i porti pugliesi e siciliani. I Bizantini si sentirono nuovamente isolati e offrirono a Venezia i privilegi di un tempo, la liberazione degli arrestati del 1171 con la restituzione dei beni e la promessa di un'indennità per i danni subìti. Venezia a questo punto è veramente riuscita a rendersi bene accetta a tutti, pur tenendo fissi i propri interessi; la guida diplomatica e da ex mercante di Sebastiano Ziani dà i suoi frutti. Il Comune ora ha una sua personalità e il doge provvede a far la toletta alla stessa piazza S.Marco; l'allarga, abbattendo il muro di cinta e demolendo la vecchia chiesa di San Geminiano per riedificarla di fronte alla basilica, fa murare un'elegante costruzione con logge a forma di galleria che diventano le abitazioni dei Procuratori di San Marco, ovvero le Procuratie. Sul limitare della piazza ci sono in terra due colonne di granito orientale arrivate da Costantinopoli che aspettano da qualche anno di essere tirate su; ne viene incaricato Niccolò Barattieri, ed eccole erette. Una avrebbe avuto poi in cima un leone alato e l'altra la statua di San Teodoro; ora le contrade della città dispongono di un centro cittadino in cui confluire, bello anche a vedersi riflesso nelle acque. Agli occhi del papa e dell'imperatore Venezia appare forse già come la "Serenissima", luogo ideale comunque dove porre fine alle loro contese, come città "tuta omnibus", terreno neutrale dopo la barraglia di Legnano per un incontro di trattative. E' quanto appunto accade: Sebastiano Ziani così è destinato a diventare il duca della pace. il 24 marzo 1177, scortato dalle galee normanne, con un ampio seguito di cardinali e vescovi, Alessandro III sbarca a S. Nicolò di Lido e il giorno dopo, festa dell'Annunciazione, fa il suo ingresso nella basilica di San Marco, mentre il Barbarossa si ferma a Chioggia. Intensi e lunghi i negoziati nel palazzo del patriarca a San Silvestro, e dopo quattro mesi, si arriva all'accordo: tre cardinali raggiungono a Chioggia l'imperatore e gli impartiscono l'ordinazione a nome del papa. Domenica 24 luglio ha luogo la solenne riconciliazione: il Barbarossa arriva da S. Nicolò di Lido fino al molo di piazza San Marco tra due ali di folla e poi a piedi fino alla basilica, dove sull'atrio lo attende seduto, Alessandro III. L'imperatore abbraccia le ginocchia del papa che lo invita ad alzarsi e sedersi alla sua destra. Poi si eleva il canto del Te deum. Il giorno dopo i due si incontrano in San Marco e l'imperatore, in segno di omaggio, tiene la briglia al papa che procede a cavallo fino a palazzo Ducale: viene pubblicamente proclamata la pace. Venezia ha la sua parte nei trattati: si mette fine tra gli eterni contrasti tra il patriarca di Aquileia e quello di Grado e a quest'ultimo andranno Capodistria, Parenzo e Pola; il comune ottiene la riconferma dei patti tradizionali, ampliati con il riconoscimento dell'incolumità dei Veneziani e dei loro beni in tutto il territorio dell'impero. E sulla scia di questi avvenimenti storici, Venezia entra nella leggenda. Alessandro III avendo riconosciuta la sovranità veneziana sull'Adriatico, avrebbe inviato al doge un anello d'oro benedetto accompagnandolo con queste parole: "Ricevetelo come il segno del vostro impero sul mare; voi e i vostri successori rinnoverete con questo ogni anno gli sponsali affinchè i tempi a venire sappiano che il mare è vostro e vi appartiene come la sposa allo sposo". Nasce così lo "Sposalizio del mare", che sostituisce o meglio amplia la "Festa delle benedizione del mare", nel giorno dell'Ascensione; ogni anno il doge su una barca trionfale, dritto sotto un baldacchino rosso, circondato dalla sua corte, percorrerà la Laguna verso il Lido e, una volta in altomare, farà cadere in acqua l'anello d'oro, pronunciando la formula rituale: "Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique domini". Quella barca sarebbe diventata il Bucintoro, la galea nazionale, solo nel 1311, quando fu appositamente costruita per ordine del Senato. Ma il governo veneziano, tutto dedito alla politica del turismo non puo' perdersi l'occasione di sfruttare la festa, carpendo al papa una concessione importante; ottenere l'indulgenza per quei pellegrini che verranno a visitare S. Marco in quella circostanza. Nasce così la Sensa la grande fiera commerciale che prima per otto giorni e poi per quindici, durante più di seicenti anni farà di Venezia la città santa-mercato con tanto d'indulgenza. Una sorta di giubileo annuale per cui "si videro allora venir persone divote da tutte le città d'Italia, non chè d'oltremare", ricorda la Renier Michiel, e naturalmente "benchè il primo oggetto fosse quello della pietà religiosa, pure giungendo in una città si mercantile e sì ricca, coglievano questa occasione per provvedersi di quanto può abbisognare al sostentamento e ai comodi della vita". Più che il pellegrino era il governo di Venezia che aveva preso "due piccioni con una fava", si può dire, dal momento che i piccioni in piazza San Marco sono di casa. Insomma "la Repubblica con fino accorgimento apre una nobile arena di gara e di gloria ad ogni genere d'ingegno", commenta la Renier Michiel pur così pia! E naturalmente altre leggende fiorirono intorno all'incontro tra papa e imperatore, in modo che quella storica pace divenne una specie di mito poetico, che il governo stesso di Venezia ebbe tra interessi ad alimentare per pubblicizare indirettamente la Sensa. Si parlerà di un arrivo clandestino di Alessandro III nella città lagunare, restando in incognito per sei mesi nel monastero di Santa Maria della Carità, mentre i veneziani riuscivano a respingere in una fantomatica battaglia navale presso Salvore, la flotta imperiale, formata da navi pisane e genovesi guidate dal figlio del Barbarossa, Ottone, finito prigioniero e liberato solo a pace conclusa. E ancora Alessandro III avrebbe donato al doge il pileo e lo stocco, come insegne propriamente ducali, e una "rosa d'oro": questa sarebbe stata consegnata nella quarta domenica di quaresima, chiamata per questo, nel tribunale marciano "dominica rosarum". E ovviamente l'arte figurativa fece la parte del leone, è proprio il caso di dire, in questo fiorire di leggende. Nel Palazzo Ducale undici dipinti rievocano l'arrivo del Papa, l'omaggio dell'imperatore, la battaglia di Salvore, lo sposalizio del mare, opera tra gli altri di Jacopo Tintoretto, e Palma il Giovane, tutte eseguite in sostituzione dei ventidue affreschi preesistenti e andati perduti nell'incendio di Palazzo Ducale del 1577. Ma anche fuori Venezia diversi dipinti eternarono questi avvenimenti tra storia e leggenda, come quelli del palazzo Pubblico di Siena, dal momento che Alessandro III era della famiglia senese Bandinelli; lo stocco e il pileo sarebbero stati per un certo periodo nella Sagrestia di San Marco, poi compaiono al Museo di Vienna, fino a svanire nel nulla. Ce n'era abbastanza comunque per fare di Venezia già un mito; e Sebastiano Ziani poteva ritenersi soddisfatto di quanto aveva compiuto. Perciò pensò che poteva anche lasciare il dogado; ma prima volle che fosse perfezionata la procedura per l'elezione del doge. Su iniziativa del Consiglio dei Savi quattro "onesti laici e timorati di Dio" (il che conferma come ormai gli ecclesiastici erano esclusi dagli organi politici) dovevano designare quaranta membri incaricati della nomina del doge, da sottoporre poi alla ratifica dell'assemblea; questa selezione di doppio grado costituiva l'ennesimo tentativo di neutralizzare le interferenze clientelari e di famiglie per garantire l'integrità morale dell'eletto, simbolo delo Stato. Fu l'ultimo atto ratificato da Sebastiano Ziani che abdicò il 12 aprile 1178, ritirandosi a San Giorgio Maggiore, dove per altro sarebbe morto il giorno dopo. |
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