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LA VIOLA di Attis

(di Alfredo Cattabiani)



C'era una volta una ninfa fluviale, Io, cosi' seducente che persino Zeus non resistette alla tentazione di amarla. Un giorno le ordino' in sogno di recarsi sulle rive del Lago di Lerna dove si sarebbe dovuta abbandonare all'amplesso del re degli dei.
Io sconcertata si confido' col padre in quale prudentemente volle consultare gli oracoli di Dodona e Delfi: gli risposero di obbedire se non voleva essere fulminato insieme con tutta la casa.

Mentre Zeus si abbandonava alle gioie dell'amore, Era, volgendo lo sguardo verso l'Argolide, si accorse di una densa nebbia in pieno giorno che non sembrava sorta dal fiume o dall'umidità del suolo ed aveva creato in un certo sito una cappa di oscurità impenetrabile.

Ben conoscendo le scappatelle del marito che lei aveva spesso colto in flagrante, scese sulla terra ordinando alle nebbie di dissolversi.

Ma il divino consorte, avendo presentito l'arrivo della gelosissima moglie, aveva tramutato Io in una bianca giovenca.


Era, che osservava con sospetto quell'animale d'inquietante bellezza. gli chiese di donarglielo.

Il re degli dei non sapeva che fare, alla fine, per evitare che un rifiuto potesse aggravare la situazione già delicatissima, le consegnò la giovenca, sia pure a malincuore.

Per evitare che la bestia misteriosamente sparisse, la dea l'affidò ad Argo dai cento occhi.

Proprio allora cominciarono le prove di Io che prese ad errare senza pace. Ma non sapeva come nutrirsi perchè non amava il cibo delle giovenche: sicchè Zeus, temendo che morisse, fece nascere dalla terra la viola mammola che la ricordava nel nome, ìon, e divenne il suo cibo.


Zeus non poteva sopportare che la sua giovane amante fosse due volte prigioniera: reclusa nel corpo di una giovenca e sorvegliata dal feroce guardiano.
Chiese a Ermes di liberarla con qualunque mezzo.
Il dio dei ladri scese sulla terra e senza copricapo e ali, per non farsi riconoscere, si presentò ad Argo con la sola verga, sospingendo come un povero pastore qualche capretta che aveva rubato cammin facendo.

Suonava una musica soave su uno strumento che aveva fabbricato con alcune canne.

Argo affascinato da quei suoni , lo invitò a trascorrere qualche ora insieme.

La musica fluiva come un narcotico mentre alcuni occhi di Argo cominciavano a chiudersi.
Ci voleva pazienza, prima o poi, insistendo si sarebbero chiusi tutti.

Il guardiano osservava lo strumento che non aveva mai visto prima di allora. "Com'è stato inventato?" domandava intorpidito?. Ed Ermes narrava: " Sui gelidi monti dell'Arcadia viveva una naiade chiamata Siringa.
Seguace di Artemide si era votata alla castità.
Quando Pan

la vide passare per i boschi non seppe resistere al suo fascino e cominciò a corteggiarla.
Ma lei, sorda alle sue preghiere, gli sfuggiva tra le forre finchè non giunse al fiume Ladone che le impediva di proseguire la fuga.
Temendo di essere violata da Pan, chiese alle acquatiche sorelle di trasformarla in pianta.
Ed ecco che al posto di Siringa, crebbe un ciuffo di canne palustri

che il dio strinse sospirando deluso; e quel sospiro vibrando dentro le canne produsse un suono simile a un lamento che stregò talmente il frustrato amante da fargli esclamare:"Da ora in poi continuerò a stare in tua compagnia!".

Saldate fra loro alcune canne di eguale lunghezza, chiamò lo strumento con il nome della ninfa: Siringa".


Ormai Argo dormiva saporitamente. Per Ermes fu facilissimo colpirlo a morte al capo con la spada a forma di falce.

Ma appena Era si accorse del delitto, costellò con i suoi occhi la coda del pavone

e mandò un tafano
a pungere la giovenca che cominciò a correre atterrita per tutto il mondo.

Giunse dapprima a Dodona, nell'Epiro, poi attraversò il mare che da lei prese il nome di Ionio e dopo un lungo peregrinare arrivò in Egitto dove Zeus placata finalmente la gelosia di Era, potè restituirle le sue fattezze.
E in quella terra IO regnò con nome di ISIDE.



LE VIOLE DI ATTIS
La versione del mito frigio di Attis narra che il giovane, impazzito per opera della dea Agdìstis la quale non voleva si sposasse con la principessa Atta, figlia del re Mida di Pessinonte, si evirò sotto un pino e morì.

Dal suo sangue crebbero viole dai petali rosseggianti. Disperata per la sua morte, anche Atta si uccise e dal suo sangue nacquero altre viole.

Il culto in onore di Attis, che si praticava nella Roma imperiale, prevedeva che il 22 marzo, detto dies violae, il giorno della viola, si svolgesse una processione sacra durante la quale si trasportava un tronco di pino ornato di ghirlande di questi fiori.

La viola nata dal sangue di Attis e da quello di Atta permette di ipotizzare l'esistenza di un mito arcaico dov'è protagonista l'eroe della viola, colui che si sacrifica per trasformarsi nel fiore.


LE VIOLE DI IONE E DI ATENE
Una eco dell'eroe la ritroviamo anche nel mito di Ione, il capostipite degli Ioni, il cui nome presenta la stessa radice della parola greca che designa la viola.
Si racconta che Ione, dopo avere inseguito a lungo un cinghiale, giunse alle rive dell'Alfeo dove le Ioniàdes, le ninfe delle viole, gli offrirono una corona intrecciata di viole gialle, simbolo di regalità divina e umana con la quale egli ricevette l'investitura della Pisatide.

Perciò questi fiori furono detti gli ànthè Iaonìnthe, i fiori della Ionia.

Qui la viola non nasce dall'eroe ma il mito è probabilmente la tarda contaminazione di un altro d'età antecedente, come dimostra un passo di Pausania in cui si dice: " A Potamoì, nel territorio attico, vi è il sepolcro di Ione, figlio di Xuto: anche costui infatti, visse ad Atene e comandò l'esercito ateniese nella guerra contro Eleusi".
Di là dalla storicizzazione dell'eroe questa annotazione ci permette di capire perchè gli ateniesi che si vantavano di essere discendenti degli Ioni, avessero una particolare predilezione per la viola, tant'è vero che si dicevano "coronati di viole" e chiamavano la loro stessa città come ci ricorda Pindaro, Iostéphanoi Athénai, Atene coronata di viole, cinta col fiore sacro che conferiva regalità e potenza.

Ma coronate di viole erano anche molte dee, da Afrodite alle Muse, da Thetis a Core: quest'ultima per ricordare che nel prato dov'era stata rapita vi era, accanto al narciso e ad altri fiori, anche la viola.
Sicchè non sarebbe del tutto infondato ritenere che in epoca arcaica la viola fosse l'attributo di una divinità androgina.




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