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HOME  " "  Da Espresso on-line mondo 20.09.2001 di Uto Ughi


PROFUMO DI PASQUA



Un musicista alla scoperta dell'Isola di MOAI

A duemila chilometri dalle coste del Cile. Piena di quelle grandi statue che ancora oggi nessuno sa quale mistero nascondano.



Santiago del Cile è stata l'ultima tappa di una tournée sudamericana che ha toccato Rio, Montevideo e Buenos Aires.
Avrei dovuto prendere l'aereo per l'Italia.
Ma quando visito un paese, allungo il soggiorno e mi concedo una breve vacanza esplorativa.
Mi era già successo nel deserto del Negev, in Amazzonia, in Sudafrica.
Uno sguardo distratto alla vetrina di una agenzia di viaggio di Santiago, dove un manifesto con il volto di un Moai che guardava fisso verso di me mi ha riportato a galla un vecchio desiderio: visitare l'Isola di Pasqua.


Da adolescente, molti anni fa, ero rimasto incantato dal libro di Thor Heirdahl, un antropologo norvegese, sul viaggio del "Kon-Tiki".
Heirdahl, un rossocapelluto testardo, era convinto che l'Oceano Pacifico (e l'Isola di Pasqua in particolare) fosse stato colonizzato da argonauti partiti dal Sudamerica.
Per provarlo costruì una zattera di balsa, il "Kon-Tiki", e con alcuni amici si affidò alle onde del mare.
Dopo alcune settimane Heirdahl e i suoi sbarcarono su una spiaggetta di Rapa Nui, l'Isola di Pasqua.

Con la pratica avevano provato quelle teorie che gli accademici snobbavano.
Dunque la sera stessa mi trovai in un aereo diretto in Polinesia.



Un salto di 3.000 chilometri, 5 ore e mezzo di volo; prima fermata: la mia isola.


Sono arrivato all'aeroporto Mataveri,

una striscia di cemento di una lunghezza appena sufficiente ad un decollo, che era buio.
A ripensarci è stato un vantaggio: sono stato colpito, subito, da un profumo intenso di fiori. È un profumo color miele ho pensato.



Insomma ho subito immediatamente uno sregolamento dei sensi che mi ha predisposto a capire un contesto nuovo.


È stato un miracolo (o una visione): la mattina dopo mi sono accorto che nell'isola la flora è scarsa.

Le foreste che la coprivano sono state bruciate per vendetta durante le innumerevoli guerre intestine dell'isola o distrutte per ricavarne materiale di costruzione.
Gli eucalipti che si intravedono qua e là sono stati piantati non più di un secolo fa e del toromiro, una pianta locale descritta in tutte le guide, non rimangono che pochi e striminziti esemplari.
Non era la stagione dei monsoni ma la notte del mio arrivo il cielo era attraversato da nuvole basse e velocissime che davano al paesaggio un aspetto goyesco.
E infatti poco dopo si è scatenato un uragano.
La natura si è tolta le briglie: non c'era niente per migliaia di chilometri che avrebbe potuto proteggere queste isole dalle sue forze.

L'uragano è durato fino all'alba, poi si è acquetato con lunghi e improvvisi brontolii lontani.
Il mare, all'alba, era a onde lunghissime.
Silenziose e imponenti, lente, quasi annoiate che si infrangevano all'improvviso contro gli scogli.
Sulle poche spiagge, alcuni surfisti.

«Cavalcare un'onda qui è come cavalcare una Ferrari», ci ha detto una guida.

«Dicono che siano tra le onde più belle di tutti i mari. Il campione del mondo di surf ci viene ad allenarsi».
Onde grandi e paese piccolo.


Poche centinaia di case appoggiate lungo poche strade poste a scacchiera.
Alcune fatte di tronchi messi a incastro come nei film western, altre con un intento coloniale, con ampie verande e soggiorni spaziosi.
Tutte separate da piccoli giardini, orti gonfi di banani, bambù, fiori i cui colori sono difficili da definire.

La struttura della chiesa, l'unica del paese, è sorprendente. Ha il tetto di paglia, simile a quelle delle missioni in Amazzonia, una sola navata centrale ed una capienza di circa 500 persone.
E nella chiesa, sempre qualcuno che suona o canta. La musica laggiù ha una enorme importanza. Le funzioni sono commentate da cori accompagnati da strumenti a corda, a pizzico, tamburelli, tutti ibridi di tradizione locale o andina.


D'altra parte esistono, nell'isola, quattro complessi di musica folkloristica con soprano, baritono, tenore e contralto.
Le composizioni sono pieni di inventiva e fantasia, semplici e piene di poesia, secondo una tradizione secolare. E la tradizione è l'ultimo salvagente di questo popolo che cerca di difendersi come può dall'assalto del mondo esterno che non è stato quasi mai gentile e misericordioso con loro.

A ricordar loro storia e tradizione ci sono i Moai, le incredibili statue che caratterizzano l'isola di Pasqua.
Sono alte dai due ai nove metri e a differenza delle nostre, celebrative, squillanti, impongono il silenzio.
Sono statue che non parlano.

Ce ne sono di dritte, con le teste oblunghe, che sembrano avvitare il blu del cielo, altre sdraiate, che le fanno somigliare ai colossi interrati che si vedono nel Mediterraneo (Sicilia, Grecia, Turchia ).
Alcuni Moai hanno il capo reclinato da una parte in un atteggiamento nostalgico, quasi a rievocare un passato che si perde nel tempo, altri guardano il mare.

Per ognuno, ci dicono le guide e i manuali, c'è un significato.
A che cosa vogliano alludere precisamente, a che misteri vogliono rimandare non lo sapremo mai.



Ascolta la musica tahitiana


La data di costruzione dei Moai non è del tutto certa. Alcuni pensano che siano del secondo secolo dopo Cristo, altri di molto prima.
I volti hanno le caratteristiche degli abitanti della Polinesia da dove (secondo l'archeologia più togata) i primi abitanti erano fuggiti.


Gli sciamani li avevano spinti a mettersi in mare perché le isole della Polinesia dove abitavano si sarebbero, in breve tempo, inabissate.
Fuggirono per 4.000 chilometri. Queste statue erano oggetto di culto.
Gli occhi erano dipinti di bianco ed emanavano una forza sovrannaturale.

Si credeva che potessero essere spostate magicamente da un posto all'altro, solo esercitando su di esse la forza della volontà.
Le statue a loro volta ti mettevano in contatto con gli dei.
La loro modernità è impressionante. Il primo artista che mi è venuto in mente, guardandole, è stato Picasso.
Capisco che non c'è legame diretto però l'arte moderna attinge molto spesso a forme e contenuti antichissimi.
Nella musica Stravinskij e Bartók elaborano ritmi e suoni che ho sentito tra le tribù dei Masai in Kenya.


Hanno una ricchezza di combinazioni ritmiche degne delle più sofisticate espressioni musicali moderne.
Stravinskij ha attinto da questi ritmi ispirazioni per la "Sagra della primavera", "Pétrouchka", "L'Uccello di fuoco".
Giacometti ha preso dagli etruschi, le facce di Modigliani ricordano l'arte del Benin e chissà da chi hanno preso Moore o Lipchiz.
Pasqua è un'isola nata dalla lava di tre vulcani ora spenti.



del suo cratere c'è da scalare un dislivello di 600 metri.
In cima si ha l'impressione di essere entrati nel vuoto assoluto, quello che ci deve esser stato prima della Creazione.

Sul Terevaka si capisce l'ossessione dei pasquensi con la magia e le pratiche con l'aldilà. Il Terevaka ha una circonferenza di 12 chilometri ed è composto di rocce scure che assorbono la luce. I corpi non fanno ombra, come nelle rappresentazioni dell'Ade di Virgilio e Dante.
In questo scenario da incubo ci si aspetta di vedere apparire mostri preistorici, demoni e dragoni.
In fondo al cratere un lago con isole galleggianti ed una vegetazione stranissima: cespugli, arbusti, forse canne, cose verdi che si allargano sull'acqua,
come quelle che si notano sul lago Titicaca tra Bolivia e Perù.
Le vedi e un minuto dopo spariscono. Per me è solo un effetto ottico, per la guida invece sono una delle tante manifestazioni magiche con cui il genius loci si esprime.

Anche se convertiti al cristianesimo, i pasquensi non rinunciano quindi alle loro pratiche di magia. Vi ricorrono prima di prendere una qualche decisione, anche la più banale (la costruzione di un tetto, un fidanzamento, l'acquisto di una moto).
Hanno, tramite i Moai, un contatto quotidiano con i loro morti ai quali si rivolgono per chiedere consigli o interrogarli sui misteri della vita.

Con ciò non è consigliabile ammalarsi o essere ricoverati in un ospedale nell'isola di Pasqua. L'ospedale è una serie di baracche in legno, fatiscenti, simili a lebbrosari. Il personale medico è scarsissimo. La pulizia approssimativa. I malati sono raggruppati in stanze umide e maleodoranti intrise di un odore di muffa e medicinali.
Il cibo a Pasqua è ottimo e a base di pesce.
Abbonda il tonno e sembra acquistare sempre più importanza la cucina giapponese.
Il pesce macerato nel succo di limone, specialità peruviana, qui è a dir poco divino.
Le aragoste sono dolci fino all'inverosimile.

Buone e a buon prezzo.
La presentazione del cibo ha la stessa grazia e fantasia delle composizioni musicali.
In qualsiasi bettola locale (non ce ne sono molte) c'è la stessa attenzione al decò che uno si aspetta, in Europa, da un locale caro.

La padrona dell'unico ristorante diciamo internazionale è una signora che nella sua gioventù ha viaggiato molto.

Descrive con una leggera ironia le capitali che ha visto: Parigi, New York, Roma, Madrid, Londra, Shanghai e la Cina prima della rivoluzione, Hong Kong.
Troppa gente, troppe culture, troppe razze, commenta. Ha in particolare disgusto l'ossessione tutta occidentale con l'orologio, col tempo, la mancanza del gusto dell'ozio, la perdita del "dolce far niente" da cui nascono poi le grandi felicità della vita.

Comincia a non piacerle più neanche l'isola. L'aeroporto l'ha rovinata, dice. Troppo di troppo: turisti, gente curiosa che viene, porta le sue idee, sporca e se ne va. Meglio quando si arrivava e partiva per nave? Meglio, risponde. Eravamo più felici. Perché era più giovane? Perché eravamo soli. Avevamo felicità e bellezza dentro di noi.
Qualcuno cattivo ci sarà pure a Pa-squa? Non uno straniero, un cattivo di qui? Sì c'è, risponde la signora. Un tale che ha ucciso per amore tanti anni fa.
È stato condannato all'ergastolo. L'uomo è solo, dice la signora, in una baracca, e zappetta l'orto tutto il giorno. Nessuno lo controlla. Onestamente, conclude ad alta voce, dove potrebbe scappare?



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