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Dall' "INTRODUZIONE"
( di "Arturo Benedetti Michelangeli un incontro" di Giorgio Torelli )

C'è una scena nel III atto de Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov nella quale l'arricchito Lopachin, dopo aver acquistato la proprietà , si abbandona ad una selvaggia esplosione di orgoglio. Più volte ripete con sussiego: "io ho comperato"; spiega cosa è successo all'asta, racconta a tutti che quella terra dove lui e suo padre nacquero servi ora è sua, e ne è il padrone. Ad un certo punto Cechov avvisa il lettore, o lo spettatore, della presenza di un'orchestra nell'atto di accordare gli strumenti, quindi ripassa la parola al nuovo ricco;

"Ehi, signori musicisti, suonate, ho voglia di sentirvi suonare! Venite tutti a vedere, come calerà sul giardino dei ciliegi la scure di Iermolai Lopachin, comer cadranno gli alberi a terra! Costruiremo case, noi, e i nostri nipoti e pronipoti vedranno qui una nuova vita.....Musica, via con la musica!".


Cechov è uno scrittore terribile, con semplici frasi sa interpretare un'epoca, rappresentare come pochissimi altri l'estetica del momento.

Grazie alla battuta del neobenestante , riesce a costruire un' acuta metafora capace di spiegare cosa è successo alla musica nel mondo contemporaneo; mostra in altri termini il nuovo confine che il gusto dettato dal denaro e dall'economia ha saputo tracciare tra la dimensione creativa e la vita di tutti i giorni. Il quattrinaio Lopachin non sa cosa farsene di un'arte così raffinata , ne' è in grado di chiedersi quel che essa rappresenti per l'animo umano, tanto meno la può capire: egli chiede all'orchestra di essere semplicemente il sottofondo delle sue azioni.
Non importa cosa esegue e in quale modo, l'essenziale è che suoni.
Insomma "Via con la musica" mentre stanno per essere abbattuti gli alberi e si farà spazio a quei progetti capaci di placare i bisogni immediati che il mercato ispira a ritmo continuo.

La scena non sono mai riuscito a dimenticarla ed ogni tanto la ripenso per spiegarmi molte, troppe cose.
Mi fece compagnia una sera del dicembre 1999 mentre stavo scrivendo le dimissioni da responsabile delle pagine culturali de "Il Sole 24 Ore", dopo una dozzina di anni di servizio (in esse avevo contemporaneamente ricoperto anche il ruolo di critico musicale).
Promisi a me stesso che avrei abbandonato le eleganze mondane dei concerti, il bel mondo (o quel che ne resta) sempre attirato dal teatro delle note come la carta moschicida sa chiamare a se' gli insetti.

Ero però sicuro che l'amore per l'arte cara alla musa Euterpe non sarebbe venuto meno.

Mi proposi di conservarlo con gelosia e di esprimerlo attraverso pochi interventi: rari articoli, una trasmissione radiofonica (che per ironia della sorte continua), soprattutto capii che ora potevo finalmente scegliere cosa ascoltare anzichè inseguire questo o quel vezzo, i crucci di un direttore d'orchestra, le calcolate paure di un sovrintendente, le ragioni dei sindacati, gli egoismi degli interpreti, i giudizi della parte grassa degli ascoltatori alla quale hanno spiegato che ogni tanto è educato commuoversi.
Oppure le beghe che le prime sanno sollevare come nessuna altra cosa al mondo. Ah, Cechov, quanta ragione aveva!!!

Questi propositi - lo confesso - perchè dopo aver compiuto i cinquant'anni non è prudente proferire bugie - li ho realizzati soltanto in parte.
Tuttavia, c'è sempre un "ma" in ogni storia che si rispetti, da quel dicembre 1999, allorchè decisi di deporre la penna del critico, forse ho cominciato a capire qualcosa di più della musica.

La cronaca dei fatti soffoca la verità delle note, perchè esse hanno bisogno di orizzonti piu' vasti di quelli che si celebrano in una serata, di animi più disponibili sia tra gli esecutori sia tra il pubblico.

Adam von Fulda nel suo "de Musica", circa mezzo millennio fa, ha scritto che quest'arte è da considerare meditatio mortis continua.

Wolfgang Amadeus Mozart probabilmente mai seppe di questa frase, ma le diede ragione con la vita, allorchè nascose in ogni nota del suo catalogo la tristezza che nasce meditando sulla nostra condizione.

A volte si avrebbe voglia di chiedere ad un ipotetico giudice onniscente - se esistesse e se fosse possibile farlo - perchè tutta la violenza che Ludwig van Beethoven ha imprigionato in talune sue partiture, non possa essere considerata una risposta a quell'osservazione enigmatica, a quelle poche parole che tormentano inconsciamente e senza requie i compositori.

Sto forse mettendo troppa carne al fuoco, divagando eccessivamente , nel parlare di qualcosa che amo nel profondo e che per anni ha cadenzato la mia vita.

Cercherò allora di fare uno sforzo e di giungere all'argomento per il quale ho ripreso a parlare di musica.

Noi viviamo alla fine di un altro impero romano (non più politico ma morale), giusto nell'era dei Lopachin, giacchè ve ne sono ovunque.

Eccoli alle prime, tirati a lucido, che giudicano quel che è stato appena eseguito; eccoli far visita al direttore, nel camerino, complimentandosi con lui per le sue grandi doti, per la sua genialità, o meglio per il tocco che hanno colto dalla sua bacchetta; eccoli nel coté mondano che segue, dove sono i protagonisti; eccoli chissà dove, comunque eccoli.

Come nell'opera di Cechov, chiedono a qualcuno di suonare, perchè oramai hanno bisogno di musica per meglio concludere i loro affari. Che dire? Non è difficile accontentarli.
Anzi, gli interpreti contemporanei riescono a strafare. Ci sono illustri esecutori che possono servirvi di tutte le Sonate di Beethoven o Il Calvicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach in poche sere, quindi incidere il frutto delle loro fatiche in un tempo altrettanto breve.
Mi hanno confidato che un celebre e ben retribuito direttore d'orchestra ha avuto necessità di pochissime prove per mettere in scena il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart; mi sembra talmente bravo e capace che non c'è da meravigliarsi se ripetesse l'esperimento con il Flauto Magico. Che pensarne?

La risposta è semplice: ha capito Mozart probabilmente meglio di Goethe. Complimenti.

Altro che i sospiri di quel sommo che sussurrò essere soltanto Wolfgang Amadeus il musicista in grado di evocare le note per il suo Faust.
Il vecchio letterato vi mise troppo tempo, eccessivo cruccio, soverchie meditazioni; invece il direttore sapeva già cosa fare, come Bertoldo alla corte del longobardo Alboino. E poichè Giulio Cesare Croce, che fece conoscere anche le avventure di Bertoldino ( e altri aggiunsero quelle di Cacasenno), non è il caso di scomodarlo, diremo che questa signora e veloce bacchetta è ideale per i Lopachin dei nostri giorni, sostenuti da tutta la musica di cui hanno bisogno.


Scrivo questo perchè una volta domandai ad Arturo Benedetti Michelangeli se avesse avuto in programma una certa Sonata di Beethoven, insomma se era sua intenzione cominciare a studiarla per poi prevederla in un eventuale concerto eccetera eccetera.

Il maestro mi guardò con occhi di ghiaccio e mi rispose: "Per cominciare a conoscerla occorrono dei mesi, diversi mesi, poi va messa a punto. No, per ora no".

Mi scusai per avere chiesto l'informazione, ma la risposta - anche se negativa - resta per me una lezione.

Per quanti mesi occorre convivere con quelle note?

Quanti per studiarle, leggerle, compulsarle, inseguirle con le dita sulla tastiera , metabiolizzarle nell'anima, infine perderle per poi ricominciare?

Sei mesi o addirittura un anno?

Mi resi conto, e me lo ripeto quando vedo annunciate certe esecuzioni integrali, che è necessaria una sorta di odissea spirituale e materiale per evocare le note che Beethoven strappò, con disperazione alla sua sofferenza.

Si, occorre una nave, metterla in acque agitate, invocare gli dei, incontrare Polifemo e la maga Circe, le sirene, sognare Itaca, scendere sotto i tasti del pianoforte per consumare amplessi e vendette che Ulisse forse pensò, ma dovendo vagolare tra genti e mari potè soltanto immaginare.

Certo, inseguire una nota sino a quando si è convinti di averla ghermita e trovare nel suo suono l'eco lontana di una scena dove è sgozzato tra urla incontenibili uno di quei maledetti Proci; oppure perdersi nella pace che offre l'amore assetato di Penelope. E tutto questo perchè un giorno qualcuno possa capire, ascoltare, riprendere l'odissea e chiuderla chissà dove, fuggendo dai gusti dei Lopachin e dei loro ragionamenti eternamente tintinnanti.

Via, andarsene: perchè il dolore di Beethoven divenuto ormai sordo, gonfio, bestemmiante, è lontano anni luce e va cercato disperatamente, dal momento che è l'unica dimensione da raggiungere se si vogliono abbracciare e capire quelle sue note.

Sei mesi, un anno dunque: il tempo non si conta, quel che va raggiunto è un uomo che oramai assomigliava all'ombra di se stesso e che fece piangere Rossini quando gli fece visita, vedendolo sporco e trasecolato.

Lui, Ludwig van, si è rannicchiato nel suo dolore e spetta al pianista raggiungerlo, chiedergli che cosa è successo, implorare una spiegazione.

Molte esecuzioni, invece, risolvono il problema scrivendo una pagina di sociologia svelta e furba sulle condizioni del musicista e sui suoi turbamenti.

Le luci ben curate, le dichiarazioni che tutti si aspettano, due o tre effetti da ricavare con aneddoti spiccioli. Perfetto per una televisione dove l'audience insegue la stupidità , e la stupidità l'audience.

Benedetti Michelangeli, invece, utilizzava il tempo per isolarsi da questo caravanserraglio e dai suoi nefasti sacerdoti capaci di offrite tutto e subito.

E' stato uno dei più grandi pianisti della storia proprio perchè non ha semplicemente eseguito delle musiche, ma le ha spiegate attraverso i sentimenti che le hanno dettate e che soltantro lui e rare anime isolate erano riusciti a comprendere.

Ai suoi concerti si ascoltava musica, è vero, ma soprattutto si provavano emozioni.

Rivivendoli nella nostalgia, riascoltandoli nel proprio cuore, ci si accorge che le note lentamente svaniscono ma infinite altre situazioni si aggrappano ai ricordi.

Marguerite Youcenair ha sempre creduto che la memoria è anche la sede della nostra felicità.
Ripensando taluni lassi di tempo o momenti che siamo riusciti ad isolare, ci si accorge che soltanto i soffi dei sentimenti ritornano in noi, mentre i fatti se ne vanno chissà dove.

In questo gioco, noi scegliamo ciò che ci lenisce la vita, quel che ci aiuta a sopportare il presente.

Lo stesso possiamo dire della musica.

Troppe esecuzioni, anche filologicamente ineccepibili, vi restituiscono una scena che già avete vissuto ma senza aggiungere altro; Michelangeli vi offriva qualcosa che si fermava in gola.

Sì, le note c'erano, ma v'era anche e soprattutto un' atmosfera indefinibile. Non un errore, tutto appariva curato sin nei minimi dettagli, ogni tocco si presentava tecnicamente perfetto; ma a conquistarvi era quel dialogo che egli sapeva farvi riascoltare, quei bisbigli d'argento che ritornavano come per incanto e si svolgevano, violando le leggi dello spazio e del tempo, tra lui e il compositore.

Nel pensiero, essi si rifanno vivi, bussano alla vostra anima, chiedono di entrare.

Soffi perduti, forse sussurri, simili per natura alle voci degli angeli che si mescolano con le note evocate. Tutti se ne accorgevano, anche se era difficile spiegare quel che stava succedendo. Anche i Lopachin rischiavano di turbarsi, ma non trovavano il tempo per decifrare cosa in loro capitasse.

Ho scelto questo discorso, forse un po' strano, per ricordare il maestro, gli incontri che ho avuto con lui, la felicità che mi ha regalato con il suo lavoro. Lo conobbi grazie a un comune amico, Paolo Andrea Mettel, che era anche il suo uomo di fiducia. Una sera nella sua casa di Mendrisio - presente anche Salvatore Carrubba, allora direttore de "Il Sole 24 Ore " - mi propose di incontrare Arturo Benedetti Michelangeli..............

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