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CARA ELISABETTA
( di Luca Goldoni da "Lei m'insegna")

Elisabetta, sedici anni, mi scrive che l'altro giorno, tornando in treno alla sua città ha visto a un passaggio a livello suo padre fermo con la macchina."Quante volte vedo mio padre arrivare a casa in macchina e la cosa non mi colpisce? Perchè "dal treno" ho provato quella sorpresa e quella insolita tenerezza?"

Anche a me capita a volte, quando il treno costeggia la periferia della città, di incollarmi al finestrino per individuare fra quel mare di tetti casa mia.
Cerco i punti di riferimento, quel campanile, quella quinta di pioppi- Ed eccola spuntare per qualche attimo: non piu' quell'immagine banale che intravedo distrattamente quando rincaso (o che esamino minuziosamente se la riunione condominiale ha deciso qualche lavoro di manutenzione), ma un'apparizione quasi emozionante. E così, sempre dal finestrino, mi sorprendo a riconoscere altri luoghi familiari, il bar dove andavo tanti anni fa quando avevo la manìa del flipper, il giardinetto dove portavamo nostro figlio piccolo.
Tutti luoghi insignificanti se li sfioro in macchina o in filobus e che invece, scoperti dal treno, acquistano una misteriosa suggestione. Come tracce della mia vita.
E ricordo anche analoghe sensazioni: quando dal balcone di un amico, scoprii che si vedeva lontanissima la finestra del mio studio (con un binocolo si riconosceva addirittura la libreria nell'interno); e quando su un aeroplanetto dell'Aeroclub pregai il pilota di fare un passaggio su casa mia e mi misi a gridare, guardi sul terrazzo, quella è mia moglie che innaffia le piante.
E' una prospettiva insolita che rende eccezionali le immagini consuete: se scopro la mia arcinota casa da una visuale nuova ed imprevista, la inquadro in uno spazio che posso afferrare col pensiero perchè non ci sono dentro e allora mi emoziono come se vedessi la mia vita dal di fuori, addirittura mi immagino muovermi dentro le stanze e compiere quelle azioni di cui abitualmente non mi rendo conto.

Quando sono molto lontano, telefono a casa anche se so che non c'è nessuno. E invece del segnale acustico nella cornetta, "sento" lo squillo che ho fatto scattare all'ingresso, il ronzìo attutito dell'altro apparecchio sulla mia scrivania, passo in rassegna gli oggetti accanto ai telefoni, vedo quei mobili che sfioro ogni giorno con noncuranza, una volta mi accorsi persino che un quadro sulla parete stonava, al mio ritorno gli avrei cambiato posto.

Non sono mai cosi' "presente" in casa mia, come attraverso queste telefonate senza risposta. Anche le fotografie producono strani sortilegi; se mi capita fra le mani l'immagine di mia madre il giorno della mia laurea, mi accorgo quanti anni ho adesso piu' di lei a quel tempo, quando la pensavo già vecchia.
E cerco di immedesimarmi in quella sua età alla luce ed all'esperienza della mia.

Se mi fanno una foto, la guardo senza trovarci nulla di strano. Ma se qualcuno mi mostra un'istantanea scattata tempo fa a mia insaputa, mi sorprendo a guardarmi come se vedessi "un altro". Se poi dal tabaccaio comprassi una cartolina di piazza Duomo e mi riconoscessi casualmente ritratto fra i passanti, sarei travolto da un'indefinibile emozione e girerei con la cartolina in tasca per mostrare a tutti quella incredibile avventura.

Un momento della mia vita cristallizzato nel tempo ed addirittura ufficializzato in un documento pubblico come una cartolina illustrata. Anche in quel caso, l'arcana sensazione di veder se stessi dal di fuori.

La nostra vita è punteggiata da tante impalpabili percezioni. Per esempio rimirarsi un piede e continuare a osservarlo fino a quando diventa una forma assurda. O seguitare a ripetere una parola finchè diventa un suono senza piu' significato.
Le ondate silenziose che si allargano dai quadri di una pinacoteca deserta.
La terribile "concretezza" con cui il mio pensiero mi puo' trasportare a un millimetro da qualche cosa oscura o nascosta : nella tomba di un faraone o in una tana di formiche. L'inattesa umiltà con cui un indumento abbandonato ci può rivelare il segreto di qualcuno.
La misteriosa, inconsapevole solennità con cui una mano che non c'è più, ha annodato per l'ultima volta il nastrino che io sciolgo.

L'eccitazione che ci prende quando in un telefilm di Kojak riconosciamo quell'atrio dell'albergo in cui siamo stati anche noi.

Cara Elisabetta, confessando la candida sorpresa per quella sconosciuta immagine di tuo padre intravisto dal treno, riveli la spontaneità di un'emozione non ancora consapevole di Proust e del suo mondo (e per questo ti suggerisco di seguire il suo prodigioso percorso nel tempo e nello spazio dove, non solo la troppo inzuppata "Madeleine", ma i campanili di "Marineville", le ninfee della Vyvonne e i fiori di Combray, ti sembreranno non virtuosismi letterari, ma nitidissime proiezioni della tua mente). Dal finestrino hai visto tuo padre con occhi diversi, perchè isolato dall'abituale contesto, ignaro della tua presenza. E in quell'incontro fugace l'hai forse considerato per la prima volta, non come quella figura familiare che fa parte della tua vita, ma come un individuo: un "estraneo" che un giorno incontrò un'"estranea" e una sera, invece di uscire, restarono a casa e così tu venisti al mondo. E tutto ciò ti ha suscitato tenerezza e forse un brivido di smarrimento.

Credo che queste sensazioni siano attimi abbaglianti di conoscenza universale in cui si sfiora la comprensione di tutto.
Anche un treno, proocurandoci questi lampi che lacerano la nostra quotidianità, può aiutarci a non perdere di vista quella indecifrabile avventura che è esistere.


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