Da "LE PIACE BRAHMS?"
( di Francoise Sagan)
Capitolo sesto
Svegliandosi, la domenica, Paule trovò un biglietto infilato sotto la porta,
uno di quei messaggi che una volta venivano detti poeticamente bleu, e che Paule
trovò poetico perchè il sole, riapparso nel cielo così terso di novembre, riempiva la
sua camera di ombre e di luci piene di calore. "C'è un bellissimo concerto alle sei,
alla sala Pleyel", scriveva Simon.
"Le piace Brahms? Le chiedo scusa per ieri."
Paule sorrise. Sorrise per la seconda frase: "le piace Brahms?
Era proprio il genere di domande che le facevano i ragazzi quando aveva diciassette
anni.
Naturalmente, anche in seguito le facevano domande del genere, ma non aspettavano
risposta. In quel suo ambiente, e a quell'età, chi ascoltava mai qualcuno? Ma poi, le
piaceva Brahms?
Aprì il grammofono, frugò tra i dischi, e sul rovescio di una ouverture di
Wagner che sapeva a memoria trovò un concerto di Brahms che non aveva mai ascoltato.
A Roger piaceva Wagner. Diceva: "E' bello, fa rumore, questa è musica."
Mise su il concerto, trovò romantico l'inizio e si dimenticò di ascoltarlo sino alla fine.
Se ne accorse quando la musica finì e le fece rabbia.
Adesso, ci metteva sei giorni per leggere un libro, non ritrovava mai la pagina, dimenticava
anche la musica.
La sua attenzione ormai era polarizzata da campionari di tessuti, e da un uomo
che non c'era mai.
Si stava perdendo? Perdeva le proprie tracce, non si sarebbe ritrovata mai.
"Le piace Brahms?" Restò un attimo davanti alla finestra aperta, ricevette il sole
negli occhi e ne restò abbagliata. E le sembrò che quella breve domanda: "Le piace Brahms?"
rivelasse improvvisamente, un'immensa dimenticanza: tutto quello che lei aveva dimenticato,
tutte le domande che aveva deliberatamente evitato di rivolgersi.
"le piace Brahms?". Ma le piaceva ancora qualcosa, oltre se stessa e la sua esistenza?
Beninteso, diceva che le piaceva Stendhal, sapeva che le piaceva. Ecco quella era la
parola giusta: lo sapeva. Forse con tutta semplicità, sapeva che le piaceva Roger.
Cose buone ed acquisite, punti di riferimento sicuri. Ebbe voglia di parlare a qualcuno,
come ne aveva voglia a vent'anni.
Chiamò Simon. Ancora non sapeva cosa dirgli. Probabilmente: "Non so se mi piace Brahms,
non credo." Non sapeva se sarebbe andata a quel concerto. Dipendeva da quello che
avrebbe detto lui, dalla sua voce: esitava e trovava piacevole quell'esitazione.
Ma Simon era fuori, faceva colazione in campagna, sarebbe passato da casa alle cinque,
per cambiarsi.
Paule riagganciò, Intanto aveva deciso di andare al concerto. Diceva fra sè: "Non ci vado
per Simon, ma per la musica. Finirò per andarci tutte le domeniche, se l'atmosfera non è
odiosa, nel pomeriggio; è un'ottima occupazione per una donna sola".
E intanto deplorava che fosse domenica e non potesse precipitarsi subito in un negozio
a comperare quei Mozart che le piacevano, e qualche Brahms.
Aveva solo paura che Simon le tenesse la mano durante il concerto; lo temeva proprio
perchè se lo aspettava, e la conferma di ciò che la sua fantasia attendeva la colmava
sempre di una noia mortale.
Le era piaciuto Roger anche per questo.
Perchè era sempre imprevisto, sempre un po' sfasato in tutte le situazioni già
scontate.
Alle sei alla Sala Pleyel, Paule si trovò presa nella folla e rischiò di non vedere
Simon, che le porse il biglietto senza dire niente. Fecero le scale di corsa, in una
baraonda di gente.
la sala era immensa, tetra; l'orchestra offriva come preambolo dei suoni particolarmente
discordanti , come per far meglio apprezzare al pubblico, poi, il miracolo dell'armonia
musicale.
Paule si voltò verso il suo vicino: "Non sapevo se mi piaceva Brahms."
"E io non sapevo se sarebbe venuta," disse Simon "Le assicuro che non m'importa
se le piace Brahms o no".
"Com'era la campagna?"
Simon la guardò stupito.
"Ho telefonato a casa," disse Paule, "per dirle che....accettavo."
"Avevo così paura che telefonasse per dire di no, o che non telefonasse, che sono andato
via," disse Simon.
"Era bella la campagna? Dove è andato?"
Provava un piacere triste nell'immaginare la collina di Houdan nella luce della sera:
le sarebbe piaciuto che Simon ne parlasse. A quell'ora si sarebbe fermata a Septeuil
con Roger, avrebbero camminato insieme sulla stessa strada, sotto gli alberi rossi.
"Sono andato un po' in giro," disse Simon. "Non ho guardato i nomi. Adesso sta per
cominciare."
Il pubblico applaudiva, il direttore d'orchestra salutava, alzava la bacchetta, Paule
e Simon si lasciarono scivolare nella poltrona, con le altre duemila persone.
Era una sinfonia che Simon credeva di riconoscere, un po' patetica, un po' troppo
patetica in certi momenti. Sentiva il gomito di Paule contro il suo, e quando l'orchestra
saliva, lui ne seguiva l'impeto; ma, appena la musica illanguidiva, tornava ad essere
cosciente della tosse dei vicini, della forma del cranio di uno seduto due file più
avanti, e soprattutte della rabbia che aveva in corpo.
In campagna, in un albergo vicino a Houdan, aveva incontrato Roger, Roger con una
ragazza. Si era alzato, aveva salutato Simon, ma non l'aveva presentato.
"Non facciamo che incontrarci, non le pare?"
Simon sorpreso, non aveva detto niente. Lo sguardo di Roger lo minacciava, gli ordinava
di non parlare di quell'incontro. Non era, grazie a Dio, lo sguardo complice di un
donnaiolo a un altro donnaiolo. Era uno sguardo furibondo. Simon non aveva risposto.
Non aveva paura di Roger, aveva paura di far soffrire Paule. Si giurava che non sarebbe mai
successo niente di male a quella donna per colpa sua.
Per la prima volta sentiva il desiderio di interporsi tra qualcuno e la sventura.
Lui che si stancava così in fretta dele sue amiche, che si spaventava delle loro confidenze,
dei loro segreti, di quel loro accanimento nel volergli far recitare ad ogni costo la parte
del maschio protettore, lui così abituato a sottrarsi e a fuggire, adesso aveva voglia
di voltarsi indietro e di aspettare. Ma aspettare che cosa? Che quella donna capisse di
amare un farabutto: ce ne sarebbe voluto del tempo....Forse era triste, forse pensava a
Roger ed al suo modo di fare, forse ne conosceva i difetti.
Un violino salì più alto dell'orchestra, palpitò disperatamente in una nota d'angoscia e
ricadde, sommerso dall'onda di melodia travolgente degli altri. Fu sul punto di
voltarsi ad abbracciare Paule. baciarla...immaginò di curvarsi su di lei, di sfiorarne
le labbra, lei gli metteva le mani attorno al collo....Chiuse gli occhi.
Vedendo l'espressione di Simon, Paule si disse che doveva essere un melomane.
Ma subito una mano tremante cercò la sua. Se ne liberò con un gesto impaziente.
Dopo il concerto Simon la portò a prendere un cocktail: cioè una spremuta di pompelmo
per lei, e per lui due dry..................
|