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L'AQUILA DEL MONTE BIANCO
( tratto da "Bestiario Segreto" di Alfredo Cattabiani)



Capitolo sedicesimo


Un temporale di neve,

un amico incenerito dal fulmine

e un'aquila impagliata

suscitano un dialogo teologico

tra il Narratore e il Gesuita che si conclude

con la doversa citazione dell'Apocalisse

e del profeta Ezechiele.


"Era ossessionato dall'aquila: per tre volte aveva planato su di lui, quasi volesse ghermirlo.
Compariva al tramonto

quando L*, finite le lezioni, saliva con lo skilift sul ghiacciaio

per godersi un'ultima solitaria discesa.
L'aquila precipitava

come un corpo morto dal Dente del Gigante

aprendo le ali a pochi metri dallo skilift, appena in tempo per sfiorare lo skilift, appena in tempo per sfiorare la neve con gli artigli.
Poi risaliva verso il suo rifugio. "Sarà l'aquila di Zeus venuta a rapire il novello Ganimede", gli dicevo incredulo: era bello come Ganimede con la sua barba bionda alla nazarena e gli occhi celesti.

"Era il piu' conteso tra i maestri di sci: e lui, figlio di montanari, non si era lasciato sfuggire quella fortuna, e lavorava sodo tutto il giorno, su e giù per quel ghiacciaio, insegnando spazzaneve e cristiania.
Quell'estate la mia squadra di sci era venuta al Bianco

per allenarsi e lì l'avevo conosciuto.
"Chi era Ganimede?", mi domandò una sera mentre stavamo bevendo un punch nel bar del mio albergo.
"Era il bellissimo figlio di un re troiano di cui Zeus si era innamorato. Il sovrano degli dei si confidò un giorno con un amico che era stato suo compagno di giochi nell'infanzia e si chiamava Aetos, Aquila.

Un bel giorno Aetos piombò dall'alto su Ganimede, che stava cacciando cervi sul monte Ida, e lo rapì con gli adunchi artigli;

e così il fanciullo dagli occhi cerulei divenne il coppiere di Giove.">

"E lui come ha reagito alla tua provocazione?", mi interruppe padre F* mentre passeggiavamo sulla piazza dei Cavalieri di Malta.

"Non ha nemmeno sorriso. Si è alzato di scatto chiedendomi di accompagnarlo fuori: "Ho bisogno di respirare un po' d'aria fresca".

E quando ci siamo incamminati per la mulattiera verso la montagna, ha esclamato: "Domani salgo con il fucile e l'impallino".


"Ma lo sai che è proibito uccidere un'aquila?", l'ho ammonito. "E chi vuoi che mi veda lassù, a quell'ora? E anche se mi vedono..."
"No", ho continuato, "non parlavo della Legge, è proibito dagli dei."

"Dagli dei?", commentò sorpreso padre F*.

"Non ti riconosco più: un tempo eri un allievo esemplare, studiavi i Padri della Chiesa; e ora ti esprimi come un tardo umanista del Cinquecento."

"Ma era un linguaggio metaforico che si addattava alla sua mentalità. D'altronde non eri proprio tu ad insegnarmi che dobbiamo usare, per farci comprendere, il linguaggio dell'interlocutore?

L* credeva in una sua religione panteistica dove tutti i fenomeni naturali e anche gli essere erano manifestazioni divine.

In ogni modo lui esclamò: "Gli dei mi invitano a un duello".

" E se l'aquila non volesse ucciderti, se stesse tentando di comunicarti un messaggio?"

gli obbiettai.

"Non ti ha mai minacciato, non ti è piombata addosso: sfiora la neve a qualche metro da te e risale al nido".
Ci eravamo affacciati indolentemente sul Tevere, davanti all'ospizio di San Michele.

"la mattina ci svegliammo con il cielo lievemente offuscato. Faceva caldo, un caldo umido, come in certe giornate di scirocchetto qui a Roma.

Salimmo con la funivia al Dente del Gigante

dove lui aveva cominciato le lezioni di buon'ora.
Nel tardo pomeriggio erano comparse nuvole cupe che si erano adagiate sulle cime della montagna.

I miei compagni erano scesi a valle, esausti: io invece ero rimasto nel bar del rifugio per aspettare L*.

Ero incuriosito ma anche inquieto, quasi gravasse su quel luogo una minaccia.
L* salutò gli ultimi allievi e "aspettami", mi disse con un'espresisone seria, "vado a sistemare quella faccenda e torno".
"Rinuncia", gli dissi senza convinzione, "scendiamo subito, così abbiamo tempo per riposarci...Ricordati che siamo invitati a cena da quelle mie amiche torinesi..." "un'ora piu', un'ora meno", rispose "non cambierà nulla."
"Fa attenzione, sta rannuvolandosi e potrebbe scoppiare un temporale da un momento all'altro."

"Non mi aveva nemmeno ascoltato: e già lo vedevo salire, unico passeggero su tutto lo skilift, imbracciando il fucile e tenendo le due racchette appese al braccio sinistro.
Le nuvole che fino a poco prima erano rimaste a mezza altezza, stavano scendendo sulla conca come un mare di nebbia.


Dopo un centinaio di metri L* scomparve alla vista mentre alcuni lampi illividivano il rifugio.

Uscii sulla terrazza quasi per chiamarlo, per dirgli di tornare; ma come poteva sentirmi?
E fui accolto da un lampo vicinissimo mente una raffica di neve mi staffilava il volto.
Rientrai precipitosamente: non mi restava che aspettare sperando che l'amico non trovando l'aquila si fosse staccato dallo skilift e stesse scendendo.

Poi udii uno scoppio più violento degli altri e si vide una fiammata nella nebbia mentre la fune dello skilift cadeva a terra.


Nessuno si mosse dal rifugio nè dalla biglietteria: sarebbe stato imprudente.

Passò un'ora, ne passarono due e lui non tornava. "Forse si è rifugiato nel casotto

d'arrivo dello skilift", disse qualcuno, "starà con il guardiano a scaldarsi con un po' di grappa".

Ma quando nel cuore della notte il guardiano riuscì a scendere al rifugio, mi rassegnai.

"L'hai visto?", gli domandarono.
"No, non l'ho visto. Su non è arrivato, e come poteva arrivare se si è spezzata la fune?"

"Alle cinque del mattino le nuvole erano sparite e un forte vento di tramontana spazzava la neve fresca verso il fondo della conca.
Ci volle mezz'ora per arrivare nel punto in cui la fune era stata troncata dal fulmine.
Salivamo lentamente lungo la pista dello skilift scandagliando con le racchette sotto lo strato di neve soffice.

Ma non ci fu bisogno delle racchette per scoprirlo: da lontano pareva una protuberanza della neve e, accanto a lui, a una decina di metri, ve n'era inspiegabilmente una seconda.
Non puoi nemmeno lontanamente immaginartelo: il gestore del rifugio tolse quei dieci centimetri di neve che lo coprivano e lui era là sotto con gli sci ancora ai piedi e il fucile contorto in pugno, ma completamente nudo e carbonizzato, si, proprio color carbone.
Ma poco più in là giaceva l'acquila impallinata."



"Pace all'anima sua", esclamò l'amico gesuita.
"Se non vivessimo in questo secolo, potremmo veramente pensare ad un castigo di Zeus."

CONTINUA.......

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