I miei compagni erano scesi a valle, esausti: io invece ero rimasto nel bar del
rifugio per aspettare L*.

Ero incuriosito ma anche inquieto, quasi gravasse su quel luogo una minaccia.
L* salutò gli ultimi allievi e "aspettami", mi disse con un'espresisone
seria, "vado a sistemare quella faccenda e torno".
"Rinuncia", gli dissi senza convinzione, "scendiamo subito, così abbiamo
tempo per riposarci...Ricordati che siamo invitati a cena da quelle mie amiche
torinesi..." "un'ora piu', un'ora meno", rispose "non cambierà nulla."
"Fa attenzione, sta rannuvolandosi e potrebbe scoppiare un temporale da un
momento all'altro."
"Non mi aveva nemmeno ascoltato: e già lo vedevo salire, unico passeggero su
tutto lo skilift, imbracciando il fucile e tenendo le due racchette appese al
braccio sinistro.
Le nuvole che fino a poco prima erano rimaste a mezza altezza, stavano scendendo
sulla conca come un mare di nebbia.
Dopo un centinaio di metri L* scomparve alla vista mentre alcuni
lampi
illividivano il rifugio.
Uscii sulla terrazza quasi per chiamarlo, per dirgli di tornare; ma
come poteva sentirmi?
E fui accolto da un
lampo vicinissimo mente una
raffica di neve mi staffilava il volto.
Rientrai precipitosamente: non mi restava che aspettare sperando che l'amico non
trovando l'aquila si fosse staccato dallo skilift e stesse scendendo.
Poi udii uno scoppio più violento degli altri e si vide una fiammata nella nebbia
mentre la fune dello skilift cadeva a terra.
Nessuno si mosse dal rifugio nè dalla biglietteria: sarebbe stato imprudente.
Passò un'ora, ne passarono due e lui non tornava. "Forse si è rifugiato nel casotto

d'arrivo dello skilift", disse qualcuno, "starà con il guardiano a scaldarsi con un
po' di grappa".
Ma quando nel cuore della notte il guardiano riuscì a scendere al rifugio, mi rassegnai.
"L'hai visto?", gli domandarono.
"No, non l'ho visto. Su non è arrivato, e come poteva arrivare se si è spezzata la fune?"
"Alle cinque del mattino le nuvole erano sparite e un forte vento di tramontana spazzava la neve
fresca verso il fondo della conca.
Ci volle mezz'ora per arrivare nel punto in cui la fune era stata troncata dal fulmine.
Salivamo lentamente lungo la pista dello skilift scandagliando con le racchette sotto lo strato
di neve soffice.

Ma non ci fu bisogno delle racchette per scoprirlo: da lontano pareva una protuberanza della neve
e, accanto a lui, a una decina di metri, ve n'era inspiegabilmente una seconda.
Non puoi nemmeno lontanamente immaginartelo: il gestore del rifugio tolse quei dieci centimetri
di neve che lo coprivano e lui era là sotto con gli sci ancora ai piedi e il fucile contorto
in pugno, ma completamente nudo e carbonizzato, si, proprio color carbone.
Ma poco più in là giaceva l'acquila impallinata."
"Pace all'anima sua", esclamò l'amico gesuita.
"Se non vivessimo in questo secolo, potremmo veramente pensare ad un castigo di Zeus."
CONTINUA.......