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NICCOLO' PAGANINI
(Da:"Pazienti illustrissimi": di L. Sterpellone)
Il diavolo nel violino
Scriverò i miei peccati su di una lavagna, così il prete
potrà cancellarli direttamente.
Così Niccolò Paganini, sentendosi ormai vicino alla fine, scrive su un
foglietto al figlio Achille, pregandolo di andare di corsa a chiamare
il prete.
Ma questi un certo Don Caffarelli, gli manda a dire che non verrà, perché
non è assolutamente quello il modo di confessarsi.
Scarsa comprensione, in fondo, se si tiene presente che Paganini fa
tutto questo non per mancanza di rispetto alle regole, ma semplicemente
perché una tubercolosi laringea lo ha reso completamente afono.
Fino a qualche tempo prima è riuscito a bisbigliare qualche frase
nell'orecchio del figlio quindicenne, il quale ha imparato molto
bene ad interpretare i desideri del padre dai movimenti delle labbra.
Ma adesso il musicista ha perduto completamente la voce, ed è costretto
a comunicare soltanto per mezzo di bigliettini.
(Esiste un foglietto autografo-datato 7 maggio 1840- in cui Paganini
specifica al figlio il modo di somministrargli una certa pozione espettorante).
Il mese prima ha scritto all'amico Germi:
Non mi regge più il capo. La debolezza mi fa gonfiare le gambe,
e dietro i ginocchi...
Gli edemi si estendono ben presto sino ai fianchi, tanto da farlo camminare
"come una lumaca".
Ne' valgono i rimedi prescritti dall'ottantenne medico a riposo dottor
Clerissi, o i consigl invero discordi- degli altri medici che si affannano
intorno al suo capezzale: Perez, Da Porto, Binet, Bonfils, il farmacista Varani…. .
Nizza ore 5 mercoledì 27 maggio 1840: un'abbondante emottisi (secondo alcuni
uno scompenso cardiocircolatorio) tronca la vita del più grande violinista
di tutti i tempi, del "violinista del diavolo".
Ma le sue mani hanno cessato di suonare già da qualche tempo.
Quelle mani che fin da quando era bambino avevano cominciato dapprima
timidamente e poi con sempre maggior entusiasmo ad accarezzare lo strumento
impostogli dal padre Antonio "ligaballe" (cioè imballatore al porto di Genova).
A sette anni (Niccolò è nato nella città ligure il 27 ottobre 1782) è
infatti costretto - per ambizione e per interesse del padre - ad imparare
il mandolino e poi il violino.
Nella casa di un carugo detto Vico Fosse del Colle, più precisamente
nel sito designato il passo della Gatta Mora al centro del quartiere povero
di Genova, il piccolo Niccolò è costretto a studiare per ore o ore,
pena punizioni corporali e la proibizione di andare a giocare con gli amici.
Ne' si può dire che il ragazzino possa permettersi tutto questo senza che
la sua salute - già precaria - ne risenta.
Egli non è un bambino robusto: a 4 anni si è ammalato di morbillo ed
è caduto in catalessi, tanto da essere creduto morto.
Lo hanno avvolto in un lenzuolo e deposto nella bara, e soltanto alcuni
impercettibili movimenti del piccolo insospettiscono l'angosciata madre,
signora Teresa, chiarendo il terribile equivoco.
Oggi sembra possibile, a posteriori, ammettere che si sia trattato di
una encefalite morbillosa, alla quale alcuni ricollegano certi tratti
del carattere di Paganini come la stranezza, il comportamento asociale,
la rigidità mimica del volto, la bizzarria, l'esuberanza, l'eccentricità,
Le botte e le costrizioni del padre danno però i loro frutti: a dodici anni
e mezzo il piccolo Niccolò dà il suo primo concerto al Teatro genovese
di S. Agostino.
Il successo è enorme; con il denaro guadagnato in altri concerti,
si reca più tardi a Parma, dove però (a 15 anni) si prende una bella
polmonite che viene "curata" con abbondanti salassi, tanto che egli
è costretto, per cambiare aria, a ritirarsi nella casa paterna di val
Polcevera vicino a Sampierdarena, dove è pervaso da un irrefrenabile
desiderio di gloria: ignorando il mondo che lo circonda arriva a studiare
10-12 ore al giorno il violino (un Guarneri regalatogli a Parma da un
ammiratore per aver eseguito a prima vista un pezzo difficilissimo),
cercando le posizioni più difficili, i passaggi più impossibili.
Intanto la sua ossuta spalla sinistra si innalza sempre più rispetto
alla destra, le sue lunghe dita si inarcano sulla tastiera, prendendo corde
triple e quadruple, traendo pizzicati impossibili, mentre l'archetto
estrae incredibili flautati dell'ultima corda.
Arriva così a stabilire una simbiosi vera e propria con lo strumento,
fin quasi a farlo divenire un altro organo del suo corpo.
Va su e giù per giornate intere su quello strumento che non è
più un pezzo di legno ma la stessa sua carne, che fa tanto male alle dita,
dolenti dopo una giornata di martellamenti come se fossero state schiacciate da
un macigno, dolenti per i salti spericolati, per i passaggi radenti
sulle bolle d'aria degli armonici, combinazioni, intrecci, alternanze…..
Insomma, tutta quella che sarà la grafia rovente e intricata dei Capricci.
I Capricci, forse tra le sue più belle composizioni, li scrive tra il 1798
e il 1802.
Salute a parte, Paganini - che è ormai diventato un giovanotto - non è affatto
bello. Ma gli basta prendere in mano il violino per far cadere ai suoi piedi
le donne.
E tante queste saranno nella sua vita, che ci si chiede dove prendesse
tutta quell'energia, con quella vita convulsa che conduceva tra concerti e
stazioni termali.
Nel 1801 Paganini si reca a Lucca, dove viene nominato primo Violino
della Repubblica Lucchese.
Imitò col violino il canto degli uccelli, i flauti,
le trombe, i corni…..
Qui incontra una misterioso nobildonna, della quale non si è mai
riusciti a conoscere il nome, che lo "sequestra" nella sua villa,
tagliandolo via dal vorticoso giro di donne, di ogni rango, tra le quali
c'è anche chi gli lascia in regalo una sifilide, che si porterà appresso
per tutta la vita.
Di questo amore si sa però che finisce bruscamente tre anni dopo, quando
Paganini ritorna a Genova……
…….Sia un angelo, sia un diavolo, è certamente il genio della musica…..
Ma appena tornato c'è qualcuno che lo reclama nuovamente a Lucca: è la sorella di
Napoleone Bonaparte, Elisa (ma in realtà si chiama Marianna) Baciocchi
(è la moglie di un capitano corso), una donna alta, magra, con i capelli
corvini, non bella: ha creato una corte sfarzosa, e rivuole Paganini.
Anche lei, appena lo sente suonare, cade in trance. Per Elisa il musicista scrive
una Scena amorosa da suonare sulla corda di sol e sul cantino.
Ma quanto mai lusingato di essere diventato un mezzo parente di Napoleone,
un giorno Paganini strappa al suo violino tre corde, e scrive per quella
residua, il sol, la famosa Sonata Napoleone sulla quarta corda.
Nel frattempo la fama di Paganini si estende in Italia e in Europa.
E con la fama cominciano anche a nascere le prime leggende su di lui: ha stretto
un patto col diavolo, che gli ha insegnato personalmente i più reconditi
segreti dell'arte di suonare il violino; le stesse corde del suo violino
sarebbero fatte con le budella di una sua amante da lui uccisa!
Lo stesso aspetto del Maestro, d'altro canto, alimenta queste voci:
Ha il viso di dragone. Fronte alta, larga e quadrata, naso aquilino,
bocca maliziosa, orecchie ampie sporgenti e staccate, capelli lunghi
e neri, in contrasto col pallore dell'incarnato.
Uno dei suoi medici, il dottor Bennati nella sua Notice physiologique sur
Niccolò Paganini comparsa su Revue de Paris (1831) paragona
il violinista ad un fazzoletto legato in cima ad una canna,
con "polso e dita fluttuanti ed al tempo stesso delicate, tali da spingere a
perfezionare e virtuosismo il continuo esercizio di scale, di armonici,
di pizzicati, variazioni su ogni singola corda sino ad evocare suoni
inconsueti di voci di donne o di animali, trilli, combinazioni come se due
suonatori suonassero insieme".
I contemporanei lo descrivono di aspetto "cadaverico", con gli occhi scuri
e profondi, pelle di un bianco cereo, naso prominente "come il becco di un'aquila".
Le rughe delle guance sembrano le due S S del violino……
Ma è soprattutto quando prende l'archetto che lascia immaginare la sua natura
diabolica. Si agita e si contorce come un invasato:
Nessuno ardì mai sognare ciò che qui in verità si sente: lo si vede,
lo si ascolta, si piange e si ride, e si pensa a qualcosa di sovrumano.
In comune con gli altri violinisti quest'uomo ha solo il violino e
l'arco.
A Palermo un ascoltatore giura di aver visto, durante un concerto,
Paganini che suonava e il Diavolo che gli muoveva l'archetto.
Chiaro quindi che le donne cadano ai suoi piedi. A Torino è la volta di
un'altra napoleonide, Paolina Borghese; quando nel castello di Stupinigi
sente suonare Paganini, se lo porta in tutta fretta in un villaggio tra
le Alpi dove consuma il suo ardente quanto fugace amore.
Poi Lauretta, Tadea Pratolongo, Marina Banti, Caterina Banchieri……Niccolò mal
riesce a sopportare quel surmenage: si sente debole e malato, e i concerti
lo spossano a tal punto che è dopo costretto a restarsene a lungo disteso,
tanta è l'energia che spreca mentre suona (c'è chi ha parlato - erroneamente -
di epilessia).
L'elettricismo che provo nel trattare la magica armonia mi nuoce
orribilmente. Dal mio suono scaturisce una vera magia, che non so
descrivere…..
A quest'epoca è soprattutto l'intestino a dargli dei fastidi: con la sua
illimitata e sempre nuova fiducia nella medicina accetta ad occhi chiusi
i consigli dei medici bolognesi Tomassini e Valorani "onore e gloria
dell'ippocratica scienza" di prendere il "Vomi-purgativo di mister LeRoy"
a base di droghe a violenta azione drastica, nonché di scammopea, gialappa,
senna e sali emetici come il tartrato antimonico-potassico".
Di questo ignobile intruglio - allora molto in voga - farà larghissimo
uso sin negli ultimi tempi della sua vita.
Del resto lo stesso Niccolò ne parla entusiasta:
…Questa medicina ha smascherata l'impotenza medica, ed è provato in
tutto il mondo che un tale purgante guarisce perfettamente
qualunque scomodo…..
Era tanto energico - scriveva Benedicenti - che molti non lo
tolleravano. Se le evacuazioni erano meno di dodici, nel giorno,
la dose doveva essere aumentata.
E' in questo periodo che lo ha in cura (anche per la tubercolosi polmonare
che si è manifestata un paio d'anni prima) il dottor Sito Borda di Pavia,
che ha lasciato da poco l'Ateneo patavino.
E' lui che ha posto la diagnosi di tubercolosi laringea, per la quale
prescrive latte d'asina. Ma poiché questo non fa effetto, prescrive preparati
a base di mercurio.
Le terapie di questo dottore non hanno proprio fortuna.
Anzi, ottengono un effetto disastroso: l'eccesso di salassi, i prolungati digiuni,
le forti dosi di oppio, cui si aggiungono appunto i preparati mercuriali,
si rendono tra l'altro responsabili dell'ittero e dell'ematuria di cui
il violinista soffre proprio durante i tre anni in cui è curato da Borda.
Deleteri sono poi gli effetti di tali cure sui denti, che si guastano totalmente:
quando qualche anno dopo Paganini è a Karlsbad, dove si è recato per
curarsi l'intestino con quelle "acque miracolose", le sue gengive sono
piene di pus. Così, gli vengono estratti tutti i denti inferiori:
…..Chiamai quattro professori, i più celebri…..Mi posi sopra
una sedia, fermo come una statua, ed essi operarono, armati di ago,
temperini e forbici……..
Da allora il musicista parlerà biascicando.
Ma le sue condizioni fisiche non sono meno precarie dei denti.
Il professor Schottky, che lo cura a Karlsbad, così lo descrive a quel tempo:
E' così magro che non è possibile esserlo di più; ha un colorito
di un pallore giallognolo, e quando fa i suoi inchini il corpo si muove
in modo così strano che ad ogni movimento si teme che i piedi si stacchino
dal tronco e che tutto l'uomo precipiti in un mucchio d'ossa….
Ben presto Paganini abbandona il dottor Borda per il dottor Maximilian Spitzer
(un ungherese che ha incontrato per caso in un caffè di Milano), detto
"l'americano", il quale - assicurandogli che le sue malattie "non sono
conosciute dai medici italiani" gli prescrive come unica cura "delle buone
costate di vitello alla graticola, e del buon vino", oltre a delle pillole
e al thé di sua personale preparazione.
A dire il vero, questa superalimentazione lo rimette in sesto,
tanto che a Milano non si parla d'altro che dell'americano "per aver fatto
un simile miracolo".
E' a questo punto che nella……..farmacopea del musicista compare anche il
"farmaco Pollini", una decozione antiluetica a base di salsapariglia e
guaiaco, che Paganini si autoprescrive abbondantemente.
Ma evidentemente le cure non sortiscono alcun effetto: nel 1833,
mentre si trova a Parigi, Paganini è colto da un'emottisi particolarmente copiosa.
Ciononostante le donne non demordono. Ora è la volta della corista Antonia
Bianchi, la quale (sorpresa!) il 25 luglio 1825 gli sforna un bel maschietto.
Paganini non se la prende. Anzi, innamorato del marmocchietto
(cui impone i nomi di Achille Ciro Alessandro), riuscirà a legittimarlo
quando gli sarà possibile, acquistandolo (sic!) dalla madre dietro
pagamento di duemila scudi.
Paganini rimarrà per sempre attaccato a quel bambino, e lo porterà con sé durante
le lunghe peregrinazioni in Europa. E questo l'aspetto "paterno" di Paganini,
che spesso sfugge alle cronache, ridimensiona notevolmente il personaggio,
lo umanizza, scrollandogli di dosso quel che di satanico la leggenda popolare
gli ha appiccicato.
Paganini porta con sé il piccolo Achille anche all'estero, dove la fama
del violinista si è estesa rapidamente. A Vienna (1828), nell'ascoltarlo in
un concerto, un cieco chiede "quanti sono che suonano".
Alla risposta che si tratta di una sola persona, esclama:"Allora è il Diavolo!"
Lo stesso anno è a Praga, dove è colpito da "disturbi di gola" e da
un'osteoperiostite della mandibola ( una gomma luetica?) che impone
l'intervento chirurgico.
L'anno successivo padre e figlioletto sono a Varsavia: tra gli ascoltatori presenti
c'è un giovanetto di diciannove anni di nome Fryderyk Chopin (dopo averlo
ascoltato, scriverà il Souvenir de Paganini).
In Germania, i tedeschi coniano per Paganini un nuovo epiteto: "infernaldivino";
a Francoforte sul Meno scrive il 1° e il 4° Concerto per violino, e parte del 5°.
Ad Ansbach, Helena - una baronessina di vent'anni - gli si getta letteralmente
tra le braccia…….
Ne' sono da meno le inglesi: lì però la giovane cantante Charlotte Watson
gli gioca un brutto tiro: lo accusa di averla sedotta e abbandonata,
per cui Niccolò è costretto a versare al di lei padre ben 50.000 franchi.
Brutto colpo per lui, devotamente fedele com'è alla tradizione del genovese avaro,
nonostante i lauti guadagni (lo chiamano Paganini-Paganiente).
Quando viaggia per i concerti, alloggia in alberghetti di second'ordine;
la poca roba che porta con sé la conserva di solito nella stessa custodia del
violino.
Ma è sempre solo, avvolto nella sua spessa pelliccia anche durante l'estate
quasi per nascondere il suo strano essere. La sola compagnia è il piccolo Achille.
Nel giro che compie per sei anni in Europa a partire dal 1828, Paganini passa
in rassegna tutti i medici celebri e meno celebri con i quali viene anche
casualmente a contatto, e indistintamente tutti, specie all'inizio,
raccolgono il suo sviscerato entusiasmo e la più cieca fiducia.
Tra di essi vi è il famoso François Magendie, che, dopo il "fiasco"
del dottor Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia, gli diagnostica (1835)
una stenosi del retto.
E' poi la volta del dottor Bemech, da molti storici definito peraltro un
"ciarlatano": mentre in un primo tempo il musicista parla di lui come
"il saggio dottor Benech", dice poi che le sue guarigioni "non sono dovute
altro che alla fortuna".
Ma, nonostante la salute così compromessa, ogni concerto è un pienone.
Del resto vi sono tutti gli ingredienti per garantire il successo a questo
violinista che ormai tutti considerano un mostro: la musicalità, la sensibilità,
la tecnica.
Ma alla base di un virtuosismo così acrobatico, così "diabolico", alcuni
ammettono l'intervento di un altro elemento: una malattia. Proprio così.
Negli Stati Uniti ad esempio, il dottor M.D. Schienfeld, che ha condotto
un approfondito studio sulle caratteristiche fisiche di Paganini,
è giunto ad una conclusione abbastanza originale ma del tutto verosimile:
Paganini era affetta da una malattia delle articolazioni.
Questa particolare malattia, invece di ostacolare in qualche modo
l'attività manuale del musicista, l'ha favorita.
Secondo questi studi, le lunghe dita della mano sinistra del musicista
erano dotate di una flessibilità estrema, patologica, che consentiva
loro movimenti di estensione e di indipendenza altrimenti impossibili;
invece, la lassità dell'articolazione del polso e della spalla consentiva
la possibilità di una flessione eccezionale. (D'altra parte anche Balzac
e Goethe, contemporanei e intimi frequentatori di Paganini, erano convinti
che gran parte del suo virtuosismo fosse dovuto alla sua peculiare struttura
anatomica).
Il dottor Bennati, che ha assistito per vari anni Paganini, ci fornisce
questi particolari:
La conca del suo padiglione auricolare è profonda….. la mano
ha due volte la sua estensione per l'elasticità dei legamenti capsulari
del carpo…. La grande estensibilità dei legamenti che uniscono
l'avambraccio alla mano, il polso al metacarpo, e le falangi
l'una all'altra è molto notevole…
Vi sono inoltre documenti dai quali risulta che l'abnorme lassità
delle articolazioni, seppur non più grandi della norma (solo il pollice
era più lungo), evocava un qualcosa di patologico o al limite del normale.
Paganini riusciva ad imprimere alle falangi che toccano le corde un movimento
di flessione straordinario (oltre i 90° consueti), ed era evidente
l'assoluta indipendenza dei movimenti delle dita (straordinaria al punto che
alcuni sospettano che il musicista si fosse sottoposto a qualche intervento
chirurgico….)
Il dottor Schöenfeld inquadra tutte queste caratteristiche in un'affezione
oggi ben definita, nota come
"sindrome di Marfan"…;
Il quadro è caratteristico - afferma Schönfeld: un uomo alto
e magro, con lunghe dita e articolazioni iperestensibili.
Come si è detto, l'indipendenza e l'estrema elasticità delle dita della mano
sinistra del violinista erano tali che è stato anche avanzato il sospetto
che Paganini si fosse fatto operare: un'operazione chirurgica per
tagliare le bande connettivali che uniscono i tendini, e per consentire
così dei movimenti indipendenti.
Ma è piuttosto improbabile che un musicista all'inizio di una così promettente
carriera abbia rischiato di compromettere le proprie mani, specie se si
tiene conto dello stato ancora piuttosto primitivo della chirurgia di quel tempo.
Più attendibile sarebbe quindi, secondo Schöenfeld, ammettere l'esistenza
di una malattia di Marfan; d'altronde, non avendo B.J. Marfan ancora
descritto la sindrome (lo fece solo nel 1896, più di mezzo secolo dopo la
morte del musicista) i suoi medici non vi fecero molto caso.
Del parere che si sia realmente trattato di una sindrome di Marfan è anche
il Prof. Mantero (Primario dell'Ospedale S. Paolo di Savona),
il quale afferma che
La mano del musicista fu così straordinaria perché
era la mano di un malato…..L'eccessivo sviluppo in senso verticale
dell'osso - continua -si accompagna sempre ad una notevole ipoplasia
del tessuto adiposo sottocutaneo, con lassità della cute, ipotonia
e ipotrofia muscolare, grande lassità articolare, dovute ad un difetto
di organizzazione del tessuto collageno.
Nella sindrome di Marfan l'osso è più leggero, e di conseguenza
anche il braccio peso di meno, a tutto vantaggio di chi, come Paganini,
suona il violino, poiché fatica di meno.
Certo la tesi è nuova e affascinante, anche se può prestarsi a delle critiche.
Ad esempio, nel 1973 un ricercatore statunitense, C. Wagner, studiando
l'angolo di massima supinazione dell'arto sinistro di 11 violinisti
concertisti che si cimentarono al Festival Musicale di Monaco, ha trovato
dei valori sostanzialmente superiori a quelli di un gruppo di controllo.
Ma, osservano i sostenitori della tesi della sindrome di Marfan, se
è vero che i concertisti possono raggiungere con l'esercizio certe
estensioni, è altrettanto vero che Paganini non si esercitava quasi mai
tra un concerto e l'altro , e pure conservava la sua sorprendente
mobilità e delicatezza di movimento ( i movimenti delle sue dita venivano
definiti "così delicati come il frusciar delle foglie").
Ma sindrome di Marfan a parte, col passare degli anni la salute
del musicista si fa sempre più precaria.
Per curare la tubercolosi, egli si sposta da una stazione termale all'altra,
Bad Ems, Baden Baden... E' costretto a viaggiare servendosi di una carrozza
speciale attrezzata in modo tale da avere la temperatura sempre costante,
una specie di aria condizionata di oggi.
Sogna di andare in Russia, oltre che per mietere allori e per guadagnare
denaro
Per stare al caldo, perché lì le case sono attrezzate per
garantirci dai raffreddori, nonché le carrozze ben sigillate, e pellicce
della Siberia….
Ma non si stanca di dare concerti. Man mano che la sua fama cresce e si
consolida, si fanno sempre più insistenti le voci sulla sua natura satanica.
Queste voci prendono però anche corpo da certi strani atteggiamenti del
musicista, che lo fanno addirittura tacciare di necrofilia, quantomeno
di masochismo. Egli mostra ad esempio una curiosità morbosa per le cose
di medicina, come nel 1831 quando chiede di assistere all'intervento
chirurgico praticato da H. Earle al St. Bartholomew Hospital di Londra;
oppure quando, nel 1832, offre un concerto a favore di colerosi proprio
nel momento di massima acuzie dell'epidemia, o anche quando visita - incurante
del contagio - l'Ospedale di Pammatone durante il colera del 1835 portandosi
appresso il piccolo e terrorizzato figlioletto Achille.
D'altra parte lui stesso si compiace di alimentare la leggenda satanica
che lo circonda, al punto tale che il patriarca di Venezia
(soggiorno del 1824) è costretto ad occuparsi degli isterismi dei suoi fedeli
che seguono il violinista al cimitero del Lido dove ogni notte egli si reca
a suonare.
O anche la sua presenza pressochè quotidiana all'inumazione dei parigini
morti di colera del 1835….
I frequentatori dei concerti, anche i più resistenti, si lasciano però
piacevolmente coinvolgere da questa leggenda quando se lo vedono comparire
davanti sempre più allampanato, emaciato, senza denti, ricurvo e fisicamente
distrutto che afferra l'archetto quasi per scacciar via, con la violenza dei
suoi gesti, i tanti mali che lo affliggono, e i nuovi che si stanno
affacciando.
Così nel 1835 ecco comparire un altro guaio: una stenosi dell'uretra.
Ma conseguenza specie allora inevitabile, insorge una cistite settica,
accompagnata da orchite. E' in questo stesso anno che Magendie gli scopre
la stenosi rettale, probabilmente una gomma luetica.
E' nel 1837 che viene diagnosticata la laringite tubercolare che lo
porterà a morte tre anni dopo.
Ma secondo alcuni studiosi ( ad esempio de Courcy), l'affezione laringea
sarebbe non di natura tubercolare ma luetica, quale stadio terminale
della sifilide terziaria. Un interessamento luetico dei polmoni con
successiva estensione alla laringe è d'altronde possibile.
Si noti che gli stessi medici di Paganini hanno opinioni diverse al
riguardo, d'altra parte legittimate dal fatto che non è possibile, a quel
tempo, diagnosticare con certezza l'infezione tubercolare (Koch nascerà
tre anni dopo la morte del Maestro).
L'ipotesi della laringite luetica, e non tubercolare, sarebbe suffragata da tre
considerazioni: 1. il figlio Achille, che visse a stretto contatto col padre,
fin da piccolissimo, non contrasse mai la tubercolosi; 2.
I "disturbi cronici alla gola" sono iniziati prima dei 40 anni, quindi 15 anni
prima che si sia manifestata la laringite vera e propria, il che è
compatibilissimo con un'infezione luetica; 3. la necrosi del mascellare
inferiore sofferta a Praga nel 1828 potrebbe essere di natura gommosa,
cioè luetica.
Di qualunque natura sia la laringite di Paganini, è tuttavia certo che
lo prostra gravemente, lasciandolo completamente afono negli ultimi due anni
della sua vita.
Ma la speranza non lo abbandona, anche perché sono i medici ad alimentarla:
Da alcuni mesi soffro di una paralisi alla gola che mi ha tolto
la voce. Così non posso parlare, e sono costretto a scrivere ciò che voglio
dire…. Ma il noto dottor Magendie mi ha però assicurato che con il tempo
la voce tornerà…..
Pian piano smette di suonare, defedato com'è, e intossicato dai tanti intrugli
che gli somministrano. Tutto il suo tempo l'impiega a rincorrere a cure
impossibili e medici incapaci, a Parigi e a Marsiglia, alle stazioni termali
di Balaruc Vieux e Vernet-les Bains "per i reumatismi e la paralisi".
Poi ancora a Genova, e finalmente a Nizza.
L'immagine demoniaca che il popolo si è fatta del musicista si accentua
ancor più dopo la sua morte: la sua salma, difatti, non troverà per lungo
tempo un riposo definitivo.
Dopo essere stato imbalsamato, il cadavere di Paganini viene deposto,
senza ricevere alcuna benedizione, in un sotterraneo dell'Ospedale di
Villefrance (Il Vescovo di Nizza, monsignor Galvano, vieta di seppellire
quel corpo in terra consacrata).
Pochi mesi dopo (autunno 1840), trasferimento della cassa all'isolotto
di Saint Ferréol, sulla Costa Azzurra, nelle vicinanze dello scarico
di una raffineria di petrolio, in una piccola fossa senza alcuna particolare
indicazione.
Ma la gente che passa lì di notte afferma di sentire degli strani lamenti
e suoni di violino. Così Achille si riprende la salma e la trasporta a
Genova, dove viene deposta nel giardino della casa della famiglia Ramajone
a Polcevera.
Ma non è finita; nel 1846 il corpo di Paganini è deposto a Villa Gajone,
vicino a Parma, senza nome e senza croce (Quando nel 1893 la bara viene
aperta, i lineamenti del musicista appaiono pressochè immutati, a differenza
del corpo completamente disfatto).
Il figlio Achille, che segue passo passo le vicende della salma, lo trasporta
nel 1865 al vecchio cimitero di Parma: dopo la morte di lui (1896),
il corpo del violinista riposa finalmente nel nuovo cimitero.
E anche quando nel 1940 la cassa verrà riaperta, i lineamenti del
Maestro appaiono immutati...
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