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LUDWIG VAN BEETHOVEN
(Da:"Pazienti illustrissimi": di L. Sterpellone)

LA MUSICA DAL SILENZIO

TAM TAM TAM TAM - TAM TAM TAM TAM : Qui Radio Londra. Vi parla il colonnello Stevens. Trasmettiamo alcuni messaggi speciali per i partigiani della Val d'Ossola….TAM TAM TAM TAM: qui Radio Londra…...

Li ricordiamo in molti quei quattro colpi di tamburo, tre brevi e uno lungo , che nei giorni bui della II guerra mondiale risuonavano come la voce alla libertà..
Proprio come i "tre punti-linea" che nell'alfabeto Morse indicano la lettera "V" iniziale di "Victory".
Quattro colpi, che molti identificano nelle prime quattro note (sol-sol-sol-mi?) della Quinta Sinfonia di Beethoven.
E' il destino che bussa alla porta!
le definì il musicista di Bonn.
Ma Beethoven la sua Quinta……non l'ha mai sentita.
Nel 1809, quando l'ha composta, non ha ancora quarant'anni: ma tra lui e il mondo s'è alzato già da tempo il muro del silenzio.
Ora egli riesce appena ad udire ciò che suona solo tenendo tra i denti l'estremità di una bacchetta di legno (Drumstick) e poggiando l'altra sulla cassa di risonanza del pianoforte per percepire le vibrazioni.
Non percepisce più ne' le voci ne' i suoni.
Nel 1822 alla prova generale del Fidelio (l'opera che dopo vari rifacimenti Beethoven vuole rappresentare) appare chiaro sin dal duetto del primo atto , che egli non sente assolutamente nulla di ciò che si canta sulla scena: l'orchestra suona e i cantanti vanno per proprio conto.
Ne nasce una confusione generale, e l'amico (e biografo) A. F. Schindler gli fa capire che non è il caso che insista a voler dirigere l'orchestra:

……….Aveva il volto dello smarrimento e del dolore….Non ricordo nessun giorno così disperato, per lui, come quello, nel sentire le mie parole……………..

Nel maggio 1824, al termine di un concerto, una cantante deve prenderlo per le spalle e voltarlo verso il pubblico perché si renda conto che lo stanno applaudendo freneticamente.

Se non avessi questo male< -confida a Schindler- terrei in pugno il mondo!


Fin quando gli è stato possibile, Beethoven ha cercato di tenere nascosto "questo male", la sordità.
Ma poi ha dovuto confidarsi con qualcuno. Il 21 giugno 1801 (ha 31 anni), così rivela all'amico medico Franz Gerhard Wegeler:

Devo confessarti che conduco una vita infelice. Sono almeno due anni che evito qualsiasi compagnia, perché non posso dire alla gente che sono sordo.
Il dr. Franck l'ha voluta curare con olio di mandorle, ma senza alcun effetto.
E mentre l'udito è divenuto ancora peggiore, l'intestino è rimasto nelle stesse cattive condizioni.
Tutto ciò è andato avanti sino all'autunno scorso, e ne sono veramente disperato.
C'è stato un medico somaro che mi ha consigliato di prendere bagni freddi nel Danubio….
…Ho avuto delle coliche fortissime.
Poi quattro settimane fa, convinto di dovermi rivolgere ad un medico bravo, ho consultato il dottor Vering, che è riuscito a bloccare completamente la diarrea: mi ha prescritto infatti dei bagni tiepidi con acqua del Danubio in cui versare una certa soluzione corroborante…
….Poi mi ha prescritto pillole per lo stomaco, e tè per gli orecchi….
Ma questi sibilano, e sento un brusìo continuo, giorno e notte.
….Posso dirti che la mia vita si trascina miseramente, e da due anni evito qualsiasi tipo di vita sociale.
Se avessi un'altra professione la mia infermità non sarebbe così grave, ma nel mio caso è una menomazione terribile!
E se i miei nemici, che non sono pochi, venissero a saperlo…..A teatro, per sentire gli attori devo mettermi accanto all'orchestra, altrimenti non odo le note acute degli strumenti e delle voci….
Posso udire i toni di una conversazione, ma non le parole.

Nello stesso anno scrive al pastore Karl Amenda, suo amico e confidente:

Sappi che la parte più nobile di me stesso, l'udito, è notevolmente indebolita.
Dovrò vivere tristemente.
Quando stavamo insieme io già sentivo il disturbo, ma lo tenevo nascosto.
Ora esso si è aggravato progressivamente, e non so se debbo o meno curarmi…Mi crea grossi impedimenti nel suonare e nel comporre….

La sordità sarebbe quindi cominciata all'età di 27 anni, interessando dapprima l'orecchio sinistro e poi quello destro.
La prospettiva di rimanere completamente sordo fa entrare Beethoven in uno stato di depressione:

Con gioia vado incontro alla morte: non mi libera forse da uno stato infinitamente penoso?


Ma un incontro felice lo risolleva improvvisamente da questa depressione: nella casa dei conti Brunvik che Ludwig frequenta come insegnante di pianoforte della figlia maggiore Therese, arriva dall'Italia un'incantevole ragazza bruna, esuberante, di quindici anni, cugina di Therese, la contessina Giulietta Guicciardi (fine dell'anno 1800).
Ludwig se ne innamora, e dedica a lei la Sonata in do diesis (Op. 27 n.2), il famoso Chiaro di luna.
Il musicista arriva addirittura a pensare al matrimonio: ma d'improvviso la "bella Guicciardi" gli confessa che preferisce sposare il giovane conte Robert von Gallenberg, archivista del Kärtnertor Theater, mediocre autore di balletti.
La famiglia di Ludwig proviene(van) da un piccolo paesino fiammingo di nome Beethoven, che letteralmente vuol dire "campi di barbabietole".
In Olanda e in Germania (dove la famiglia è emigrata) sono tuttora abbastanza frequenti i cognomi di Beethoven, Beethofen,. Bethof e Bietofen.

Il nonno Lodewyk, figlio di un fornaio, dopo essersi trasferito a Bonn, diviene prima cantore e poi maestro di cappella, come diverrà anche suo figlio Johann: tuttavia questi è così dedito all'alcool, che nel 1789 viene esonerato dal servizio, e morirà tre anni dopo completamente alla deriva.
Dal matrimonio di Johann e Maria Magdalena Kettwerich nasceranno sette figli: Ludwig verrà battezzato il 17 dicembre 1770.
Il padre è convinto del talento musicale di Ludwig, e vuol farne un novello Mozart (a 8 anni, il 26 marzo 1778, il ragazzo dà a Colonia il primo concerto, al clavicembalo), suo padre, spesso in preda ai fumi dell'alcool, arriva persino a svegliarlo di notte, costringendolo al piano sino al mattino.
Ma Ludwig non si sente assolutamente un énfant prodige.
Tra qualche anno sarà un rivoluzionario, un libertario, un assertore dell'indipendenza.
E c'è oggi chi intravvede i semi di questa ribellione proprio nella sua rivolta all'autorità e alla prepotenza paterna: Richard e Edith Sterba, autori di uno studio psichiatrico su Beethoven, affermano:

Una precoce ribellione agli arbitrii e all'ingiusta severità del padre gettarono le basi della rivolta contro ogni tipo di autorità, che in Beethoven si manifestò in modo insolito.


Ludwig non era mai stato eccessivamente bello.
Il dottor Frimmel lo descrive di habitus picnico-atletico; è tarchiato, muscoloso, le spalle larghe e l'ampia fronte arcuata, le sopracciglia folte e cispose, il collo corto.
Il mento è largo, gli zigomi marcati, e il viso mostra chiare, le cicatrici del vaiolo, specie intorno alle labbra e al naso.
Per la sua carnagione olivastra lo chiamano "der Spanier", lo spagnolo.
La testa è massiccia, "leonina", ornata da una massa di capelli scuri e ribelli, i denti sporgenti, il naso piccolo e arrotondato. Ludwig è alto 1,65, e quando cammina è leggermente inclinato avanti.
Ma non dev'essere privo di fascino se, a 30 anni, Bettina Brentano così ne parla:

La sua persona piccola, bruna, col viso butterato dal vaiolo, può dar l'impressione di essere bruttissima; guardiamo però stupiti, come se fosse una splendida opera d'arte, la sua fronte divina disegnata nobilmente…. E' talmente ingenuo che gli si può far fare ciò che si vuole….


Ma la sua espressione è quasi sempre contratta e corrucciata: è raro trovare sul suo volto il sorriso.
E' piuttosto maldestro, e rompe continuamente ciò che tocca.
Per di più ha la pessima abitudine di sputare dappertutto, ed è disordinatissimo.
Così nel 1809 il barone Trémont descrive il suo appartamento:

Immaginate un posto buio e disordinato: macchie di umido coprivano il soffitto; un pianoforte da concerto piuttosto vecchio, sul quale la polvere disputava lo spazio con fogli di musica stampata e scritta a mano;
sotto il piano, un pitale non vuoto;
accanto, un tavolino di noce abituato alle macchie del calamaio che si rovescia continuamente; poi tante penne incrostate d'inchiostro, e ancora musica.
Le sedie, quasi tutte di vimini, erano coperte di piatti con i resti della cena precedente, di indumenti, ecc…


Nei primi anni del secolo, così il suo allievo Karl Czerny lo descrive:
Vestiva una gran giacca a peli grigi, che facevano pensare al costume di Robinson Crusoe.
Lunghi capelli cadevano confusamente attorno al suo capo; la barba era di parecchi giorni, le orecchie erano otturate con batuffoli di cotone intinti di un liquido giallo…..


Era l'olio di mandorle, prescrittogli contro la sordità.
Gli amici e i visitatori definiscono Ludwig "ipocondriaco": ma a questa così mal definibile "ipocondria" contribuiscono senz'altro i disturbi intestinali così tenaci che da anni lo affliggono, e che lo costringono a diete insufficienti e irregolari.
Beethoven sa forse di non essere un bell'uomo; ma è ben consapevole della propria ricchezza spirituale e artistica.
Un giorno gli arriva dal fratello una lettera firmata: "Johann proprietario di terre". Lui risponde "Ludwig, proprietario di un cervello".
A soli 50 anni Friedrich Rochlitz lo descrive piccolo e massiccio, col volto pieno e rotondo, gli occhi lucenti e inquieti, "pungenti se ti fissa".
Ma il suo volto, specie i suoi occhi così mobili e pieni di vita, esprimono intelligenza, e la sua espressione è un continuo alternarsi di espansione e di timidezza.
Ma a quest'età è capace di cambiare aspetto da un'ora all'altra.
I viennesi che ancora non lo conoscono vedono un tipo singolarmente sciatto, sudicio, che si fa largo a gomitate tra la folla, che si fa avanti senza guardare in faccia nessuno.
Sul capo, una bassa tuba calcata sulla nuca; la redingote gli si gonfia dietro, tanta è la carta da musica che gli riempie le tasche; e da queste spuntano penne, matite, appunti.
Di tanto in tanto si ferma borbottando tra sé, mettendosi magari a canticchiare e battendo il tempo con le rozze mani pelose.
Poi riprende a camminare, incespicando sulle scarpe slacciate….

Una volta, scambiato per un accattone, viene anche arrestato.
Invece il giorno dopo ricompare nelle stesse strade quasi fosse un'altra persona, vestito con somma cura e signorile eleganza: una giubba marrone di stoffa inglese con grossi bottoni di madreperla, il panciotto bianco, i calzoni bianchi e attillati, in una mano il bastoncino di canna d'India , e nell'altro l'occhialetto…
Essendo molto miope sin da ragazzo, quando compone Beethoven deve inforcare gli occhiali (tra il 1795 e il 1798 scriverà il Duetto con due occhiali obbligati per viola e violoncello).
Oggi custoditi nella sua casa di Bonn, sono montati in fil di ferro: una lente misura 1,75 diottrie, l'altra 4, 0.

La delusione per la Guicciardi è stata cocente; per di più il disturbo dell'udito accenna ulteriormente ad aggravarsi.
Nel 1802 Beethoven lascia il medico che l'ha seguito sinora, il dottor Vering, rivolgendosi al dottor J. Schmidt.
Questi gli consiglia immediatamente un lungo riposo in campagna, in isolamento completo, lontano dai rumori "per riposare l'affaticato organo dell'udito".
Ad Heiligenstadt, vicino a Vienna, dove si reca, è pervaso dalle bellezze e dai suoni della natura:

I boschi, le piante, le rocce, danno l'eco che l'Uomo desidera. Un silenzioso stupore.


Ludwig passeggia nella dolce campagna nei dintorni di Vienna , con la sua caratteristica andatura irrequieta, con le mani dietro la schiena, le tasche zeppe di fogli di musica.
Ascolta il canto degli uccelli, il mormorio dei ruscelli, il sibilo del vento, il fragore del tuono, il canto dei contadini.
Tutto contribuisce a creargli una personale "religione della natura".
E l'incipiente sordità comincia a dare i suoi frutti : proprio sospinto da questo disturbo in un ambiente arcadico che certamente non può trovare a Vienna, Beethoven concepisce e compone la VI Sinfonia detta Pastorale, tutta impregnata di questa religiosità, che concretizza nel suo spazieren arbeitend (passeggiar lavorando).

E' durante questo soggiorno che Beethoven scrive il famoso "testamento di Heiligenstadt (6 ottobre 1802), in cui confessa tutta la sua pena: considera la sua sordità (che fa risalire al 1796) una situazione "disperata" per un musicista, descrive tutte le piccole e grandi frustrazioni che gli procura, la depressione che ne consegue, e la sua incapacità di frequentare la gente.
Dice di aver pensato più volte al suicidio, e che soltanto l'arte l'ha sinora dissuaso.
Trascorsi i sei mesi di riposo prescritti, si rende conto che per la sua sordità non c'è molto da fare.
Ma l'isolamento gli ha giovato per altri versi: quando ritorna a Vienna, è ben conscio di essere un musicista dalla straordinaria forza di concentrazione, capace di trasformare in musica ogni sensazione dell'anima: in breve tempo scrive la Sonata a Kreutzer e l'Eroica.

La perdita dell'udito sarà progressiva, sino alla sordità completa.
Le cure cui verrà sottoposto saranno le più diverse, ma tutte inutili: lavaggi saponosi, suffumigi, diuretici, sudoripari, vescicanti, acque.
Beethoven ricorrerà anche ai praticoni come padre Weiss, religioso della cattedrale di Santo Stefano, il quale gli prescrive una dieta speciale e gli pratica delle instillazioni di olio e altri liquidi nei condotti uditivi: ma gli effetti di tale trattamento sono più che altro psicologici, dal momento che il musicista si sente, se non altro, curato con amore da qualcuno.

Ricorre invano, anche all'omeopatia, nonché al "galvanismo": si tratta di una cura a base di corrente elettrica continua, che il dottor Schmidt sosteneva avesse guarito un bambino berlinese affetto da sordomutismo, e un uomo che aveva sofferto per sette anni di sordità.
Beethoven seguirà questo trattamento sino alla morte di Schmidt, al quale dedica il Terzetto opera 38.
Ma Schmidt impiega anche un certo balsamo per le orecchie.
Poco risolvono i cornetti acustici, dei quali trova un costruttore abilissimo nel meccanico di Corte Johann Nepomuk Mälzl, l'inventore del metronomo. Mälzl ha anche inventato uno strumento musicale meccanico, il Panharmonicon, una specie di piccola orchestra in miniatura, per la quale Beethoven scrive inizialmente La vittoria di Wellington.
Tra il 1812 e il 1814 Mälzl costruisce per il musicista vari cornetti.
Solo nel 1812 gliene prepara quattro (ma Beethoven ne usa uno solo), dei quali il più piccolo ha una lunghezza di 10 centimetri, il più lungo di 50.
Beethoven però applica il cornetto solo all'orecchio sinistro, perché il destro è completamente sordo.

Egli si serve poi di uno strano aggeggio, piuttosto ingombrante, per aumentare l'intensità dei suoni: si tratta di una specie di coperchio di legno, una cassa di risonanza del tipo di quella dei suggeritori, che interpone tra sé e il pianoforte quando suona.
Nel marzo 1818 alcuni facchini portano nell'appartamento del musicistaù uno speciale pianoforte costruito dalla casa inglese Broadwood: ha la sonorità molto più robusta e penetrante di quella dei pianoforti viennesi; per di più la tastiera è arricchita di quattro tasti verso il grave, e di uno verso l'alto.
Con il nuovo strumento Beethoven può perfezionare e ampliare l'Opera 106 in quattro movimenti, e comporre le ultime tre Sonate, la Missa solemnis e la IX Sinfonia.
La vita di Beethoven è un'alternanza di speranze e di sconforti, una volontà indomabile di continuare a vivere "nonostante tutto", che si riflettono sulla sua musica:

Spesso maledico la mia esistenza -scrive a Wegeler-. Ma Plutarco mi ha insegnato la rassegnazione. Voglio, se possibile, sfidare il mio destino.


Ma se lo spirito trionfa, la malattia gli impedisce di sentirsi felice.
Beethoven sfugge la gente per rifugiarsi nel suo studio in disordine, dove pozze d'acqua ristagnano sul pavimento, stoviglie non lavate e indumenti sono sparsi un po' dappertutto, e la polvere fa da padrona.
La sordità di Beethoven è una di quelle malattie di "pazienti illustrissimi" che più sono state studiate dagli storici e dai medici, senza tuttavia che si sia giunti a conclusioni definitive, specie per quanto riguarda la vera natura.
Comunque per qualsiasi discussione razionale, occorre sempre partire da un dato di fatto.
In questo caso, è l'esame post-mortem dell'apparato uditivo del musicista, effettuato dal Professor Johann Wagner, direttore del Museo di Anatomia Patologica di Vienna, chiamato a praticare l'autopsia.
Così si esprime testualmente nella parte che riguarda l'orecchio:

La cartilagine del padiglione auricolare è molto grande e irregolare;
il padiglione stesso è metà più ampio del normale, e le sue salienze sono molto rilevate.
Il meato acustico esterno si mostra -specie vicino al timpano- ricoperto di scaglie epiteliali lucide.
La tuba di Eustachio è molto ispessita, la sua mucosa sporgente, e vicino all'orecchio è un po' ristretta.
Le cellule mastoidee e la rocca petrosa del temporale, specie in corrispondenza della coclea, appaiono iperemiche.
I nervi acustici risultano atrofici e demielinizzati.
Le arterie uditive che decorrono accanto ai nervi sono dilatate e sclerotiche.


Ora, uno studio critico molto accurato come quello condotto nel 1970 da due medici statunitensi, H. M. Stevens e W. G. Hemenway porterebbe alla diagnosi di otosclérosi.
L'interessamento otosclerotico, dicono in sostanza i due studiosi, spiega molto bene la perdita progressiva dell'udito, particolarmente a carico delle frequenze alte, e il brusìo.
Questa tesi dell'otosclerosi è tuttavia contestata da più parti, primo tra tutti dal dottor Böhme, che ha studiato molto accuratamente il caso.
Più recentemente il Prof. Cavallazzi, otologo dellUniversità di Milano, prendendo spunto da una frase scritta da Beethoven al dottor Wegeler ("se qualcuno grida non lo posso sopportare") ha dichiarato:

L'otosclerosi per molto tempo si configura come danno prevalentemente sulle note gravi, mentre permette di sentire bene le note acute.
E' presumibile che Beethoven, accusando una sordità di questo tipo a 31 anni, dovesse aver raggiunto una certa perdita dell'udito e non fosse in una fase iniziale della malattia.
Del resto lui stesso afferma che da tre anni il suo udito è peggiorato.
Il fatto che il musicista non senta le note acute sta a dimostrare che c'era un danno prevalente sugli acuti, il che toglie ogni credibilità alla diagnosi di otosclerosi.
La sua sordità è invece da attribuirsi ad un'affezione dell'orecchio interno, come ad esempio poteva essere una degenerazione del nervo acustico
.

A dire il vero, seppure nell'ambito della diagnosi differenziale, quest'ultima ipotesi è stata prospettata anche da Stevens e Hemenway, i quali parlano di una neurite tossica, infettiva o luetica.
Sembra che nell'estate del 1797 Beethoven sia stato colpito da tifo addominale, data questa che coincide con gli inizi dei disturbi uditivi: questi studiosi statunitensi ricordano che in circa il 5% degli adulti il tifo può provocare un versamento sieroso nell'orecchio medio, il quale può esitare in otite adesiva.
Meno frequente è invece in questi pazienti la degenerazione del nervo acustico.
L'ipotesi di una degenerazione di origine luetica, che ha pure ricevuto grande attenzione, sarebbe tuttavia resa poco probabile da due considerazioni:

· si escluderebbe la sifilide congenita, sia perché nessun tratto somatico tipico di questa forma è presente nel musicista, sia perché il disturbo uditivo è cominciato a 27 anni;
si escluderebbe la sifilide acquisita proprio perché è difficile che ad un'età così giovane essa possa aver raggiunto la fase terziaria.
E poi, in quest'ultimo caso, coesisterebbero altri segni neurologici.
Contro l'ipotesi di una degenerazione luetica milita inoltre l'assenza di vertigini.

Ma esistono anche altre ipotesi, magari più fantasiose e meno attendibili.
A parte "l'azione traumatica dei suoni" (ma allora tutti i musicisti dovrebbero diventare sordi), si cerca di risalire a uno stato catarrale cronico delle prime vie respiratorie e del rinofaringe.
Ad indicarlo sarebbe lo stesso musicista: quando "sente la testa in fiamme" mentre sta suonando, ha l'abitudine di correre al lavabo e di immergere la testa nell'acqua fredda: così rinfrescato e malamente asciugato, si rimette al piano.
Il tenore Rökel lo trova nel suo studio mentre compone l'Eroica a torso nudo, chino su un grande bacile, intento a rovesciarsi sul capo e sul dorso getti d'acqua gelata.

Dice l'amico e medico Gerard von Breuning:

Quelle frequenti abluzioni possono veramente essere state la prima causa dei suoi disturbi uditivi, provocati da una sorta d'infiammazione reumatica
.

Ma si può anche avanzare un'altra ipotesi: quella dell'insufficienza vascolare dell'orecchio interno.
Il Prof. Wagner riporta del resto all'autopsia la presenza di sclerosi dei vasi uditivi.
Una risposta sarebbe forse venuta nel 1863 se, aperta la tomba di Ludwig van Beethoven, fossero state trovate le ossa temporali.
Ma, nonostante le accurate ricerche del prof. Politzer, si riscontrarono soltanto nove frammenti di cranio, senza alcuna traccia dei temporali.
Wagner infatti, come direttore del Museo di Anatomia Patologica, li aveva trasportati e conservati in qualche parte per studiarli meglio;
poi i vasi con la formalina sono andati dispersi.
Un'ultima ipotesi, anch'essa piuttosto interessante, è quella avanzata nel 1971 dal dr. Neiken, secondo cui Beethoven potrebbe essere stato affetto dal morbo di Paget (osteite deformante), la quale può portare ad ipoacusia progressiva e sordità.
Ma viene da chiedersi? Al giorno d'oggi sarebbe stato possibile curare la sordità di Beethoven?

Come prima cosa-afferma il prof. Cavallazzi- un buon medico avrebbe dovuto tener presente che il musicista soffriva di un cattivo assorbimento intestinale, e che quindi era estremamente sensibile ad una tossina endogena, prescrivendo una dieta molto più leggera e razionale.
Inoltre, si sarebbe potuto fare qualcosa per ritardare la sordità progressiva dovuta alla degenerazione del nervo acustico, con vasodilatatori e vitamine in grande quantità.
Ma soprattutto si sarebbe potuto migliorare l'udito con una protesi, certamente più razionale dei cornetti acustici che usava il musicista, anche se protesizzare un'affezione del nervo rimane un impegno difficile ancora oggi.


Che cosa è avvenuto nei ventidue anni che vanno dal testamento di Heiligenstadt (1802) e il momento in cui portano a Beethoven il pianoforte inglese dalla eccezionale risonanza (1824)?
Un cambiamento fondamentale del carattere e delle abitudini del musicista, che hanno profondi riflessi sulla sua produzione musicale: la sordità ingravescente lo isola sempre più dal mondo, sino a renderlo diffidente, scontroso, sospettoso, ostile.
Per di più, mentre sin allora Beethoven è stato un formidabile improvvisatore sulla tastiera, la sua sordità lo costringe pian piano a non improvvisare più e a non dare concerti, perché non riesce a sentire ciò che suona: i "forte" li suona con tale violenza che "le corde schizzano via", mentre i "piano" non si odono affatto.
Beethoven non si accorge nemmeno se per caso suona un piano male accordato.
Così, l'ultimo concerto lo tiene in occasione del Congresso di Vienna (1814).

Non è però soltanto la sordità che lo affligge: nelle lettere scritte tra il 1805 e il 1824 parla spesso dei suoi malanni, tra i quali un "terribile mal di testa, che all'inizio non mi permetteva di lavorare affatto, e che ancora oggi mi permette di lavorare ben poco".
Già nel 1801 ha scritto all'amico dottor Wegeler:

Il dottor Vering mi applica dei cerotti vescicanti sulle braccia, che mi bruciano al punto da non potermi muovere per giorni, finchè non cessa l'effetto.
Per non dire dei dolori….Io continuo ad applicare le tue erbe sull'addome….
Del dr. Vering sono poco soddisfatto: quasi non s'interessa ai miei disturbi.


Poi nel 1809 una febbre che "l'ha squassato", e nel 1810 altre coliche.

11 maggio 1809: Vienna è sotto le cannonate delle truppe francesi di Napoleone Buonaparte.
Nonostante la sordità, Beethoven cerca di non sentirle, ritirandosi in cantina e coprendosi le orecchie con dei cuscini.
Adesso non può più vederlo, Napoleone: l'ha troppo deluso.
Quando il giovane Ludwig era tutto pervaso da idee rivoluzionarie e libertarie, aveva ammirato Napoleone Primo Console che sembrava sventolare la bandiera della libertà e dei diritti umani; e gli aveva dedicato l'Eroica.
Ma appena saputo che si era proclamato Imperatore, aveva cancellato con rabbia quella dedica, esclamando:

Anche lui è come tutti gli altri….Vorrà innalzarsi sopra tutti, e diventerà un tiranno!


Ora Napoleone è alle porte di Vienna (le sue truppe entreranno nella capitale austriaca il giorno dopo, il 12 maggio).
La capitolazione dell'Austria (14 ottobre) porta con sé anche la svalutazione, e anche Beethoven comincia a trovarsi in cattive acque: e molti dei disturbi che accusa li attribuisce alla cattiva e scarsa nutrizione.
A è in questo periodo che scrive il bellissimo Concerto per pianoforte n. 5 op. 73.

Sono del 1811 varie lettere al suo allievo (con scarso talento!) arciduca Rodolfo, in cui si lamenta di "malessere generale, cefalea, catarro, febbre, infezione intestinale". (Questi disturbi lo accompagneranno per anni).
Comincia così a frequentare le stazioni termali: Töplitz, Baden, Rodaun, Karlsbad, Franzesbrunn.
Vi segue delle diete speciali, beve acque, fa i bagni.
Ma evidentemente si trova isolato, se il 12 luglio 1812, dopo aver terminato la VII Sinfonia, scrive da Töplitz (una lussuosa stazione termale della Boemia):

Io vivo solo, solo, solo, solo.


Eppure vi si trova la famiglia reale e il suo seguito, e tra gli altri c'è anche Wolfgang Goethe.
In questo periodo, il suo nuovo medico è il dottor Giovanni von Malfatti, uno dei più famosi di Vienna, curante della principessa Beatrice e dell'arciduca Karl. Beethoven l'ha sostituito dopo la morte del dottor Schmidt (1809), e s'innamora di sua figlia Therese, di 39 anni.
Le propone anche il matrimonio, ma lei rifiuta.
Di questo periodo di serenità non restano che pochi elementi: la delicata Per Elisa e qualche lettera.
Secondo i due psichiatri R. e E. Sterba, Beethoven sarebbe stato nel suo inconscio avverso alle donne, rifuggendo quindi l'idea del matrimonio: in fondo - sostengono - si è innamorato solo di donne che non l'avrebbero mai sposato (o perché già sposate, o perché superiori a lui come rango sociale).
Il dottor Malfatti gli consiglia di proseguire col magnetismo (ma senza alcun risultato), con le cure termali e con le diete (per i disturbi intestinali) a base di zuppa di pane, maccheroni, carne di vitella, pesce e uova sode.
Ma forse per l'insuccesso di queste terapie, forse anche per "l'atteggiamento poco onesto del mio furbo italiano dottor Malfatti", il rapporto medico-paziente si deteriora sino al litigio e alla rottura.

Il nuovo medico di Beethoven è ora il dottor Staudenheim, curante del Kaiser.
La prima misura che prende è poco gradita al musicista: niente più alcoolici.
Ma l'udito continua a peggiorare: per comunicare con il prossimo, il musicista è costretto a servirsi di un taccuino, sul quale scrive domande e risposte: sono i famosi Konversationshäfte (Quaderni di conversazione), che, in parte salvati e pubblicati per un totale di oltre undicimila pagine, costituiscono una fonte documentale di incalcolabile valore sugli ultimi anni del musicista di Bonn.

Naturalmente, presentano ampi vuoti, dal momento che, alle domande scritte dei presenti, Beethoven risponde a voce, come a voce sono le sue stesse domande.
Ma la colpa di tutto è di A. F. Schindler, il quale ha distrutto la maggior parte dei 400 quaderni, lasciandone integri soltanto 137, venduti poi alla Reale Biblioteca di Berlino.

Da uno di questi quaderni vien fuori una strana cura che un amico consiglia a Beethoven a fine novembre 1819:

Strofinare rafano fresco su dei batuffoli d'ovatta, e inserirli poi negli orecchi, ripetendo il più spesso possibile.


Evidentemente, considerata la natura piccante del rafano, esso aveva un'azione rubefacente sul meato acustico esterno.
Ma, anche se ciò non risolveva nulla, i batuffoli di ovatta come tali avevano pure qualche risultato se Beethoven dice:

Il cotone nelle orecchie mentre suono toglie al mio udito il brusìo che sento continuamente.


Un'altra ricetta piuttosto curiosa (agosto 1826) è la seguente:

Bucce verdi di noci, cotte in latte tiepido. Mettere nell'orecchio alcune gocce della mistura.


Disperato degli insuccessi delle cure, Beethoven si rivolge di nuovo al religioso padre Weiss, ma anche stavolta senza risultato.
Nel 1824 il violinista Ignaz Schuppanzigh lo trova mentre batte con violenza il calzatore contro un muro: vuole avere una qualsiasi sensazione acustica!
Ma nemmeno i disturbi intestinali lo hanno praticamente mai abbandonato.
Nel 1823 ricompaiono diarree molto profuse, per le quali suo fratello Johann, farmacista, annota sui quaderni di conversazione:

Dovresti prendere un po' di polvere di rabarbaro, e seguire una dieta molto curata, priva di pesce.
La tua diarrea proviene dal gran mangiare e dal bere acqua.


Un altro suo medico, il dottor Karl von Smetana, così gli annota:

Contro il dolore deve prendere solo un paio di volte al giorno della mucillagine d'orzo.
La diarrea si attenuerà se lei non mangerà di giorno cibi poco digeribili, e se a tavola berrà vino rosso con acqua.


Smetana gli somministra poi una mistura purgativa, refratta nelle 24 ore, che però lo debilita profondamente.
E Beethoven dichiara sconsolato:

Nessun medico riesce ad aiutarmi. Da ieri ho mangiato soltanto minestra, uova e solo acqua.
La mia lingua è tutta gialla…., e il mio intestino non si riprenderà più.


Ancora un altro medico, il dottor Josef Danhauser, lo sottopone ad una dieta molto drastica, dalla quale sono severamente esclusi il vino, il caffè e le spezie.
Ma Beethoven è stato sempre un paziente a modo suo, che fa sempre di testa propria.
Ignorando completamente le prescrizioni dei medici, beve molto vino e molto caffè forte.
Non sta nemmeno attento ai dosaggi dei medicinali: se gli prescrivono un cucchiaino di una tal porzione, lui ne prende parecchi cucchiai da tavola.
Oppure la beve tutta insieme, o non la prende affatto….

Il 22 novembre 1815 muore per tubercolosi polmonare il fratello Kaspar: affida a Ludwig l'educazione del figlio Karl, di 9 anni, per "sottrarlo alla propria cattiva moglie".
Ludwig, che ha sempre desiderato una famiglia, ora ha un nuovo scopo per la vita.
Saranno per lui cinque anni di beghe legali e di processi, alla fine dei quali riesce però a farsi nominare tutore unico del nipotino.
Ma saranno anche cinque lunghi anni di amarezze, durante i quali non riuscirà a comporre che pochissima musica.
Beethoven affida il nipote ad un Istituto molto quotato per l'educazione, e lo circonda del più sincero e tenero affetto: ma non ne viene assolutamente ricambiato.
A quindici anni il ragazzo fugge dalla casa dello zio, comincia a frequentare amici di dubbia moralità, si dà al gioco e contrae debiti.
Lo zio ha già speso per lui 10.000 fiorini….

Verso il 1821 compare un nuovo sintomo, al quale un medico accorto darebbe senz'altro il giusto significato: l'ittero. A questo punto dovrebbe essere chiaro che il fegato è compromesso, anche perché -dopo fasi alterne di remissione e di esacerbazione-, nel 1825 compare un segno altrettanto caratteristico di interessamento epatico: l'emissione di sangue dalla bocca, sangue che proviene evidentemente da qualche varice dell'esofago.
Questo sintomo si ripete ad intervalli sempre più frequenti, sino a debilitare profondamente il musicista.
Il 30 luglio 1826 egli si insedia in quella che sarà la sua ultima casa, la Schwarzspanierhaus, dove gli arriva una notizia terribile, che lo getta in un penoso stato di prostrazione: il nipote Karl, sotto la pressione dei debiti, ha tentato di suicidarsi, sparandosi.
Ma i guai non sono finiti.
Verso la fine dello stesso anno, il musicista si ammala di polmonite.
Ma passano tre giorni prima che qualcuno lo visiti: i due suoi ex medici Braunhofer e Staudenheim -irritati dal suo comportamento nei loro riguardi- si rifiutano di accorrere al suo capezzale.
Lo prende allora in cura il dottor Wawruch, primario di Clinica medica dell'Università di Vienna:

Gli ho riscontrato una polmonite. Era arrossato in volto, sputava sangue, respirava con difficoltà, quasi allo stato di soffocamento….


La polmonite si risolve nel termine di una settimana, ma ben presto le condizioni generali peggiorano: ricompaiono le coliche, la diarrea, l'ittero, e l'ascite si fa sempre più abbondante.
Wawruch decide allora di procedere all'aspirazione del liquido dalla cavità addominale.
Vengono effettuate tre paracentesi.
Nella prima (20 dicembre 1826), il professor Seibert, che la esegue materialmente, aspira 7,7 litri di liquido.
Nella seconda (8 gennaio 1827) ben 14 litri.
Ma c'è qualche altra cosa che tormenta Beethoven: le cimici, che non lo lasciano dormire; inoltre è pieno di piaghe da decubito sul dorso.
Date le condizioni del paziente, l'11 gennaio viene tenuto un consulto con Wawruch, Braunhofer, Staudenheim e (dopo 10 anni!) Malfatti.

Questi prescrive un punch ghiacciato al giorno.
Beethoven gradisce tanto questa prescrizione, che comincia a bere non uno, ma parecchi punch al giorno, sino a ubriacarsi, a cadere in uno stato soporoso, a parlare a vanvera.

Ma quello del punch non è il solo errore di Malfatti: ne commette altri due, madornali.

Ordina di frizionare l'addome del paziente con acqua ghiacciata, il che non fa altro che scatenare nuove coliche e intensificare la diarrea.
Prescrive poi uno strano bagno: vengono versate in una tinozza varie caraffe d'acqua bollente, e si prepara su questa uno spesso strato di foglie di betulla.
Beethoven vi viene fatto sedere dentro, tutto avvolto da un lenzuolo.

Malfatti aspetta che, sudando e urinando abbondantemente, non si formi altro liquido.
Ma questi bagni non fanno altro che accentuare la debolezza, dalla quale il musicista non si riprenderà più.

Bisognerà ricorrere alla terza paracentesi (28 gennaio 1827) e poi anche ad una quarta.

Ma ormai anche i medici hanno perduto ogni speranza.
Decidono quindi di rendere un grosso favore al loro paziente lasciandolo morire contento: gli danno nuovamente il permesso di bere il vino.

L'effetto psicologico è magico: Beethoven si risente talmente in forma che vuol riprendere a lavorare alla X Sinfonia.
Il 23 marzo, dopo aver firmato con mano tremante il testamento nel quale nomina erede universale il nipote Karl, si rivolge ai presenti:

Plaudite amici, finita est comoedia!


Poi, il rapido decadimento : le forze lo abbandonano, il sudore gli imperla la fronte.
Alle 18,30 del 27 marzo Ludwig van Beethoven muore.

Il giovane pittore Josef Danhauser prende la maschera funebre.

Ventimila persone seguiranno il feretro, due giorni dopo.
Tra i presenti Franz Schubert, ignaro che tra appena un anno riposerà anche lui vicino a Beethoven.

I reperti che darà l'autopsia eseguita dal prof. Johann Wagner alla presenza del dr. Wawruch serviranno solo a chiarire in parte le cause della morte, e, ancor meno, quelle della sordità.
Daranno anzi luogo a varie congetture, tanto che ancora oggi i medici e gli storici non sanno dare risposte definitive a questi quesiti.
Ma vale la pena conoscere alcuni dei passi più importanti del protocollo di autopsia firmato da Wagner (del quale tuttavia si dispone soltanto di una copia, essendo l'originale andato perduto).

Il torace appare completamente normale. L'addome risulta dilatato, teso, con ascite. Il fegato è raggrinzito, rimpicciolito a metà della sua grandezza normale, di colorito verde bluastro, cosparso in superficie da piccoli noduli della grandezza di un fagiolo. I vasi epatici sono ristretti e ispessiti. La colecisti contiene un liquido marrone scuro, sabbioso. La milza ha una grandezza doppia del normale, è nera e indurita. Il pancreas è più voluminoso e consistente del normale. Lo stomaco e l'intestino appaiono dilatati da enormi quantità di aria. Ambedue i reni appaiono infiltrati da un liquido marrone e opaco; molti calici renali appaiono calcificati. (*Dei reperti a carico dell'orecchio viene detto in precedenza)


Dai reperti autoptici appare quindi molto probabile che la morte possa essere addebitata direttamente ad una malattia del fegato.
Del resto, disturbi del sistema digerente erano stati già segnalati a partire dal 1794 (coliche, diarree, ecc.).
Alcuni studiosi hanno prospettato l'ipotesi che il disturbo epatico sia stato originato da una malattia infettiva, probabilmente da un tifo.
Ma secondo il dottor F.H. Franken non si tratterebbe di tifo, sia perché questo non lascia disturbi per anni, sia perché per Beethoven un tifo vero e proprio non è stato mai accertato con sicurezza (del resto a quel tempo come "tifo" venivano etichettati quadri di vario genere, non essendo ancora isolato l'agente infettivo).

C'è anche chi ha parlato di un'infiammazione da brucelle, come il melitense (ma la febbre maltese può provocare fibrosi del fegato, non cirrosi).
Sempre secondo Franken, si tratterebbe comunque di una cirrosi epatica (confermata all'autopsia), che è decorsa tipicamente con emorragie esofagee, ascite e morte per coma epatico.

Egli appoggia poi la tesi di Lodron, secondo il quale si sarebbe potuto trattare di una pancreatite ricorrente associata a colon irritabile, a sua volta secondaria ad abuso cronico di alcool: oltre ad essere lo stesso musicista un forte bevitore, lo erano anche il padre e la nonna.

Questa ipotesi della pancreatite troverebbe anche conforto nei reperti tanatologici.
Forse le teorie, le ipotesi e le discussioni sulle malattie di Beethoven non avranno mai fine.
Ma è certo che, specie la sordità e i disturbi intestinali, hanno giocato un ruolo non indifferente- anche se non determinante- sulla sua attività artistica.
Proprio perché non riusciva a "sentirsi" mentre suonava, Beethoven fu costretto ad abbandonare pian piano la carriera di concertista, tenendo il suo ultimo concerto a 44 anni, quando cioè un artista è al culmine delle sue prestazioni e del suo rendimento.
ù Per di più, le alterne vicende della sua salute hanno imposto lunghi momenti di pausa alla produzione musicale.
Ma è forse "merito" della sordità se Beethoven ha così interiorizzato la sua vis creativa da "sentire" la musica venire dal profondo silenzio del suo io, sì da non avere nemmeno più bisogno del senso dell'udito per ascoltare la sua musica.

Le voci del mondo non arrivano più ai suoi orecchi, ma rinascono nel suo cervello, dove le immagini musicali si affollano e chiedono solo di essere trasformate in note scritte.

Vediamo ancora Ludwig passeggiare tra le amene colline di Heiligenstadt, nelle vicinanze di Vienna, e cogliere dall'aria, dalla terra, dagli alberi le note dolcissime della sua Pastorale:

Le quaglie, gli usignoli, i cùculi, l'hanno composta per me.



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