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WOLFGANG AMADEUS MOZART C'è però un inconveniente, per la composizione: pur essendo un appassionato musicista dilettante, il conte…non sa mettere insieme quattro note sul pentagramma. Rinunciare? Macchè! Proprio a Vienna, nella casa della Kleinkaiserstein, nella Rauensteingasse abita un musicista che non se la passa troppo bene, e che fa proprio al caso suo: si chiama Wolfgang Amadeus Mozart. Il conte gli invia (è il luglio 1791) il segretario Anton von Leutgeb, il quale offre al compositore 50 ducati, commissionandogli per l'appunto una bella Messa di Requiem per la povera estinta, da comporre e consegnare al più presto: ogni tanto Leutgeb si accerterà che il lavoro proceda speditamente. Quando riceverà la partitura, il conte la copierà di sua mano, con viso "dolorosamente aggrottato" come fa di solito quando "compone"; e, sia ben chiaro, nessuno dovrà mai sapere chi è il committente o il vero autore della musica. Cinquanta ducati sono una vera manna per chi, come Mozart, naviga in cattive acque: egli dovrebbe far quindi salti di gioia e corre sventolando il denaro dalla moglie Konstanze, sempre più assillata dai creditori….. Il caso vuole però che Herr Anton von Leutgeb sia un tipo un po' strano: alto, allampanato, pallido, spettrale, vestito di nero, le mani diafane. Insomma uno che, quando lo si incontra, non riempie di allegria. Per di più Mozart non si sente affatto bene (morirà tra cinque mesi), e quell'inattesa visita un po' misteriosa non può che portarlo ad una conclusione: Herr Leutgeb è la Morte in persona, e gli ha ordinato di scrivere il proprio Requiem! Non posso levarmi dagli occhi l'immagine di questo incognito. Lo vedo di continuo….Ecco il mio canto funebre. E non si tratta solo di un'impressione fugace. Ma il musicista di Salisburgo insiste con i suoi tetri pensieri. Del resto certe volte è difficile sbagliare, e certe cose uno se le sente. (Anche perché più passano i giorni e più lui si sente peggio). In Autunno le sue condizioni di salute peggiorano infatti sensibilmente, tanto che la moglie, incinta del sesto figlio, lascia la stazione termale di Baden bei Wien per precipitarsi a Vienna dal marito. Stanno passeggiando per il Prater quando Wolfgang interrompe improvvisamente il discorso per confidarle con gli occhi pieni di pianto: "Non durerò molto. Certamente mi hanno avvelenato. Qualcuno mi ha dato dell'acqua tofana." L'acqua tofana era un veleno a base di arsenico, ad effetto ritardato, molto in voga nel XVII e XVIII secolo: era stato inventato da una certa Teofania, la quale oltre che produrlo e smerciarlo dietro ordinazione, ne aveva consegnato - prima di essere giustiziata - la ricetta alla figlia, a che perpetuasse la meritoria opera materna. Acqua tofana o no, certo è che le condizioni di salute di Mozart precipitarono di giorno in giorno: si fanno sempre più evidenti i segni di una nefrite, le gambe si gonfiano . Il 20 settembre il musicista è costretto a mettersi a letto: "Sento che presto la musica sarà finita!… Amici e parenti affollano la sua stanza, circondandolo di premure. Gli confezionano addirittura una giacca da notte perché la possa infilare dal davanti, dato che il gonfiore del corpo gli impedisce di girarsi nel letto. Ma Mozart non dimentica l'impegno assunto con il conte von Walsegg per la Messa di Requiem: sul suo letto giacciono sparsi tanti fogli di musica zeppi di note…. Poi la situazione precipita: Ho già il sapore della morte sulla lingua….. dice nel distribuire ai presenti le "parti", per provare ancora una volta ciò che ha composto del Requiem (cioè sino alle prime otto battute del "Lacrimosa dies illa"). Tiene per sé la parte del contralto; ma nel bel mezzo della prova deve interrompere, colpito da una crisi di pianto e di disperazione: dalla bocca uscivano suoni simili a rulli di tamburo… Cinque minuti prima dell'alba del 5 dicembre 1791, Mozart muore. Completamente dimenticato, con 3.000 fiorini di debito: non ha ancora 36 anni. Sul certificato di morte, alla voce "causa del decesso" figura un "hitziges Frieselfieber", una "febbre miliare infiammatoria". Nessuno si preoccuperà d'indagare meglio, ne' tanto meno di far eseguire l'autopsia. Tra i pazienti illustrissimi, pochi possono vantarsi come Mozart d i aver ricevuto un numero così ragguardevole di diagnosi "post mortem". I medici del tempo, quelli che l'hanno avuto in cura, i "testimoni oculari", i mitomani, i "bene informati", hanno fatto a gara nel gettare lo scompiglio tra le già confuse notizie di cui si disponeva sugli ultimi giorni di Mozart, già imprecise e frammentarie per la penuria di documenti diretti e per la terminologia fantasiosa e oggi obsoleta per indicare certi mali. Ma la palma d'oro della fantasia va senz'altro assegnata allo scrittore russo Puskin, che nel 1831 (39 anni dopo la morte del musicista) ha scritto un testo drammatico intitolato appunto Mozart e Salieri. Puskin ha preso lo spunto da certe malelingue secondo cui Antonio Salieri, un musicista italiano molto quotato a Vienna, avrebbe avvelenato Mozart (l'avrebbe confessato in punto di morte: ma non se ne hanno le prove!). I moventi del delitto sarebbero state l'invidia e la rivalità artistica con Mozart. Il testo di Puskin venne poi musicato da Rimsky-Korsakoff (1898) e portato al successo dal famoso basso Shaljapin: tutto ha contribuito in modo determinante a diffondere e radicare presso il pubblico la credenza che Mozart sia stato avvelenato. Ma per considerare le cose serenamente, occorre tener presente che Antonio Salieri era al tempo un musicista molto più apprezzato di Mozart, e di questi molto più ben visto alla corte Imperiale di Vienna, per cui resta difficile capire come potesse essere invidioso nei suoi confronti. E' vero che un certo contrasto è nato con l'opera Così fan tutte, che Mozart musicò dopo che Salieri vi aveva rinunciato, ma anche qui è un po' difficile credere che questo attrito possa essere giunto sino ad indurre all'omicidio. Non si dimentichi, infine, che Salieri fu tra i pochi presenti al funerale di Mozart. Ma, si sa, quando si comincia a sbrigliare la fantasia è difficile poi porle un freno. E così, tanto per allargare le dimensioni del giallo, qualcuno ha addirittura tirato in ballo la Massoneria, partendo dal fatto che otto anni prima di morire, nel suo ideale di solidarietà umana e di fratellanza tra i popoli, il 14 dicembre 1784 Mozart si era per l'appunto iscritto alla Massoneria. Ma è bastata questa sua appartenenza per scatenare l'immaginazione: i massoni l'avrebbero avvelenato per punirlo di aver reso di pubblico dominio, nel il flauto magico, alcuni importanti segreti rituali delle logge….. Chiunque sia il "colpevole", Salieri o la Massoneria, il denominatore comune è comunque sempre il veleno. E il veleno che vien fuori ogni volta che si parla della morte di Mozart è il mercurio. Addirittura a propinarlo potrebbero non essere stati killers più o meno invidiosi o vendicativi, ma… i medici. Proprio così. Al tempo di Mozart con il mercurio si "curano" parecchie cose. Per esempio, un bicchierino di una speciale preparazione, l'argentovivo, serve sia da purgante che da antiluetico. E' stato Fhilipp Theofrast von Hohenheim, meglio noto come Paracelso, ad aver riconosciuto due secoli prima le virtù diuretiche del mercurio - ad esempio il calomelano- vengono impiegati come vermifughi, e chi li vende fa affari d'oro, in un'epoca in cui le tenie imperano incontrastate dall'infanzia alla vecchiaia. Con il mercurio "estinto" nel grasso animale si prepara inoltre un unguento ("unguento mercuriale") che cura le ulcere luetiche, e risulta per di più infallibile contro le piattole e i pidocchi. Ad onta di tutti i progressi della scienza, questo unguento mercuriale è rimasto in voga sin nei primi decenni del sec. XX. Meraviglia quindi che il mercurio entri nella suspence della morte di Mozart? Del resto un suo caro amico mecenate, Gottfried van Swieten, alto funzionario statale, è figlio del famoso medico olandese Gerhard van Swieten: costui, che tra l'altro è medico personale dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, è inventore di un particolare liquido, denominato "liquore di van Swieten", una soluzione alcoolica di bicloruro mercurico. Non la usa certo per avvelenare i pazienti ma contro quella malattia per la quale il mercurio trova al tempo la sua brillante indicazione: la sifilide. Il dottor van Swieten ha però osservato che se la sua soluzione viene presa in dosi molto inferiori a quelle terapeutiche, mostra un favoloso effetto ricostituente, oltre che diuretico. Così venuto a sapere dal figlio che le condizioni di salute di Mozart non sono proprio fiorenti, al dott van Swieten non pare vero di potergli propinare il suo "liquore" miracoloso, di gran moda in tutta l'Europa. Ora, non è provato (ma non si può escludere al cento per cento) che Mozart soffra di sifilide e che prenda il liquore di van Swieten per questa ragione: fatto è che ne ha preso - almeno come ricostituente - per parecchio tempo, e che la continua assunzione del preparato può avergli provocato un'intossicazione cronica da mercurio, con conseguente compromissione della funzione renale. O, se questa era già compromessa per altre cause, può averle dato la mazzata finale. Com'è noto, a lungo andare il mercurio si deposita nei reni, per cui compaiono i primi sintomi di avvelenamento ; tremori alle dita, alle palpebre e alla lingua, salivazione abbondante, inizia poi un decadimento progressivo di tutto l'organismo, accompagnato da irrequietezza e da intense cefalee. Del resto i reni di Mozart sono già abbastanza compromessi sin dall'infanzia in conseguenza di una scarlattina sofferta quando , enfant-prodige, si era recato a Vienna per suonare dinanzi all'Imperatrice. (Alla scarlattina erano poi seguiti un reumatismo articolare e un eritema nodoso). Di questi disturbi, d'altra parte, Mozart non ha mai fatto mistero, parlandone anzi apertamente e con pedanteria nella sua nutrita corrispondenza col padre e la moglie. Tutto ci lascia pensare che la "causa immediata" della morte di Mozart sia stato il "coma uremico", prescindendo dai fattori che l'hanno scatenato (infettivi? Tossici?): tutti i medici che si sono occupati di questo argomento sono oggi concordi sul fatto che si è certo trattato di un evento acuto e non cronico. Non sembra infatti che Mozart sia stato perseguitato, come altri pazienti illustrissimi, da una malattia ben precisa tutta la vita. Nonostante ogni presentimento, fino a qualche tempo prima di morire il musicista non ha mai avuto disturbi tali da impedirgli di ottemperare ai suoi impegni, ne' si hanno notizie di mali intercorrenti tali da proporgli di interrompere incarichi o impegni. E Anche se durante l'ultimo viaggio a Praga (dal 28 agosto al 25 settembre 1791) era molto malato, prendeva continuamente medicine e il suo stato gli procurava tetri pensieri, durante quei venticinque giorni riuscì ugualmente a scrivere l'ultimo atto del Tito, a dirigere il Don Giovanni e la Cantata Die Maurerfreude alla Loggia massonica Zur Wahrheit und Einigkeit. In fondo Mozart non ha badato mai troppo alla propria salute, nemmeno durante l'adolescenza. Un bambino come lui al quale si richiedevano prestazioni (o strapazzi) particolari non ha mai seguito un'alimentazione razionale e regolare; anzi con l'andar del tempo e con il moltiplicarsi degli impegni, le sue abitudini alimentari sono divenute sempre più scombinate e irrazionali. Tutto comincia il giorno in cui il padre Leopold, quarto violino dell'orchestra della Corte arcivescovile di Salisburgo, sorprende il piccolo Wolfgang mentre scarabocchia qualcosa sulla carta: Il piccolo intingeva tutta la penna nel calamaio, per inesperienza, per cui ne risultava ogni volta una grossa macchia; ma egli, risolutamente, la spiaccicava col palmo della mano per asciugarla, e poi vi scriveva sopra…Alla richiesta di che cosa sta facendo, il piccolo risponde: "Un concerto per clavicembalo". Pochi mesi dopo, a soli quattro anni, compone il suo primo Minuetto. E' nato a Salisburgo il 27.1.1756, nell'animata Getreidestrasse, settimo di una serie di figli. Il giorno dopo viene battezzato con i nomi di Johann, Chrisostomus Wolfgang Gottlieb, ma quest'ultimo nome viene mutato dalla madre in Amadeus per ricordare un figlio morto in tenera età. Del resto l'unica sopravvissuta dei sette figli, oltre a Wolfgang, è la sorellina Marianne, che tutti chiamano Nannerl, una bambina allegra, espansiva, dotata anche lei di una musicalità eccezionale. Il talento musicale del bambino, così precocemente scoperto dal padre, diviene ben presto il perno di tutta la famiglia: il piccolo Wolfgang impara rapidamente a leggere la musica e a suonare il clavicembalo e il violino, che divengono così i suoi giocattoli di ogni giorno. Il sogno di Leopold Mozart è ora di portare il figlio via da Salisburgo, dove per forza di cose la mentalità è ristretta e dove non può esservi spazio per un bambino-genio. Così quando Wolfgang raggiunge i sei anni, lo conduce con Nannerl a Monaco di Baviera (1762), in una specie di viaggio-prova, tanto per saggiare le reazioni del pubblico e le possibilità di un'altra tournée più impegnativa. Le tre settimane di soggiorno sono per i due bambini un successo in crescendo; arrivano addirittura a suonare più volte alla presenza del Principe Elettore Massimiliano. Viste come sono andate le cose, Leopold con il sottile fiuto dell'impresario che lo distingue, non si lascia sfuggire l'occasione: nel settembre dello stesso anno con armi e bagaglio (tra questi ben impacchettato, un clavicembalo) parte alla volta di Vienna. A Linz, durante il viaggio, Wolfgang si ammala di un'affezione catarrale (sarà questa la causa della tonsillite cronica e della successiva nefrite?), dalla quale guarisce tuttavia ben presto nonostante "l'alzarsi presto a bere a qualsiasi ora". Il successo che i due fratellini riscuotono a Vienna è tale che il 14 ottobre 1762 l'imperatrice Maria Teresa li invita nella residenza di Shönbrunn, prima ancora che chiedano udienza. Un bel colpo messo a segno dall'intraprendente padre. (Dopo questo concerto di Shönbrunn, il piccolo Mozart riceve in regalo dall'Imperatrice un bell'abitino, col quale posa nel famoso quadro ad olio attribuito a Lorenzoni). I due bambini torneranno a corte più volte: ma Maria Teresa in realtà, si interessa più alla loro precocità artistica che al vero valore musicale; si interessa insomma più ai due "piccoli mostri" come puro oggetto di divertimento per i principini. Tanto vero che qualche anno dopo, quando l'arciduca Ferdinando le propone di assumere Mozart al proprio servizio, lei dirà che "musicisti che girano il mondo a guisa di mendicanti non danno certo una buona reputazione al servizio". Ma i bacilli sono in agguato: questa volta sono quelli della scarlattina, talmente onorati di coabitare con un musicista prodigio che se ne vanno via molto a malincuore, coadiuvati dalle deboli armi che la medicina del tempo oppone loro. Ma le loro tossine continueranno per anni ad agire sul fisico del giovane Wolfgang, esplicando i loro nefandi effetti soprattutto sui reni. Tuttavia Leopold non ha assolutamente il tempo per preoccuparsi della salute del figlio; è vero che, tornato a Salisburgo questi si ammala di "reumatismo articolare" (che viene però etichettato come un'infezione febbrile conseguente al viaggio estenuante): ma l'idea che il bimbo sia un vero prodigio, e che possa pertanto rappresentare un'inesauribile fonte di guadagno, ha il sopravvento sopra ogni apprensione paterna. Così, poco dopo la famigliola intraprende un lungo viaggio che la porterà in tutta L'Europa, e che la terrà per ben tre anni lontano da Salisburgo. Sono questi gli anni in cui la tecnica, la sensibilità, la genialità di Mozart si affinano, anche se la personalità dell'adolescente non ne viene certo a guadagnare. Monaco di Baviera…Augusta… il successo è sempre enorme, anche se papà Leopold punta più a sbalordire il pubblico con l'eccezionalità del bambino spettacolo che sulle sue doti artistiche. Preannuncia un manifesto: Il bambino non si limiterà a eseguire sul clavicembalo o sul piano le più difficili composizioni, ma suonerà anche un concerto per violino e accompagnerà alcune sinfonie al pianoforte tenendo la tastiera coperta da un panno. Poi la Francia, l'Inghilterra, l'Olanda, il Belgio. E, nonostante tanto da fare, a 8 anni Mozart ha anche il tempo di comporre quattro Sonate per pianoforte. Ma lo strapazzo dei viaggi in carrozza da una città all'altra, i frequenti cambiamenti di clima e di alimentazione non mancano di mettere a dura prova il suo organismo, provocandogli "indisposizioni varie" (che colpiscono anche Nannerl): Mozart le cura sostanzialmente con due "farmaci" che porta sempre nella sua "farmacia di viaggio". Il primo è la Markgrafenpulver, un miscuglio di carbonato di magnesio, radice di peonia, vischio, radice di iris e polvere d'avorio; il secondo è la Schwarzpulver, a base di mirra, lombrichi, cuore di rana, placenta ed altre sostanze disgustose, che vengono variate caso per caso. Sulla vera natura delle "indisposizioni" non è tuttavia possibile emettere un giudizio clinico , anche perché è piuttosto difficile, dato il tipo di queste "cure", discernere tra i disturbi veri e propri e disturbi da esse provocati. Scrive Leopold il 22 febbraio 1764: Il mio caro Wolfgang è stato colpito da catarro, con un mal di gola quasi da soffocare…Qui vogliono convincermi ad inoculare il vaiolo. Io lascio questa possibilità a Dio: solo lui può far vivere questo miracolo della Natura, come lo ha mandato su questa terra. Come? Ci si chiede: siamo nel 1764 e già si parla di inoculazione dei vaiolo? Ma Jenner non la "inventerà" alla fine del secolo, 40 anni dopo? In realtà nei primi anni del 1700 una certa lady Mary Wortley Montagu, moglie dell'ambasciatore inglese in Turchia, aveva l'abitudine di recarsi di tanto in tanto, travestita nei quartieri bassi di Costantinopoli, dove a nessun ambasciatore era di certo consentito accedere. Confidava poi le proprie esperienze , talora piccanti, ad un'amica inglese, Sarah Chiswel. E il 1° Aprile 1717 così le scrisse: …Il vaiolo, letale e tanto frequente da noi, in Turchia è innocuo grazie alla pratica cosidetta di "innesto". Alcune vecchie compiono tale operazione ogni mese di settembre, allorchè i grandi calori sono scemati. Le famiglie si chiedono l'una all'altra se qualche componente desideri far la "vaiolizzazione"…quando tutti sono presenti, la vecchia entra nella stanza con un guscio di noce pieno di pus vaioloso e domanda ad ogni presente quale vena debba incidergli. Indicatole il vaso sanguigno, essa si affretta a pungerlo con un grosso ago, quindi inietta nel sangue tutto il veleno che è riuscita a raccogliere sulla punta dell'ago… I bambini e i ragazzi stanno bene sino all'ottavo giorno, poi vengono colpiti da febbre e restano a letto per due giorni. Nonostante le ovvie diffidenze, Sarah Chiswell convinse a sua volta la principessa del Galles a fare "innestare" i principini. La pratica, attuata con mezzi empirici, trovò ben presto larga diffusione, ad onta dei medici che la sconfessavano, e dei preti che consideravano peccato togliere al Signore il diritto di mandare le malattie ovunque volesse. Fu soltanto nel 1796 (cinque anni dopo la morte di Mozart) che in Gran Bretagna il dottor Edward Jenner, medico di campagna, perfezionò e mise a punto il suo metodo di vaccinazione "per via cutanea", poi adottato (anche se tra mille opposizioni) in tutto il mondo. Nella sua sfrenata ambizione per il figlio, e nel confessato desiderio che un giorno divenga Kapellmeister a Corte, Leopold conduce ancora una volta il piccolo Wolfgang a Vienna, dove infuria un'epidemia di vaiolo. E qui i virus dei vaiolo (ma ancora nessuno ha nemmeno alla lontana il concetto di virus), assolutamente insensibili alla musica e del tutto irrispettosi per l'enfant-prodige, lo attaccano senza pietà: e Wolfgang porterà per tutta la vita sul viso i segni della malattia. Probabilmente si è trattato di una forma piuttosto modesta di vaiolo: tuttavia, il fatto che, contrariamente a tanti altri bambini, egli sia sopravvissuto, conferma la tesi - oggi sempre più accettata dai patografi di Mozart - che egli non fosse poi tanto gracile quanto si è soliti credere. Ma i guai non sono terminati. Quando la famiglia Mozart torna a Salisburgo, essendo scaduto il "permesso" concesso a Leopold dal principe-arcivescovo Geronimo di Colloredo, Wolfgang si ammala, come Nannerl, di "tifo addominale": L'ha ridotto in condizioni talmente miserabili da renderlo irriconoscibile: solo pelle e ossa. La lingua è sporca, dura come il legno, le labbra si sono sfaldate già tre volte…… Ma secondo Franken, che ha studiato a posteriori il caso Mozart, più che ileotifo sarebbe stata una polmonite lobare: ciò in base all'assenza di diarrea presente invece se si fosse trattato di tifo. Quando Mozart intraprende il primo viaggio in Italia ha ormai 13 anni. Lo scopo del padre è duplice: far conoscere agli esperti il figlio prodigio, e metterlo a contatto con i più celebri musicisti del tempo. In un ritratto dipinto dall'allora celebre Giovanni Battista Cignaroli (ma attribuito a Saverio della Rosa), il piccolo Wolfgang appare con una mano sulla tastiera del clavicembalo , il viso rivolto al pubblico : e non è difficile notare come le linee ancora morbide e adolescenziali del volto contrastino con il suo sguardo pensoso, da adulto. Se oggi si può andare agevolmente da Salisburgo a Bolzano per riempire un fine settimana, a quel tempo si tratta di un viaggio lungo e stressante, specie se lo si fa d'inverno con un freddo polare e su di una carrozza traballante. Ma in complesso il giovane musicista sopporta abbastanza bene quelle fatiche magari un po' eccessive per la sua età, come sopporta bene i lunghi trasferimenti in diligenza su e giù per l'Italia, a Roma, a Napoli, a Bologna, a Milano, con i relativi cambiamenti di clima e di alimentazione, e la fatica dei concerti (tutti elementi questi che militano in favore della buona resistenza fisica di Mozart). A Roma egli dà prova della sua eccezionale memoria musicale. Il mercoledì Santo del 1770 viene rappresentato il Miserere di Gregorio Allegri. Nessuno lo saprebbe suonare per proprio conto essendo proibito venire in possesso delle parti, pena la scomunica. Ma per Wolfgang è uno scherzo da niente: dopo averlo ascoltato una sola volta, riesce a trascrivere a memoria l'intera partitura sul pentagramma. Pensare che il coro per cinque e per quattro voci, e il finale a nove voci erano stati tenuti segreti per oltre un secolo… A Bologna, ad appena 14 anni, compone il Mitridate Re del Ponto… Tutto ciò viene guardato con astio e riprovazione dal principe-arcivescovo di Salisburgo, Geronimo di Colloredo, al cui servizio Mozart è legato da anni. Per di più deve mangiare in cucina con i servi: due camerieri occupano il posto d'onore. Ma io ho per lo meno il privilegio di sedere prima dei cuochi…A tavola si fanno scherzi grossolani e io non apro bocca….. Ma questa situazione non è insolita per qualsiasi musicista del tempo, e vige ogni volta che viene assunto da qualche potente. Il musicista viene a quel tempo considerato più o meno come un domestico che deve solo badare agli obblighi, come risulta chiaramente dal "contratto" di assunzione del suo amico e contemporaneo Joseph Haydn presso il Principe di Esterhazy. Secondo questo contratto, che desterebbe oggi le immediate ire dei sindacati, egli deve comparire ogni mattina dinanzi al suo padrone in calze bianche, biancheria di seta, incipriato e in parrucca. Dovrà essere obbligato a comporre quelle musiche che gli vengono richieste e non farle copiare a nessuno. …..Egli dovrà ogni giorno mostrarsi in anticamera la mattina e il pomeriggio, e farsi comunicare se l'ordine di Sua Altezza sia che si faccia musica…. Sarà obbligato a tenere in ordine gli strumenti e a istruire i cantanti… Non solo. Dopo tutto questo, se Sua Altezza non sarà contento sarà sempre libero di licenziarlo anche durante il periodo del contratto. Per di più il Diritto d'Autore non è ancora regolato da alcuna legge e il musicista - insomma - se la passa piuttosto maluccio. Ecco perché chi ha la fortuna di essere assunto da qualcuno, il posto cerca di tenerselo caro, e non lo sfiora nemmeno lontanamente il pensiero di contestare. A meno che poi non si perda la pazienza: ma in tal caso si viene cacciati via a pedate. E, come Mozart scriverà nella lettera del 9.giugno 1781, è il conte Arco a dargli un bel calcio nel sedere a cacciarlo dalla sala delle udienze quando chiede di venir esonerato dal servizio. Monellaccio, canaglia, crapulone, straccione, cretino!…Mi ha dato del pezzente -scrive al padre. Parassita! Alla fine non riuscii più a controllarmi e gli dissi. "Dunque, Vostra grazia non è contenta di me?" "Cosa? Osi minacciarmi? Sfrontato! Quella è la porta! Non voglio più aver a che fare con un simile miserabile!". Ed io: "Neanch'io di Voi!". "Allora vattene!" Dopo altri viaggi in Italia, a 18 anni il musicista viene colpito da disturbi "di vario genere", che non sarebbero tuttavia dovuti - come ipotizzato da alcuni - a qualche lesione delle valvole cardiache secondarie a tonsillite cronica ( a questa età, poi, non vi sono prove di sofferenza renale). Quattro anni dopo (1774), mentre si trova a Monaco di Baviera Mozart è colpito da un terribile mal di denti, che gli gonfia tutto il viso. Ma se Mozart bambino viene definito "molto carino e simpatico", a 20 egli non corrisponde proprio all'immagine del grande genio musicale : è poco più alto di 1 metro e mezzo, piuttosto tozzo e corpulento; gli occhi sono chiari, i capelli biondo-cenere, il viso pallido e giallastro, butterato dal vaiolo. Mostra i segni di un rachitismo molto probabilmente sofferto durante l'infanzia: le bozze frontali sono sporgenti, e sono evidenti delle malformazioni ossee nelle mani. Scrive al proposito Beethoven nei suoi Quaderni di conversazione: Le dita delle mani di Mozart erano talmente arcuate dall'incessante suonare che egli non poteva nemmeno tagliarsi da solo la carne… Per di più ha un naso piuttosto bruttino ("Mozart dall'enorme naso"): qualcuno molto poco rispettosamente descrive il musicista "piccolo, nasutissimo, dall'occhio stupido e dalla figura mediocre". E' anche miope. Presenta poi una malformazione congenita del padiglione auricolare destro, che lo costringe a portare i capelli lunghi: mancano il trago, l'antitrago, il lobulo e la conca, mentre il meato acustico esterno è ristretto, stenotico. A notare bene, tutti i quadri in cui è raffigurato lo riprendono sempre dal lato sinistro: il destro è solo da intravedere, non da guardare… L'aspetto del musicista non è quindi tale da incoraggiare Aloysia Weber, nipote del celebre compositore, a corrispondere l'amore che Mozart nutre per lei. Sarà invece sua sorella Kostanze ad innamorarsi del musicista ed a sposarlo. Forse per compensare il proprio aspetto, Mozart tiene molto all'eleganza, alla quale destina somme ragguardevoli, che aggravano sempre più il suo già non florido bilancio. Quando si parla della personalità di Mozart c'è un aspetto che non viene mai messo abbastanza in risalto: la sua tendenza a prediligere le parole ed i discorsi osceni. Questo aspetto, che per certi lati lo avvicina a James Joyce, è invece molto significativo: non sono poche le lettere in cui il "linguaggio fecale" predomina un po'su tutto il resto, con delle non certo pregevoli "variazioni sul tema". Dice al proposito W. Hildesheimer nella sua Biografia di Mozart: questo tema sconfina subito al di là del proprio contenuto concettuale, ma nel corso delle divagazioni onomatopeiche resta pur sempre nell'ambito lessicale di questa categoria. Le associazioni successive funzionano apparentemente in forma di rondò. Se prendono lo spunto dall'elemento anale vi ritornano poi sempre, per lo meno nelle lettere alla Bässle, dove restano quasi sempre al di sotto della cintola… Ad esempio, nella lettera del 28 febbraio 1778: Lei di corpo va bene? Se vuol far pace con me, me ne lasci scappare Una…I nostri sederi siano simboli di pace…. Cacca, cacca…oh dolce parola cacca, cacca. Bellissimo! Ma, si badi bene, si tratta solo di una "perla". Chi ha approfondito la vita, e soprattutto la psicologia di Mozart, ha azzardato l'ipotesi che egli disponesse di due "livelli" di morale. Uno è quello dell'amore puro per Aloysia Weber (che però non lo corrispose), l'altro quello più basso per la Bässle. Ma se ne hanno altri esempi , come per la propria allieva Rose Cannabich, definita eufemisticamente una "birbantella". Se Aloysia Weber non gli ha dato retta, sua sorella Kostanze è più comprensiva: e, sposandolo quando lui ha 26 anni, non sa che anche lei sta per entrare nell'immortalità. Almeno a giudicare dal ritratto dipinto dal cognato nel 1782, Kostanze non si può certo definire una vamp. Le labbra sono gonfie. Per quanto riguarda il carattere, è piuttosto superficiale, poco dotata musicalmente , e poco adatta ad essere una brava donna di casa. E' tuttavia molto allegra, e come il marito le piacciono le compagnie spensierate. Tra i due esiste poi un legame affettivo ben saldo e un'intesa decisamente completa e aperta. Nelle sue lettere Wolfgang la chiama Weibchen (donnina, mogliettina), e non disdegna di parlare di cose intime: Come puoi pensare che ti abbia dimenticata? Per una simile supposizione ti buscherai la prima notte una sculacciata, secca secca su quel tuo bel culetto tutto da baciare. Contaci pure… Il matrimonio (4 agosto 1782) arriva un mese dopo che al Burgtheater di Vienna è stato presentato con successo il primo Singspiel di Mozart: Il ratto dal Serraglio. Si tratta, il Singspiel, di un tipo di spettacolo rivalutato dall'Imperatore Giuseppe II, perché da un lato appaga i gusti musicali del pubblico viennese, dall'altro gli offre testi in lingua tedesca, e non in italiano come di solito le opere. Oltre che un po' di attesissimo denaro, il successo procura al giovane musicista molto lavoro. Così il novello sposo è costretto ad organizzare la vita quotidiana in tempi molto stretti: dalle 7 alle 9 composizione, poi lezioni sino all'ora del pranzo ; trattenimenti musicali il pomeriggio , e poi di nuovo a scrivere fino a notte fonda. I suoi pasti sono piuttosto frugali , anche se Wolfgang dichiara apertamente di possedere un rispettabile appetito. Ma forse più che un buongustaio è un mangione. Da parte sua Kostanze non è una gran cuoca, ne' arde dalla voglia di restarsene in cucina per preparargli qualche piattino prelibato. Lo stesso musicista accenna nelle sue lettere alle sue preferenze per questa o quella pietanza: ad esempio da giovane gli piacevano molto i Leberknödel con i crauti. Stando a quanto racconterà del padre Franz Xaver Mozart, a Wolfgang piacciono molto le trote (ma non è da prestargli troppa fede, non avendo egli mai conosciuto il padre). Ancora pochi mesi prima di morire, egli accenna ripetutamente alle prelibate schnitzel che cucina da se stesso e che mangia alla salute di Kostanze, e ad un'eccellente porzione di storione e ad altre leccornie. Beve molto caffè, e fuma la pipa. Gli piace anche molto cavalcare, tirar di scherma e danzare. Quando suona, sembra trasformarsi, specie negli improvvisi: ma mai, stando ai testimoni oculari, indulge in atteggiamenti o mosse teatrali, rimanendo sempre composto e accennando al tempo appena con impercettibili movimenti del capo. L'anno dopo il matrimonio, nel 1783, prima doccia fredda: il piccolo Raimund Leopold, nato in giugno muore per "convulsioni intestinali". Poi, il musicista ha un nuovo attacco di febbri reumatiche e coliche, che ogni volta esitano in vomito: una forma di gastroenterite acuta. Questi disturbi non gli impediscono tuttavia di comporre; sono di questo periodo: la più bella delle diciotto Messe, il Frammento della messa in do minore (KV 427), il Preludio e fuga in do maggiore (KV 394), e la Fuga in do minore per archi (KV 546). A 27 anni ha raggiunto l'apice nella composizione della musica strumentale. Ma è anche in questo periodo che, pur involontariamente, commette un grosso errore, che dà inizio al suo declino economico: quello di musicare l'opera "Le nozze di Figaro". A Parigi è andato da poco in scena, con grande successo, il testo de "Il Matrimonio di Figaro". Alle soglie della rivoluzione francese il pubblico parigino gradisce molto la storia dei due servi Figaro e Susanna che riescono a spuntarla sul perfido Conte di Almaviva. Subito il librettista del Burgtheater di Vienna, Lorenzo da Ponto, ne fa un bel libretto, che dà a Mozart per la musica. E' vero che la censura pretende, in via preventiva che dall'opera vengano tagliate certe diatribe verbali tra il servo e il padrone, ma l'incisività della musica mozartiana è tale da non relegare in secondo piano la figura di Figaro; Mozart la mette anzi sullo stesso piano dell'aristocratico; ne escono due uomini che lottano apertamente ciascuno per i propri diritti. Assistendo oggi ad un film in cui l'onesto lavoratore lotta contro il perfido padrone, non esitiamo certo a metterci dalla parte del primo, qualunque sia la nostra condizione sociale. Ma a quel tempo mettersi dalla parte dei deboli e ribellarsi al padrone è un reato, e soprattutto l'aristocrazia non può sopportare che Figaro, con palese strafottenza, inviti il conte di Almaviva a ballare cantandogli: Se vuol ballare, signor Contino, il chitarrino le suonerò nascondendo in quel "le suonerò" il vero significato delle proprie intenzioni, cioè di "suonargliele". Le reazioni del pubblico sono immediate: biglietti mai ritirati, disdette di abbonamento, vuoti paurosi in sala. Per il musicista cessano le ordinazioni di opere: si profila, ineluttabile, lo spettro della miseria, che durerà per cinque lunghi anni. Gli ultimi della sua vita. Mozart morirà proprio mentre sta uscendo dal tunnel. Oh, certo, il declino non è brusco e improvviso. Anzi, all'inizio sembra esservi un ritorno di fiamma, con il successo a Praga de "Le nozze di Figaro". Ma quando torna a Vienna, Mozart si rende conto che tutto quello che gli è concesso di fare è solo qualche concerto in casa del conte van Swieten, e di dare qualche lezione privata. Fa allora un inutile tentativo di sbloccare la situazione recandosi prima a Berlino, poi a Dresda: di questo viaggio non resta che il ritratto fattogli da Dorothea Stock, dal quale cominciano a trasparire i primi segni della malattia. Se negli anni immediatamente precedenti la morte, la salute del musicista non sembra così compromessa da influenzare la sua produzione artistica, questa risente tuttavia delle sue angosce, delle ansie, della miseria degli ultimi anni. Anche se la qualità è addirittura superiore, è la quantità che ne soffre maggiormente: in due anni tra il 1786 e il 1788, vede la luce soltanto il Concerto in re maggiore(K537), che verrà rappresentato due anni dopo a Francoforte in occasione dell'incoronazione di Leopoldo II ("Concerto dell'Incoronazione"); e dopo un breve periodo di silenzio, il Concerto per pianoforte e orchestra in si bemolle maggiore (KV 595), l'ultimo scritto da Mozart (inizio '91). Ma situazioni ambientali ed economiche a parte, in questo periodo il musicista non è nemmeno motivato a scrivere, date le possibilità praticamente nulle di rappresentare le sue composizioni, inviso com'è agli impresari. Nel '90 scrive anche un'opera stupenda, "Così fan tutte", verso la quale il pubblico viennese si mostra però un po' freddino: forse l'opera potrebbe essere anche replicata se l'imperatore Giuseppe II non pensasse bene di morire: e il suo successore Leopoldo II non è il tipo da dare gran credito ad un musicista pieno di debiti e di acciacchi come lui. Scrive Mozart il 14 agosto 1790: Oggi sto male. Non ho dormito tutta la notte per i dolori: Debbo essermi raffreddato. Immagini la mia tristezza: sono malato e pieno di preoccupazioni, il che mi impedisce di guarire. Non potrebbe aiutarmi con una piccola somma? Qualsiasi piccola somma potrebbe aiutarmi…… Per guadagnare qualcosa ricorre ora agli annunci sui giornali, alla ricerca di qualche allievo (ma nessuno si presenta). La sua depressione è accentuata dal dolore per la perdita di ben quattro figli: l'ultimo dei due che gli sopravvivono nascerà proprio negli ultimi giorni della sua vita. In un estremo tentativo di fare un po' di quattrini impegna l'argenteria e parte per Francoforte con il violinista Franz Hofer, sperando nell'euforia generale per l'incoronazione di Leopoldo II. Ma l'incasso del concerto non riesce nemmeno a coprire le spese del viaggio. E' il 4 marzo quando dà a Vienna l'ultimo concerto della sua vita. Qui ha però la ventura d'incontrare una vecchia conoscenza di Salisburgo, Emanuel Schikaneder, un artista non troppo dotato, ma capace d'intuire i gusti del pubblico. Schikaneder dirige un piccolo teatro in un sobborgo di Vienna, il Theater an der Wien, dove mette in scena spettacoli la cui musica non va oltre la semplice canzoncina; la trama è sempre intricata e strappalacrime, ma di sicura presa sul pubblico. Così Mozart scrive per lui qualche aria. Un bel giorno Schikaneder gli propone di scrivere un'intera opera, un Singspiel fiabesco, ispirato al poeta Wieland ma probabilmente scritto da lui stesso: Il Flauto magico. Il musicista si guarda bene dal rifiutare, alle strette com'è col borsellino. Del resto proprio in quel periodo ha accettato un lavoro ancora più ingrato, quello di scrivere per un collezionista tre pezzi per organo meccanico (ne usciranno tre capolavori: Adagio e Allegro per un meccanismo d'organo in un orologio KV 594 il Brano per un orologio a organo meccanico, KV 608; e Andante per il rullo di un piccolo organo, KV 616). In due giorni compone l'Ouverture del Flauto magico. Il successo è enorme. Cominciano nuovamente a piovere richieste di lavoro da Londra, da Amsterdam, da Budapest. Ma siamo già alla metà del 1791, e un giorno alla sua porta di Rauensteingasse bussa un misterioso personaggio che gli ordina di scrivere una Messa di Requiem... Nulla lascerebbe pensare ad una fine imminente del compositore. Da qualche tempo egli fa la sua salutare passeggiata a cavallo: è stato il dottor Siegmund von Barisani a prescrivergli l'equitazione per bilanciare la vita troppo sedentaria. Ma pressato dai debiti, il 7 ottobre 1791 Mozart vende il suo cavallo per 14 ducati. Se la sua immagine a cavallo è piuttosto inconsueta, inedita è quella come giocatore di biliardo. Che giochi bene o male ( le opinioni sono discordi) poco conta: conta piuttosto che Mozart possiede un suo tavolo personale da biliardo "ricoperto di panno verde, con 5 palle, 12 stecche e 5 birilli": sarà uno dei soli pezzi, insieme al "forte-piano con pedale" di qualche valore nella sua "eredità". E' probabile che il musicista abbia venduto il cavallo anche perché nel settembre di quell'anno il dottor Closset gli ha prescritto "assoluto riposo". Eppure stando alle lettere dell'ottobre dello stesso anno (1791), nulla lascia intendere che la sua salute sia seriamente compromessa. Il 15 novembre egli completa la sua Cantata massone Laut verkünde unsere Freude (Annuncia forte la nostra gioia") e la dirige tre giorni dopo. Viene però presto colto da un'intensa debolezza che lo costringe a letto. Compaiono edemi agli arti inferiori, che gli impediscono di muoversi, insieme ad un'enorme tumefazione dell'addome che non gli consente nemmeno di girarsi nel letto. Ma nonostante l'intensa cefalea, nonostante l'insonnia e il vomito, continua imperterrito a lavorare. La gravità delle sue condizioni non sfugge tuttavia all'occhio clinico del dottor Closset, il quale rintracciato mentre si trova a teatro, ordina subito degli impacchi freddi da applicare sulla sua fronte bollente. Closset, però, non sentendosi affatto sicuro, chiede un consulto con il dottor Sallaba, primario dell'Ospedale Centrale di Vienna. E - incontràtisi - i due medici non possono non trovarsi d'accordo sull'opportunità di ricorrere al solo rimedio "infallibile" offerto dalla scienza del tempo: il salasso. La scena è desolante. Dinanzi alla Cattedrale viennese di S. Stefano, un ossuto becchino issa su di una carretta sgangherata una cassa di legno con la salma appena benedetta del musicista. Pochi gli amici venuti a dargli l'estremo saluto: ma c'è anche l'…"avvelenatore" Salieri. La moglie Kostanze non è intervenuta, colta da una crisi isterica. Ma d'improvviso una bufera di neve si abbatte su Vienna: agli astanti, improvvisamente disinteressati al defunto, si danno al fuggi-fuggi generale. La carretta funebre si avvia allora mestamente col solo becchino a cassetta verso il Cimitero di San Marco, dove il conte van Swieten ha predisposto un'affrettata inumazione in una delle tante fosse comuni per i poveri: si tratta di fosse profonde 2 metri e mezzo, nelle quali i cadaveri dei poveri vengono accatastati in tre strati, senza nemmeno una croce di riconoscimento(clicca su: Italiano poi ricerca, poi cimitero). Quando qualche giorno dopo la vedova Kostanze cercherà di rintracciare la tomba del marito, ogni ricerca sarà vana: le spoglie sono andate irrimediabilmente perdute. 1947: due anni dopo la fine della II guerra mondiale, il musicista Jellinek entra in un negozio di anticaglie; mentre sta curiosando qua e là, è attratto da una maschera funebre. L'acquista per pochi scellini, ma quando a casa l'osserva un po' più attentamente è colto da un sospetto: che sia la maschera funebre di Mozart? Gli "esperti" che la esaminano successivamente si esprimono in favore di questa possibilità, confortati anche dai medici legali che ne indicano le "prove": alterazioni edematose del viso, in particolare alle palpebre, alla fronte e alle guance; bene evidenti anche le cicatrici del vaiolo sulla fronte e sulle guance, esiti della malattia sofferta da Mozart a 11 anni…. Nel loro protocollo di morte, i due medici T.F. Closset e M.E. von Sallaba parlano testualmente, come causa dell'exitus, di "febbre miliare acuta" o "esantema febbrile", febbre nervosa e febbre da infezione reumatica. Essi non accennano in alcun modo al decorso della malattia terminale, per cui è oggi impossibile trarre qualche dato orientativo per tentare una diagnosi. Ma l'espressione di "esantema febbrile" ha realmente un significato ben preciso in medicina? Rapportandolo alla moderna terminologia essa vuol dire solo "eruzione cutanea accompagnata da febbre". Il che significa molto poco, dal momento che anche una semplice indigestione potrebbe dare un quadro del genere. Ma se si va a spulciare nelle terminologia medica del XVIII secolo, il secolo di Mozart, si viene a scoprire che per "febbre miliare" s'intendeva allora un'eruzione (esantema) simile a quella del morbillo, accompagnata da febbre, brividi di freddo, tosse, crampi, e che non di rado, portava a morte il paziente. Tuttavia - questo quadro non corrisponde - almeno nella sua totalità - a quello presentato dal musicista, anche se la versione ufficiale dei medici, del necrologio e del registro dei decessi della parrocchia viennese è quello di "febbre miliare acuta". E' proprio questa confusione di termini (e di dati) la ragione per la quale coloro che si sono cimentati sulla morte di Mozart non sono mai riusciti a giungere a una conclusione definitiva; sulla base di taluni indizi disponibili, si sono così esercitati nelle diagnosi più disparate. Si è detto che pochi pazienti illustrissimi vantano , come Mozart, tante diagnosi post-mortem: tubercolosi, pancardite reumatica, scompenso cardiaco, ipertensione nefrogena, morbo di Basedow. Forse la più debole delle diagnosi proposte è quella di meningite, poco accettabile dal momento che - diversamente da quanto si verifica in questa malattia -il musicista ha mantenuto il sensorio integro sino a due ore prima di morire. Non contenti di tante incertezze, sono poi intervenuti i biografi a complicare le cose. Intanto secondo F: Noemetschek, il primo biografo di Mozart, non è vero che i medici curanti fossero tutti d'accordo sulla natura della malattia e sulle cause di morte. E nel Musikalische Wochenblatt di Vienna la morte del musicista fu addebitata a "idropisia toracica". L'ipotesi dell'avvelenamento (criminoso o jatrogeno) cominciò a prender corpo proprio dalla notizia data da questo settimanale, secondo cui: poiché la salma si è gonfiata enormemente, si pensa che il musicista sia stato avvelenato. A queste illazioni non era del resto possibile opporre alcuna prova concreta, dal momento che ai medici non passò nemmeno lontanamente per la mente di chiarire con l'autopsia le cause della morte. Assolutamente insoddisfatti della diagnosi di esantema febbrile, gli storici ne hanno prospettata un'altra : quella di febbre reumatica. Proprio in quel tempo Vienna ne era piena, e la malattia, specie se epidemica, poteva anche risultare mortale. Ma anche qui bisogna andare con i piedi di piombo: difatti a quel tempo l'espressione di "febbre reumatica" aveva un significato profondamente diverso da oggi. S'intendeva allora un insieme di sintomi che potevano interessare uno o più sistemi. Così si indicavano con i termini di "febbre reumatica" disturbi infiammatori dell'apparato gastroenterico, infezioni dei polmoni e della pleura, malattie del cuore, dell'orecchio, del naso e persino dei denti! Ma si sa, quando c'è da fare una diagnosi, tutti sono pronti a proporne una propria. Così c'è chi punta il dito accusatore su di un'altra possibilità, invero piuttosto verosimile: si sarebbe trattato di una malattia renale esitata in coma uremico. A sua volta la nefrite sarebbe stata la conseguenza di focolai settici tonsillari e dentali, e di accessi di infezione reumatica. L'esistenza della nefropatia cronica sarebbe avvalorata dal colorito pallido-giallastro del volto, abituale in Mozart nonché dai suoi continui mal di testa, dalla sonnolenza e dall'astenia. Il musicista soffriva molto probabilmente anche di calcolosi renale che nel 1784 gli aveva procurato anche delle terribili coliche (ma alcuni Autori ascrivono questi dolori ad una gastroenterite acuta). A guardare bene il ritratto del musicista fatto due anni prima della morte da Dorothea Stock, è difficile rilevare segni di edema al viso. Ricorda Franken, inoltre, che nell'uremia manca la febbre, invece presente negli ultimi giorni di vita del musicista; per di più la tumefazione edematosa degli arti, dell'addome e del viso si sarebbe manifestata soltanto un paio di settimane prima della morte. A parte il fatto che Mozart ha conservato integro il sensorio fino a due ore prima di morire, anche nelle settimane immediatamente precedenti l'exitus ha mantenuto integra anche la sua creatività, scrivendo ben due opere, due Cantate, un Concerto per clarinetto, e buona parte del Requiem. Una conclusione abbastanza attendibile cui si può giungere pur senza precisare la natura vera e propria della malattia, è questa: è difficile che Mozart sia morto per un'affezione cronica. Si sarebbe piuttosto trattato di una malattia acuta, pur non essendo possibile definirla con certezza. E la malattia reumatica sarebbe solo una delle tante possibilità. Che possa essere stata una malattia acuta troverebbe conferma in una serie di fatti: ad esempio, la febbre alta e le tumefazioni, la verosimile esistenza di un esantema (d'altronde verbalizzata nel protocollo di morte), l'epidemia di febbre reumatica che mieteva in quel periodo numerosissime vittime tra la popolazione viennese. Ciò non toglie che i malanni in cui nel tempo Mozart ha sofferto possano avere influito in qualche modo sulle sue condizioni generali: è anzi possibile, come è stato fatto da Franken, indicare una successione cronologica abbastanza precisa di queste affezioni, almeno per quanto riguarda le principali: Anno ad anni Malattia 1762 6 catarro, eritema nodoso, malattie dei denti 1763 7 interessamento doloroso delle articolazioni, catarro 1764 8 catarro, tonsillite grave, malesseri generali 1765 9 catarro, influenza, tifo addominale (?) 1766 10 come nel 1763 1767 11 vaiolo 1769 13 "grave malattia", non meglio specificata 1770 14 sensazione di freddo alle mani, raffreddore, catarro, stipsi, dolori dentali, sonnolenza 1771 15 sonnolenza 1774 18 dolori dentali con tumefazioni del viso 1778 22 infezione influenzale 1780 24 catarro 1781 25 malesseri generali 1783 27 influenza 1784 28 coliche 1790 34 mal di testa, mal di denti, febbre con dolori, insonnia 1791 35 la malattia che l'ha portato a morte (v. testo) Chi più ne ha più ne metta. Oltre ai bacilli, sono stati incriminati anche …. I medici. E non soltanto quelli che avrebbero somministrato con eccessiva disinvoltura questo o quel farmaco senza badare troppo ai potenziali effetti tossici, ma anche coloro che avrebbero ecceduto nei salassi. Il dottor von Sallaba considerava infatti il salasso come parte essenziale della cura del "reumatismo cerebrale" (o "deposito alla testa", secondo la trascrizione fatta in lingua italiana dal protomedico di Vienna dottor Guldener von Lobes, anche lui chiamato al capezzale con Closset), da cui sarebbe stato affetto Mozart. In una sua relazione scritta un anno dopo (1792) intitolata Historia naturalis morborum, Sallaba afferma che "per vincere il disturbo sono particolarmente indicati i salassi". Egli salassava così i suoi pazienti anche più volte al giorno, sottraendo anche tre litri di sangue in una settimana. Ed è fuori dubbio che molti di essi morirono per shock emorragico. Annota il biografo Nissen: Come ultima ratio il medico curante dr. Closset dispose di un ulteriore salasso….Dopo di che le forze vennero meno rapidamente, e subentrò lo stato di incoscienza dal quale il Maestro non si svegliò più… Non è quindi da prendere troppo alla leggera la tesi prospettata di recente, e di recente ricordata dall'austriaco Prof. A. Neumayr nel suo pregevole studio patografico su Mozart, secondo cui i medici chiamati al capezzale del musicista abbiano validamente contribuito - anche se in tutta buona fede - ad accelerare la sua dipartita. Secondo Carl Bär, negli ultimi dodici giorni di vita sarebbero stati sottratti al moribondo da due a tre litri di sangue… Ma chi avrebbe osato sottrarsi all'indiscussa autorità del celebre dottor von Sallaba? (CLICCA QUI!) Morire a 35 anni, anche in un'epoca in cui la vita media è più o meno quella, non è piacevole per nessuno, specie se poi la colpa non è tanto delle malattie quanto dei medici… Ma quasi sentendo che la fiamma della sua esistenza si sarebbe spenta troppo presto, Mozart ha voluto scrivere il più possibile: se si confronta l'abbondanza della sua produzione con il breve arco della sua vita, i suoi anni vengono a contare il doppio. Quasi a compendiare in un finale logico la carriera di compositore, la sua vita si chiude tra le pagine incompiute del "Requiem". Ora vuole uscire di scena da protagonista: e sul letto di morte gonfia le gote per sottolineare l'ultimo finale con i timpani, o con i tromboni. Un'invenzione degli storici? Chissà. Ma è difficile inventare anche il particolare del canarino che Mozart fa allontanare per non sentirne più gli allegri gorgheggi. Per lui ora la musica è davvero finita. |
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