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HOME  " INTERVISTE"  Da: AMADEUS: Febbraio 1998

Vasilij Kandinskij: il suono e l'anima del colore

Un fatto è certo: per Vasilij Kandinskij, la musica non fu un passatempo (come invece, sia pure con buoni risultati, la pittura fu per il suo amico Arnold Schönberg). Al contrario, la sua era una sorta di ossessione per una forza ritenuta utile per ottenere immagini e forme "armoniose", dato che i colori venivano da lui avvertiti come un "coro" da fissare sulla tela. E difatti: "Mi sembrava che l'anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l'inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita. Sentivo a volte il chiacchiericcio sommesso dei colori che si mescolavano; era un'esperienza misteriosa; sorpresa nella misteriosa cucina di un alchimista". Né si può tralasciare quest'altra sua affermazione: "In generale, il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull'anima. Il colore è il tasto, l'occhio è il martelletto, l'anima è il pianoforte dalle molte corde. L'artista è una mano che, toccando questo o quel tasto, mette opportunamente in vibrazione l'anima umana. E' chiaro pertanto che l'armonia dei colori deve fondersi solo sul principio della giusta stimolazione dell'anima umana. Questa base deve essere designata come il principio della necessità interiore".

A richiamare il "principio della necessità interiore", di wagneriana memoria, è Nina, la moglie del Maestro russo, nel suo libro di memorie, con la considerazione che esso principio è "la nozione-chiave nell'opera di Kandinskij, nella creazione artistica così come nella vita". E qui viene in mente un fatto singolare che ha come protagonisti Vasilij e Nina, ma anche la musica: o meglio la davvero rara sensibilità del Maestro per i suoni, in questo caso vocali.

Ed eccoci ai fatti. Nel maggio del 1916, a Mosca, la signorina ventiquattrenne Nina von Andreevskij, di aristocratica famiglia russa, venne invitata a pranzo da un'amica. Tra i commensali c'era un giovane mercante d'arte che, parlando dei suoi programmi di lavoro, disse di trovarsi in difficoltà nell'allestire una mostra di Kandinskij, del quale aveva sentito parlare molto bene all'estero, in quanto non riusciva a sapere dove il Maestro abitava. A questo punto alla bella Nina brillarono gli occhi: era amica di un nipote del pittore, disse, e quindi le sarebbe stato facile avere indirizzo e telefono.

E a questo punto il destino si mosse. La ragazza non solo ebbe il numero di telefono ma, spinta dalla curiosità, chiamò lei stessa il celebre Maestro: con il risultato emozionante che "fu lo stesso Kandinskij a rispondermi!". Dapprima con riserbo: che però "subito parve cedere il passo a una grande cordialità". Normale gentilezza? No: perché "la mia sorpresa fu enorme, quando Kandinskij mi disse , mentre mi stavo preparando a riagganciare dopo le formule di cortesia: "Vorrei proprio fare la sua conoscenza". Ovviamente la ragazza perse "la parola per qualche secondo": ma non il Maestro, che subito le disse: "Va bene allora ci potremmo vedere il ….". E infatti si videro (in settembre, a causa delle vacanze della ragazza) nel Museo Puškin, dove l'emozionatissima Nina trovò ad aspettarla "un uomo il cui aspetto fisico e la cui eleganza discreta mi impressionarono molto. Furono soprattutto i suoi occhi azzurri pieni di bontà ad affascinarmi fin dal primo momento. Kandinskij aveva il portamento di un gran signore"; anche se aveva ormai cinquant'anni (il pittore era nato a Mosca il 4 dicembre 1886), e quindi poteva essere suo padre. Per farla breve: l'11 febbraio 1917 si sposarono secondo il rito russo ortodosso, e lei aveva un bell'abito bianco con un ricamo da lui appositamente disegnato. Commento di Nina: "Per lui che aveva già raggiunto l'autunno della vita, il nostro matrimonio segnò l'inizio di una nuova primavera".

Matrimonio romantico, dunque? Sì e anche un po' romanzesco, dato che il pittore si era separato da tempo dalla prima moglie e aveva da non molto lasciato la pittrice Gabriele Münter dopo dodici anni di tormentato amore. Ma è più esatto dire che per Kandiskij si trattò in realtà di un "amore al primo ascolto". E difatti ci sono, a parte la telefonata, momenti assai significativi a caratterizzare l'inizio di questa peraltro felice-unione da un punto di vista musical-pittorico. Basti ricordare come il suo innamorato descriveva a Nina, durante le romantiche (queste sì) passeggiate, la città. Così: "Mosca si fonde in questo sole in una macchia che mette in vibrazione il nostro intimo, l'anima intera come una tuba impazzita. No, non è quest'uniformità in rosso l'ora più bella! Essa è soltanto l'accordo finale della sinfonia che avvia intensamente ogni colore, che fa suonare Mosca come il "fortissimo" di un'orchestra gigantesca. Case e chiese rosa, lillà, gialle, bianche, azzurre, color verde pistacchio , o rosso fiamma - ciascuna canta un canto a sé - cui uniscono le loro voci l'erba di un verde incredibile, gli alberi dal brusìo profondo, la neve dalle mille voci canore, e l'allegretto dei rami spogli….".

E soprattutto, e tutto sovrastando, "come un grido di trionfo, come un alleluja dimentico di sé, la linea bianca, allungata, severa del campanile di Ivan Velikij". E non è finita, poiché quella "voce di donna o d'angelo", per dirla con Boito-Ponchielli, ebbe subito effetti importanti "anche sul piano artistico", come ricorda Nina, "Kandinskij era stato stimolato dalla mia voce. Dopo la nostra prima conversazione telefonica, aveva dipinto un acquerello il cui titolo è rivelatore. Si chiama In omaggio ad una voce sconosciuta: prima ancora che ci conoscessimo, Kandinskij si era innamorato della voce! Però soltanto dopo il nostro matrimonio egli mi rivelò perché aveva provato un istintivo desiderio di conoscermi: "La tua voce mi ha impressionato molto". Ovviamente anche se grazie a quella voce il pittore ritrovò la gioia e l'esaltazione di in tempo da un punto di vista creativo , le sue ricerche sul rapporto musica-pittura furono sempre tutt'altro che basate sulle emozioni e le suggestioni: il suo sogno programma era infatti la sintesi delle arti. Kandinskij vedeva insomma nella musica l'arte-guida, come già Wagner e i Simbolisti francesi e russi: con una convinzione in più, però, e cioè che la musica è "l'arte che comporta il massimo d'astrazione". Un dato questo che gli faceva invidiare i compositori e in specie i più innovatori, come Schönberg, suo amico da poco, al quale in una lettera del 9 aprile 1911 scrisse tra l'altro: Infinitamente bene va ai musicisti, con la loro arte tanto progredita. Davvero ARTE, che già possiede la felice capacità di rinunciare appieno a scopi meramente pratici. Quanto ancora dovrà attendere per questo la pittura? E anche il colore, la linea in sé e per sé hanno il diritto (=dovere) di riuscirvi: quanta illimitata bellezza e potenza possiedono questi mezzi pittorici".

L'amicizia tra Kandinskij e Schönberg ebbe inizio proprio in quell'anno, quando il pittore, rimasto molto colpito da una sua composizione atonale , gli scrisse manifestandogli tutta la sua ammirazione e il suo entusiasmo: e che questi fossero autentici e profondi è dimostrato dal fatto che fu proprio quella musica atonale a ispirargli una delle più belle Impressioni (è la terza tra le trentatrè da lui dipinte in quell'anno). E qui rispunta l'antica questione sul "se" la musica possa tramutarsi in pittura e viceversa. Se ne è occupato da par suo Pierre Boulez, ne Il paese fertile, Paul Klee e la musica, richiamando diversi possibili accostamenti, o "figure molto vicine", come Wagner-Balzac, Mondrian.Webern, Léger-Milhaud, Picasso-Stravinskij e così via: ma la sua conclusione è che, trattandosi di due mondi completamente diversi , cioè spazio e tempo, tutt'al più "hanno entrambi trovato la soluzione dei piccoli impulsi: colorati in pittura, ritmici in musica"; sicchè "neppure Kandinskij che pure è stato così vicino all'universo artistico di Schönberg, riuscì mai a legarsi al pensiero musicale in termini di assoluta profondità e necessità". E probabilmente Boulez ha ragione.

Resta il fatto, tuttavia, che il frenetico Kandinskij (oltre che ai suoi duemila circa tra dipinti e disegni) ricorse, per affermare le sue idee e la sua pittura, a tutti i mezzi e modi possibili. Scrisse articoli e libri (come i famosi Dello spirituale nell'arte, teorico, e Sguardi sul passato, autobiografico), concesse interviste (notevole e curiosa quella del 28 luglio 1935 al quotidiano romano Il Lavoro fascista) trasformandosi nel contempo, sempre in nome della compenetrazione sinestesica musica-pittura, suono-colore, in "alchimista", come conferma la sua "ricetta" che così suona, anzi risuona: Colori-Sonorità strumentale=Giallo: Trombone, sonorità alta e forte; Azzurro medio: Flauto; Azzurro scuro: Violoncello; Blu: Contrabbasso, organo, note profonde; Verde medio: Violini, tonalità medie…prolungate, calme; Verdegiallo: Violino, note calme, più acute; Verdeazzurro: Violino, alto con sordino; Rosso saturno: Fanfara, tono diretto, forte; Rosso cinabro: Trombone, tamburo, note forti; Rosso freddo: Violoncello, tonalità medie e gravi; Arancio: Alto (Strumento e voce), campana (tonalità media); Violetto: Corno inglese; Viola scuro: Oboe, fagotto, note profonde". Qualcuno ha accusato riguardo a queste soluzioni , il pittore di ritardo, date le precedenti proposte e soluzioni, ad esempio di uno Skrjabin con il suo clavier à lumières: comunque non si può certo negare al Nostro almeno una "sensibilità febbrile". Comunque sia, Kandinskij continuò imperterrito e tenace nel confermare e imporre le sue idee: e lo fece anche creando dei veri e propri avvenimenti culturali: come il famoso almanacco Il Cavaliere Azzurro del 1912, in cui pubblicò diversi saggi su problemi musicali (di Schönberg, Von Hartmann, Kulbin e Sebaneev) nonché la riproduzione di tre partiture dovute a Schönberg, Albanm Berg e Anton von Webern. Un avvenimento, quello del Blauer Reiter, che meriterebbe un discorso a parte, così come l'attività di Kandinskij scenografo davvero eccellente, come dimostrò, ad esempio, affrontando l'allestimento per Quadri di un'esposizione di Musorgskij. Ma fermiamoci qui con la sensazione, se non con la certezza, che l'universo è una realtà poetica e risonante di colori e di suoni insieme congiunti.


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