SAPER VEDERE
di Paolo Moreno
L'estasi del Satiro e l'arte di Prassitele
(Da Archeo217 Marzo 2003)

La testa della statua in bronzo del
Satiro in estasi, dal mare del canale
di Sicilia. Attribuita a Prassitele, 340 a.C. circa.
Mazara del Vallo Chiesa di S. Egidio.
Le straordinarie rivelazioni sull'identità della statua in bronzo rinvenuta
nelle acque del canale di Sicilia, da pescatori di Mazara, e dal 1° aprile 2003 esposta a
Roma, presso la Camera dei Deputati.

Veduta posteriore della statua in bronzo
di Satiro in estasi, dal mare del canale
di Sicilia. Attribuito a Prassitele. Il foro
circolare era destinato a fissare la coda equina
propria del demone.
Per via delle orecchie aguzze e di un foro destinato alla coda equina, il
seguace di Dionisio fu presto riconosciuto nel bronzo raccolto dai pescatori
di Mazara: è stato poi identificato quale satiro in estasi per analogia
con riproduzioni di età tardo ellenistica e romana che attestano
la completezza del gesto e degli attributi (vedi Archeo n. 161, luglio 1998).
Ora siamo al punto di dare alla statua il nome che l'aveva resa celebre in
antico, con l'insperata attribuzione ad uno dei maggiori maestri del bello stile.

Statua in bronzo
di satiro in estasi,
dal mare del canale di Sicilia.
Attribuito a Prassitele, 340 a.C.
circa. Mazara del Vallo, Chiesa di Sant'Egidio;
Terminato il restauro nel 2002, il torso è stato montato
con un complesso sostegno che consente di apprezzare
l'audacia della composizione.
Si tratta probabilmente del Satiro ricordato da Plinio
tra i bronzi di Prassitele con la
denominazione di peribòetos
Allucinazioni mistiche
Il demone ruotava sulla gamba destra. Le braccia distesa dalla
forza centrifuga impugnavano simboli del rito: nella sinistra il
Kantaros - elegante coppa da vino dagli alti manici e un unico piede che era utilizzato nelle
feste in onore di Bacco,il dio del vino, -(i popoli antichi cambiavano bicchiere a seconda della festa celebrata),
nella destra il tirso -lungo ramo di vite coronato di pampini e foglie
d'edera , simbolo di prosperità e dei poteri magici, (con il tirso Dionisio percuote
la terra e dalla terra zampillano sorgenti di acqua e di vino) -.
Il danzatore
prolungava per autoipnosi il vorticoso movimento fissando la pigna che
coronava l'asta.
Ai documenti già illustrati su queste pagine aggiungiamo una pasta
vitrea a l'Aia,

Gemma in pasta
vitrea con raffigurazione del Satiro
in estasi. I sec. d.C. L'Aja, Koninklijk
Kabinet van Munten, Pinningen ed Gesneden Stenen
Decine di gemme riportano il soggetto del
bronzo di Mazara, rivelandone la notorietà e
consentendoci d'integrarlo idealmente con gli
originari attributi, il Kantharos nella mano sinistra,
la pelle di pantera sul braccio, il tirso nella
destra, un cratere rovesciato al suolo.
L'immagine invertita destra-sinistra nell'incisione,
è stata qui riprodotta con l'andamento dell'originale
in bronzo, rispettato da tutte le altre
testimonianze antiche.
che mostra, oltre al calice, inclinato perchè vuoto,
un cratere rovesciato al suolo, a conferma del fatto che il ritmo
si è liberato al termine del simposio: siamo al centro dell'accolta,
poichè al grande vaso, deputato alla mescolanza dell'acqua col vino,
si attingeva per distribuire la bevanda a tutti i partecipanti.
La spoglia di pantera, pendente dal braccio sinistro, trasmetteva
selvaggia energia coi minacciosi artigli contro luce e il muso
digrignante verso lo spettatore.
Le giravolte con la testa all'indietro sommavano all'eccitazione
del bere l'effetto di un'affluenza di sangue al cervello: la "trance"
dei remoti sciamani, oggi praticata in Turchia dai Dervisci che si
esibuscono nella danza ruotante fino alla perdita dei sensi;
gl'iniziati della setta islamica si suggestionano traguardando un dito
della mano tesa.

Particolare di un derviscio
nel corso di una danza ruotante:
l'attuale pratica della setta islamica che ha sede
a Konya, in Turchia, aiuta ad intendere
il movimento del Satiro di Mazara.

L'allucinazione mistica - indotta dal vino, dal moto turbinoso
e dalla concentrazione sullo strobilo (la pigna,n.d.r.) -
è il motivo dominante dell'opera che a sua volta ha determinato
la descrizione di tale "performance" intorno al 450 d.C.
nel poema di Nonno (Dionisiache, XIX, v.265-310).
L'evocazione riguarda l'infelice sfida di Sileno a Marone.
Rispetto al bronzo, il protagonista della fantasia letteraria
differisce solo per l'età avanzata e la presenza di corna (improprie
nell'iconografia): "Volgeva lo sguardo al cielo (....) danzava staccandosi
dal suolo con molte volute, e drizzandosi sui talloni pulsava con ritmo
vorticoso. Puntava sulla gamba destra tesa (....) e ruotando
alzava all'indietro abilmente l'altra gamba arcuandola fino alla nuca.
E con agile volteggio di danza ritornante, girato indietro
su se stesso si torceva abilmente a cerchio (...) percorrendo
ininterrottamente lo stesso circuito a guisa di corona.
E la testa stava appesa, come se fosse sempre per toccare il suolo,
ma senza mai sfiorare la polvere".
Il cratere appare al termine del "tourbillon", quando il Sileno
si abbatte estenuato e si trasforma in fiume.
Marone, vincitore della gara, "afferra il cratere d'argento,
premio di Sileno, e lo getta fra i flutti", dicendo "accetta
l'argenteo cratere di Bacco, e scorrerai in vortici d'argento.
Tu, Sileno che fai ruotare i piedi, danzi anche nello scorrere
fluviale, conservi il turbinare delle gambe nei tuoi frangenti".
Deliquio
La conclusione dei versi di Nonno porta a credere che lo stesso
Satiro di Mazara fosse rappresentato al momento di cadere in
deliquio.
In questo senso lo schema vigeva ad Atene fin dalla prima età classica
quando Polignoto e Micone avevano decorato il santuario dei Dioscuri
con il ciclo degli Argonauti. Conosciamo elementi della composizione
da successivi dipinti vascolari e da graffiti etrusco italici su ciste
e dischi di specchi: la morte di Talo dà nome al pittore di un
cratere attico al museo nazionale "Jatta" di Ruvo di Puglia (Bari).
Il gigante di bronzo, sorretto dai Dioscuri, è un precedente indiscutibile
per il soggetto che ci riguarda nel disporsi degli arti e del
capo e nello spettacolare abbandono all'indietro del nudo.

Particolare della
raffigurazione dell'avventura degli
Argonauti a Creta dipinta su un cratere attico: Talo, gigante
di bronzo, cade ucciso dalla magia di Medea
e viene sorretto dai Dioscuri.
Pittore di Talo, 400 a.C. circa.
Ruvo di Puglia, Museo Nazionale
"Jatta". La decorazione vascolare dipende
dal ciclo pittorico di Polignoto e Micone
per il santuario dei Dioscuri ad Atene, e ci rivela
l'origine dello schema ripreso nella plastica
da parte di Prassitele per il Satiro in estasi.
Nella cerchia dionisiaca le immagini estatiche riguardano all'inizio
le Menadi "con tumulto di colli
arrovesciati",

Menadi in estasi: particolare di
un cratere di produzione attica in lamina
di bronzo a sbalzo, da Maikop (Caucaso). 400 a.C. circa
Berlino Staatliche Museen, Antikensammlung.
L'esaltazione mistica che porta allo
stravolgimento del capo viene rappresentata
nelle Menadi prima che nei Satiri.
secondo l'espressione di
Pindaro, estensibile al nostro personaggio: nelle ceramica ateniese
un'idria a Basilea (480 circa), mostra un'adepta che ruota su di
una gamba con l'altro piede portato indietro, il busto flesso, le
braccia tese. Analoghi disegni tornano su di un cratere in lamina di bronzo
databie attorno al 400, nella tradizione di Parrasio e dell'incisore Mys,
nel quale le capigliature si aprono al vortice orgiastico: i frammenti
a Berlino provengono dall'area dei Sarmati.
La Menade in estasi di Dresda, copia dall'originale di Scopa databile
intorno al 355,

Statua marmorea di Menade
in estasi, copia romana dall'originale di Scopa
(355 a.C.circa9, da Marino (Roma). I sec. d.C. Dresda,
Albertinum. L'opera conferma l'esistenza al tempo di Prassitele di
immagini plastiche in vorticoso movimento.
condivide tutti i motivi del bronzo venuto dal mare:
sodezza dell'incarnato, torsione del corpo, apertura delle braccia,
stravolgimento del capo e diffusione della chioma; salvo che la Baccante
originale di Scopa giunse in età tardo antica a Costantinopoli,
con un passaggio navale più fortunato di quello affrontato dal
Satiro nel canale di Sicilia.
Visione di Prassitele
La chiarezza di struttura, la pienezza dell'incarnato e la fermezza
delle superfici che ammiriamo nel manufatto grazie all'impegno
dell'Istituto Centrale del Restauro, appartengono alla visione di
Prassitele: la pelle tesa, levigata su di un adipe fitto e sodo,
nasconde ogni soprassalto della muscolatura come nell'Afrodite
Cnidia.

Testa marmorea dell'Afrodite del tipo di Cnido:
copia romana dall'originale di Prassitele (340 a.C. circa).
I sec.d.C.. Già Roma, collezione Borghese. Parigi Musée du Luovre.
Si noti l'affinità col Satiro nel turgore del collo
e in ogni elemento fisionomico.

Tumido il collo, forte il mento: la dea offre un completo, sorprendente
paragone anche per la fisionomia. La bocca carnosa, il naso grande
col dorso piatto, le palpebre spesse, ampi cuscinetti intorno ai
globi, le arcate del sopracciglio regolari, la fronte bassa da cui si
diparte la raggiera d'incisioni della portentosa chioma.
Bloccato nella magica estraniazione, il volto è privo di emozioni.
La purezza ideale è animata dal turgore della fronte, dal gonfiore
delle guance e dalla tensione dei muscoli zigomatici che socchiudono
le labbra al transito del respiro in un grido.
Peribòetos
Prassitele ha trattatto più volte il tema di Dionisio e dei
suoi seguaci: Plinio (nella Storia naturale) ricorda tra i bronzi
"l'Ebbrezza e insieme il famoso Satiro che i Greci denominano
periboetos" (Ebrietatem nobilemque una Satirum quem Graeci periboeton
cognominant).
Gli studiosi considerano l'espressione ellenica nell'accezione di "famoso";
ma sarebbe ripetizione del "nobilis" che precede, e cognominare
dovrebbe alludere a un carattere intrinseco al soggetto. La realtà è che
periboetos aveva significati diversi.
Eschilo adoperava l'aggettivo verbale per la spaventosa eccitazione di Ares
all'assalto. Platone nel Filebo nel senso di "chi grida freneticamente"
esaltato dall'orgasmo "che fa tendere il corpo e gli fa fare dei salti".
Il dialogo fu composto ad Atene nella maturità del filosofo
(360-347), corrispondente alla piena produzione di Prassitele, la cui vicinanza
alle teorie dell'Accademia è scontata. Il valore drammatico così restituito
al periboetos s'intona alla compagna che gli si affiancava nel
corteo bacchico, allegoria della Méte da cui il comasta era pervaso: la
preposizione (peri) assumeva sprcifica coloritura dal moto
circolare.
Abbandoniamo dunque l'ipotesi che vedeva il periboetos di
Prassitele nel Satiro in riposo, a noi pervenuto con numerose
repliche di età romana: nel sereno appoggio ad un tronco d'albero,
la figura si adatta piuttosto al Satiro scolpito dal maestro nel
marmo di Paro per il tempio di Artemide a Megara, accanto ad un
simulacro arcaico di Dionisio. Il danzatore di Mazara è perfetta
incarnazione del Satiro in bronzo di Prassitele che i Greci
denominavano "invasato", come la Menade di Scopa o la "flautista ebbra"
di Lisippo tra gli artisti contemporanei. Non ne esistono
copie statuarie per la difficoltà di rendere nella pietra una figura
che toccava terra solo con le dita di un piede; torcendosi con le
braccia stese e la chioma fluttuante.
La popolarità del capolavoro (nobilis) è conclamata da quasi
sessanta riproduzioni in tecniche diverse: incisioni su gemme o
paste vitree, e rilievi marmorei rispetivamente su un tondo
(da Pompei), un'ara funeraria (a Piacenza) e sarcofagi.
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