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Segreto e potenza dei Gesuiti
di René Fülöp-Miller
Lo stato musicale dei Gesuiti
I Gesuiti, che nelle città sudamericane avevano avuto agio di conoscere i costumi e le abitudini dei colonizzatori, erano veramente giunti alla conclusione che i cosidetti selvaggi delle foreste vergini erano più adatti alla costituzione del regno di Dio che i bianchi.
"Non basta infatti - scrivono i Padri nei loro rapporti - che gli Spagnoli facciano degli Indiani dei servi della gleba, ma oltre a ciò li corrompono, perché sono rosi da vizi che i nostri popoli semplici di natura non conoscono neppure di nome".
Fu così che tra i missionari sorse e maturò l'idea di segregare gli indiani dagli europei e di proteggerli dalla tirannide e nello stesso tempo dal contagio dei cattivi esempi; accadeva infatti troppo spesso che il contatto degli Indiani con gli Spagnoli annientasse in poche settimane quello che i missionari avevano ottenuto come frutto di un faticoso lavoro di anni.
Tali considerazioni furono sottoposte dai Gesuiti anche al re di Spagna. Se il re avesse loro concesso il diritto di creare nel Sudamerica uno Stato autonomo indiano, non dipendente dalle autorità coloniali spagnole, essi si sarebbero obbligati ad indurre gli indiani al riconoscimento volontario dell'alta sovranità spagnola e al pagamento alla corte di Madrid di una tassa annuale pro capite.
Filippo III si trovava da lungo tempo in difficoltà finanziarie ed era perciò particolarmente accessibile alla promessa pecuniaria dei Padri. Egli emanò una patente che concedeva ai Padri i pieni poteri invocati e per loro espresso desiderio stabiliva in particolare che da quel momento in poi nessun bianco, eccettuato il governatore, potesse metter piede nei villaggi indiani, installati dai Padri, senza il permesso dei missionari. Filippo IV che col trono aveva ereditato anche le ristrettezze finanziarie del padre, confermò la patente.
.Così i Gesuiti potevano ormai accingersi a creare nelle foreste e nelle steppe del Sudamerica orientale, e in particolare su entrambe le rive dell'Uruguay, quello Stato ideale, in cui doveva regnare la purezza evangelica. Essi partirono, fin da principio, dalla giusta premessa che un vero "regno di Cristo sulla terra" poteva venir fondato solo fra indiani selvaggi, nel profondo delle foreste vergini e con la più completa segregazione dai cristiani d'Europa.
Le condizioni geografiche favorirono i propositi dei Padri: i colonizzatori spagnoli , che erano penetrati nella parte orientale del Sudamerica in cerca dell'argento, si erano insediati solo alle foci dei due grandi fiumi e l'interno, dove non si poteva arrivare per via d'acqua, era rimasto loro sempre precluso. I Gesuiti avevano notato, durante le loro esplorazioni, che il fiume Uruguay ad un certo punto del suo lungo corso era interrotto da una cascata con scogli insidiosi e con rapide, le quali precludevano il passaggio ad ogni naviglio europeo; al di là della cascata cominciavano i territori dei Chiquito e dei Guarany.
"I nostri missionari - scrive il tirolese Padre Sepp, che visitò il paese più tardi, dopo l'istituzione dello Stato dei Gesuiti - sono tutti dell'opinione che il Signore ha creato questa cascata d'acqua per il bene dei nostri poveri indiani, perché gli Spagnoli nella loro insaziabile sete di denaro sono arrivati con le loro grosse navi fin qui, ma non oltre. Fino ad oggi non hanno potuto metter piede in queste regioni, né hanno mai avuto alcun contatto, né commercio coi nostri indiani".
Tuttavia i prudenti Padri non si fidarono né della natura, né delle patenti regie, ma presero essi stessi tutte le precauzioni possibili per impedire che la civiltà europea penetrasse nel territorio affidato alla loro vigilanza. Non contenti di proibire severamente agli indigeni qualsiasi contatto coi bianchi, fecero anche ben attenzione che non apprendessero lo spagnolo o il portoghese ed arrivarono fino al punto di raccomandare ai loro protetti l'uso della forza contro ogni straniero che ardisse penetrare, senza preventivo permesso, nel loro territorio.
Quando i primi Gesuiti, seguendo le rive dei fiumi, erano penetrati nelle selve vergini del Paraguay, inizialmente la loro impresa missionaria parve fallire, perché gli indiani fuggivano spaventati innanzi a loro. Ma ben presto i Padri notarono che, quando essi nelle loro barche cantavano inni religiosi, gli indigeni ora qui ora là facevano capolino dal folto dei boschi, si mettevano in ascolto e mostravano di compiacersi grandemente di tali suoni. Fare tale osservazione e scoprire il mezzo più adatto per attirare i selvaggi fuori dalle loro selve fu tutt'uno: sicchè da allora i missionari portavano seco nei loro viaggi strumenti musicali e suonavano e cantavano come meglio potevano.
"Gli Indiani caddero nella dolce trappola - scrive lo Chateaubriand nel suo Genio del Cristianesimo - discesero dai loro monti, s'avvicinarono alla riva dei fiumi, per sentire meglio i suoni ammaliatori e molti si precipitarono perfino in acqua e seguirono taciturni la barca incantatrice. Freccia ed arco caddero istintivamente dalle mani dei selvaggi; nelle loro anime entrò il presentimento di più elevate forme di vita e la prima dolcezza dell'umanità".
I missionari seppero spiegare nella loro lingua materna agli indiani, che ascoltavano pieni di stupore, che cosa avevano cantato, così da destare in loro un tale interesse che ben presto si videro invitati a seguirli nelle selve e a ripetervi e a spiegarvi le canzoni davanti ai loro vecchi
In tal modo i Padri penetrarono in quelle regioni, che nessun europeo aveva mai toccate e che erano abitate dai Guarany e dai Chiquito, in mezzo alla natura vergine. Là trovarono uomini, il cui vestito secondo le descrizioni dei missionari, consisteva in pelli di cervo; i ragazzi e le fanciulle erano nudi, coi capelli lunghi e incolti che pendevano loro sulle spalle come una criniera; nelle orecchie perforate portavano degli ossicini e delle penne colorate legate a un filo e anche il collo era decorato di simili ornamenti. I loro volti sembravano ai Padri tutti uguali, rotondi, piatti e bruno-scuri. Le donne erano brutte; i loro capelli, neri come il carbone, pendevano come tante serpi sulla faccia, rugosa e abbruciata dal sole, e sulle spalle.
Questi selvaggi erano d'indole mite e pieni di confidenza come tanti fanciulli. E' per questo che i primi missionari arrivati fino a loro scrissero in patria d'aver visto duecentomila Indiani che erano "otlremodo adatti per il regno di Dio".
I Padri sapevano ormai che col canto si poteva esercitare sugli Indiani un influsso addirittura magico e trovavano modo di sfruttare tale circostanza per i loro scopi. Ogni resistenza contro un determinato provvedimento cessava appena i Padri avevano intonato uno dei loro cori solenni.
Ma quello che era più strano, gli Indiani stessi si provarono ad imitare gli esercizi musicali dei missionari e sotto la loro guida impararono presto a cantare difficili cori a più voci.
Da tali vincoli musicali ebbe origine la primitiva struttura di questo Stato in formazione, giacchè il comune desiderio di cantare non fu l'ultima ragione per cui i selvaggi si decisero a lasciare le selve e ad appressarsi sempre più gli uni agli altri.
Dapprima un certo numero di famiglie dei Guarany si radunò in una località che i Padri chiamarono Loreto; poco dopo sorsero anche gli altri comuni indiani di San Ignazio, Itapua e Sant'Anna, che giacevano tutti a metà circa del corso del Paranà. Da questo primo nucleo di villaggi indiani si svilupparono le "riduzioni" del Paraguay che arrivarono a comprendere presto gran parte degli odierni Stati dell'Argentina, del Paraguay, dell'Uruguay, del Cile, del Brasile e della Bolivia. Nell'epoca d'oro di questo strano impero si contavano trentuno di tali "riduzioni", ognuna delle quali constava di tre fino a seimila abitanti. Questi erano in tutto il paese circa centoquarantamila.
Quasi tutta la vita del Paraguay si svolgeva con accompagnamento musicale. Già alle cinque del mattino i tamburi chiamavano il popolo alla chiesa, ove si celebrava una messa con molto canto, molti responsori e con molta musica strumentale, giacchè i missionari opinavano "che niente più contribuiva ad infondere negli indiani devozione e gusto per il servizio divino e che anche la stessa dottrina diventava loro più comprensibile, quando era espressa in inni e canzoni".
Gli indiani erano per natura riluttanti al lavoro, ma anche qui era di nuovo la musica che serviva ai Padri per superare la loro innata indolenza. Quando gli uomini si recavano la mattina al lavoro nei campi, li precedeva una banda musicale e, accompagnati sempre dalla musica, dissodavano la terra, abbattevano alberi e costruivano case; con la musica a mezzogiorno prendevano il cibo e con la musica tornavano la sera nei loro villaggi.
M. Bach, un protestante tedesco che visse verso il 1840 in Bolivia al servizio dello Stato ed ebbe occasione di studiare i resti della repubblica gesuitica, narra che già i fanciulli degli indiani dovevano frequentare la scuola di musica ogni giorno per parecchie ore; il continuo esercizio congiunto ad un grande talento naturale aveva condotto a tal perfezione "che perfino in cori di migliaia di persone non si sentiva una nota sbagliata". Cantar bene era il primo dovere civico
Tutti i missionari sono pieni di ammirazione per il meraviglioso talento musicale di questo popolo; stupefacente era addirittura la prestezza con cui i ragazzi indiani imparavano magnificamente non solo a cantare ma anche a suonare gli strumenti a fiato e a corda degli europei. I maestri di musica furono soprattutto i Padri tedeschi, che misero assieme non solo cori stabili per le chiese, ma anche intere orchestre, in cui si vedevano "violini, contrabbassi, clarinetti, flauti, arpe, trombette, corni e tamburi". I Padri riferiscono che ogni villaggio aveva almeno "quattro trombettieri, tre buoni suonatori di tiorba, quattro organisti e inoltre zampognari, fagottisti e cantori". Il repertorio oltre musica ecclesiastica, comprendeva anche marce e danze europee e perfino degli spartiti d'opere italiane.
Fra i semplici indiani delle foreste vergini dell'America - osserva una volta il missionario Francesco von Zephyris - i Padri non possono cogliere grandi onori con la loro matematica, perché là nessuno s'intende di tali scienze, ma ci riescono invece con la musica…."
A parte gli esercizi musicali, i Gesuiti procuravano di svagare gli abitanti dello Stato indiano con ogni altra specie di divertimento perché pensavano che l'allegria non danneggia la virtù, ma ha l'effetto "che la stessa venga amata ed accresciuta". Perciò essi organizzavano spesso feste popolari coi giochi più diversi, con gare atletiche e finti combattimenti. Il Padre Charlevoix riferisce che i Gesuiti hanno introdotto nelle "riduzioni" anche il "lodevole costume degli Spagnoli" di celebrare con danze le feste religiose, affinchè gli Indiani avessero dal Cristianesimo più piacere.
"Ora facevano le più artistiche danze - narra il Padre - ora svolgevano dei tornei, parte a cavallo, parte a piedi, ora camminavano su trampoli, alti sei cubiti, ora su corde, ora correvano all'anello con le lance. Un'altra volta feci rappresentare piccole commedie che tutti, benchè con mia grande fatica, accolsero nella loro dura testa e rappresentarono nel modo più grazioso". Questa primitiva arte drammatica piacque talmente agli indiani che essi, ancora molti decenni dopo la cacciata dei Gesuiti, rappresentavano sempre quei drammi che avevano appreso una volta dai Padri.
Il missionario tirolese Sepp descrive vivacemente una di tali feste che venne celebrata al suo arrivo nel Paraguay. "Al levarsi del sole andammo a riva e fummo ricevuti dagli Indiani col grido di gioia, Iopaean! Iopaean Tutti uscivano fuori dalle loro capanne, gli uni seminudi, gli altri coperti di pelli; l'uno saliva in groppa ad un cavallo bianco, l'altro montava sul suo morello, chi prendeva l'arco e chi le frecce, chi il sasso e la fionda e tutti quanti accorrevano quanto più potevano verso la riva…
"Ed ecco comparire in mezzo al fiume due belle nevi che avevano l'aspetto di galere armate, piene di tamburini, di zampognari, di trombettieri e di moschettieri. E si suonava, si soffiava e si sparava e fra le due navi si giocava alla guerra. Gli indiani si gettavano in acqua e si azzuffavano fra loro ora sott'acqua, ora sopra, che era un piacere a vederli. Alla fine tutti circondarono a nuoto la nostra imbarcazione salutandoci nel modo più cordiale.
"Sulla riva stava il Padre superiore con due squadroni di cavalleria e due compagnie di fanteria, tutti indiani ma vestiti assai brillantemente, con la divisi spagnola. Erano armati di sciabole, moschetti, archi e frecce, fionde e bastoni ed eseguirono un finto combattimento.
"Frattanto quattro alfieri agitavano le bandiere, quattro trombettieri animavano il popolo, le cornette, i fagotti, le zampogne suonavano l'allarme e noi uscivamo a poco a poco dai nostri verdi tabernacoli, ci abbracciavamo e al suono delle campane muovevamo verso la chiesa sotto verdi archi di trionfo e accompagnati da alcune migliaia d'indiani…"
Con particolare pompa si celebrava la processione del Corpus Domini e qui i missionari avevano inventato qualche cosa che pareva una reminiscenza delle feste imperiali cinesi: sugli archi trionfali intrecciati di fiori e di rami d'albero erano legati uccelli viventi di tutti i colori. Qui e là vi erano perfino "delle tigri e dei leoni legati" e si erano costruiti bacini d'acqua ove guizzavano i pesci più belli. Ciò doveva significare che tutte le creature prendevano parte all'omaggio verso il Sacramento.
Nella processione del Venerdì Santo, invece, venivano condotte attorno figure di grandezza naturale, intagliate dagli indiani e che rappresentavano plasticamente le scene della Passione. Per impressionare ancora di più gli indigeni, i Padri usavano anche statue che muovevano gli arti e gli occhi e cospargevano il terreno di erbe e di fiori, spruzzati d'acqua profumata.
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