|
|
LE MUSE |
LE MUSE
di Alfredo Cattabiani
da: "Volario" e "Florario"
da: "Florario"
LE MUSE (coronate di viole, fiore sacro che conferiva
regalità e potenza)
Alla Luna, che nella Grecia arcaica era la fonte della poesia, si
rivolgeva ancora Omero all'inizio dell'Iliade: "Cantami, o diva, del
Pelide Achille l'ira funesta".
Poi con l'avvento del culto di Apollo e Artemide, giunto all'isola di
Delo, la funzione di supremo ispiratore della poesia passò al dio solare,
il quale divenne maestro delle Muse che secondo Esiodo tenevano in
mano un ramoscello di lauro.
Erano figlie di Zeus e di Mnemosine, la Memoria, figlia a sua volta di
Urano e Gea, ovvero del Cielo e della Terra prima che Crono li
separasse evirando il padre.
Sicchè la dea era la "memoria" della comunione originaria del celeste e
del terrestre.
Le era dedicata una delle due fonti che i morti incontravano nell'Ade.
Le anime di coloro che si erano affrancati alle passioni bevevano alla
sua sorgente l'acqua fresca di vita e, uscendo dai cicli dolorosi
dell'esistenza, si ricongiungevano agli dei.
Quelle dei malvagi si abbeveravano invece alla fonte chiamata Lete,
l'Oblio, perdevano la memoria della loro esistenza terrena, e poi venivano
scagliate in un profondo pelago, metafora dell'oscurità e della
dannazione eterna.
Tuttavia, se malvagie non erano del tutto, rientravano nella vita con
altri corpi.
Pindaro racconta che alle nozze fra Giove e Mnemosine lo sposo domandò
agli dei che cosa mancasse loro ancora; ed essi risposero: "i celebranti".
Allora il dio reggitore del mondo si accoppiò per nove giorni di seguito
con Mnemosine.
Dopo nove mesi la sposa partorì, poco lontano dall'Olimpo, nove figlie
che amavano soltanto cantare: le Muse, che ebbero come maestro Apollo.
Esse sono dunque il canto che celebra il Sacro, ispirato dal dio che è
Luce e Armonia del mondo: Calliope per la poesia epica, Clio per la storia,
Euterpe per la poesia lirica, Melpomene per la tragedia, Tersicore per la
danza, Erato per la poesia erotica e per il mimo, Polinnia per la poesia
sacra, Urania per l'astronomia, Talia per la commedia.
da: "Volario"
Ovidio narra che un giorno, mentre una Musa stava conversando con Pallade
che si era recata in visita sul monte Elicona, si sentì per l'aria un
frullar d'ali mentre dai rami di alcuni alberi giungevano cenni di saluto.
La dea guardò in alto per capire a chi appartenessero le lingue che
articolavano suoni così distinti: erano di nove gazze che si erano posate su
quei rami lamentandosi del loro destino. "Poco tempo fa" cominciò a narrare
la Musa "anche costoro sono andate ad accrescere lo stuolo degli uccelli .
La madre Evippa aveva generato nove figlie che, diventate fanciulle
vennero fin sul monte Elicona per sfidarci in una gara di canto.
Se vi batteremo, -proposero,- ve ne andrete dalla fonte di Pegaso e dalla
fonte di Aganippe. Se perderemo noi, ci ritireremo fino alla Peonia nevosa.
Siano arbitre le Ninfe".
Le Muse non avrebbero voluto accettare, ma alla fine cedettero alla sfida delle
Pieridi, che così erano dette dal nome del padre (Piero di Pella),
per non apparire vili.
Le Ninfe, elette ad arbitre, dopo aver giurato sui fiumi di essere
obiettive nel giudizio, si accomodarono sui sedili di viva pietra.
La gara di canto finì con la vittoria delle Muse.
Ma il verdetto delle Ninfe suscitò l'ira delle Pieridi che cominciarono
ad insultarle, Allora Calliope, che era stata la protagonista della gara,
a nome delle sue compagne disse: "Già avreste meritato una punizione per
averci sfidato.
E ora invece di tacere, aggiungete invettive alla vostra insolenza!
Siccome la nostra pazienza ha un limite, abbiamo deciso di punirvi".
Narra la Musa:
Ridono le Ematidi e spezzano le minacciose parole;
ma, mentre tentano di parlare e con grandi strida
proterve alzano le mani su di noi, s'accorgono
che penne spuntano dalle unghie e piume coprono le braccia
e ognuna vede le altre sporgere il volto in duro becco
e volare, nuovi uccelli, verso la selva.
E mentre vogliono battersi il petto col moto delle braccia
In aria si librano, insolenti abitanti dei boschi: gazze.
Ancora adesso in loro è rimasta, pur uccelli,
l'antica facondia: roca loquacità. smania smodata di ciarlare.
Di quel mito si rammenta Dante invocando la Musa affinchè sostenesse il
suo canto nel Purgatorio:
e qui Calliopè alquanto surga,
seguitando il mio canto con quel sòno
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.
*******
|