sito amatoriale

HOME  "MUSICA E..."  STORIA

IDEALE ZINGARESCO E NOSTALGIA

tratto da "la magìa degli Zingari di Charles G. Leland



Se esiste una ecologia umana, vorremmo che si salvasse il senso profondo del nomadismo come forma di vita propria di questo o di altri gruppi che sono riusciti a mantenere le loro caratteristiche pur vivendo in regioni della terra dove ciò è sempre più difficile .
E il canto di Papuscia dice tutto (1):

Sono cresciuta nel bosco come un ramo d'oro
in una tenda zingara simile a un fungo.

Amo il fuoco come l'anima mia

Venti possenti ed auree soavi
hanno cullato la ragazza zingara
e l'hanno sospinta nel vasto mondo.

Le pioggie mi hanno deterso le lacrime;
il Sole, aureo padre degli Zingari,
mi ha riscaldato il corpo
ed abbronzato l'anima

Nell'azzurra sorgente
mi lavo gli occhi.....

L'orso cammina nel folto del bosco,
come la Luna d'argento.

Il lupo ha paura del fuoco,
egli non morde gli Zingari.

La zingara vaga, lontano, tra i boschi.
Il cavallo zingaro scalpita,
ed avventa calci allo straniero.

Uno scoiattolo sta sulla tenda zingara
e rosicchia le noci

Ahimè quent'è bella la vita
a sentir queste cose!
Ahimè quant'è bello
veder tutto questo.
Ahimè quant'è bello
cogliere i semi neri come le lacrime zingare;

Ahimè quantè bella la vita
quando ascolti il canto degli uccelli
nelle lunghe notti;
quant'è bello, ahimè!

Canta una ragazza, arde un fuoco grande,
nel bosco, vicino alla tenda!

Quant'è bello, uomini miei,
ascoltare da lontano, nelle lunghe notti,
i canti degli uccelli
e il pianto dei bambini.

E ballano e cantano
I ragazzi e le ragazze.

Com'è bello vivere
e camminare la notte lungo il fiume
per afferrare i pesci
freddi come l'acqua.

Quant'è bello
cogliere i funghi,
cuocere le patate sul fuoco.

Il cavallo zingaro aspetta sul prato,
fin quando il carro
sarà pronto a partire.

Quant'è bello non dormire la notte
ascoltando il musicar delle rane....

Nel cielo il carro zingaro
la chioccia coi pulcini
indovinano il futuro degli Zingari;
e la Luna argentata
madre degli avi venuti dall'India,
ci dà la sua luce:
illumina la zingara, nella tenda
perchè fasci bene il suo piccolo.

Freme il bosco grande
risonante di canti.

Scorrono i ruscelli
e portan gioia nell'anima mia

Come è bello guardare nel fondo dell'acqua
e tutto confidarle...

Nessun altro si può capire,
solo i boschi, i fiumi, i campi.

Ma ormai tutto questo è passato.
Tutto, tutto mi è stato tolto,
anche gli anni della giovinezza.


Ma il rimpianto è il primo segno della decadenza.
Il percorso che iniziò millecinquecento anni fa in India si conclude insomma con una progressiva perdita di identità; in fondo è il destino di tutti i popoli, alla fine del secondo millennio quando progressivamente il mondo si trasforma in villaggio globale sotto la pressione conformizzante delle comunicazioni di massa.

Ma la voce della nostalgia è sempre viva: "Essere zingaro significa avere altra carne, anima, passione, pelle, istinti, desideri, e un altro modo di vedere il mondo con sentimento , odiare il routinario, il metodico che castra, convertire in un'arte sottile di fantasia e libertà alla vita, fare di tutto un invito ad assaporare, dare, sentirsi vivere. (Vanko Rouda, La voix mondiale tzigane, Pariigi 1970; cfr. Mancinelli, cit.

Il sogno dello zingaro è forse il sogno dell'uomo-individuo che si rende conto che per far grande l'umanità,imperativo categorico dell'uomo, ha rinunciato, con sofferenza, all'abbandono fatalistico a natura materna per scegliere lo streben che conduce la nostra vita quotidiana.

Ma la bohéme parigina non lo diceva a chiare lettere?

I canti riportati nel testo di Leland sono romanì, anche se gli Zingari hanno sentito e sentono fortissima l'influenza dei popoli presso i quali si trovano, modificando addirittura la propria lingua, nella struttura, acquisendo vocaboli ed espressioni.

Gli Zingari di Spagna, ad esempio, parlano il calò che è costruito sulla grammatica spagnola.
Quasi tutti parlano comunque la lingua del luogo dove si trovano e, soltanto quando si incontrano gruppi di diversa provenienza, gli Zingari riprendono l'uso del romanì che diventa un vero e proprio linguaggio segreto.

Il romanì si può considerare un linguaggio legato strettamente ai dialetti indiani dell'India del nord.

Rinviando alle opere specializzate il lettore che voglia approfondire il problema del romanì e dell'origine di questo popolo, ricordo che anche molte leggende confermano l'origine indiana del popolo zingaro e della sua lingua.



LINGUA NOSTRA di Sergio Franzese

Ti amo,
lingua nostra.
Tu sei ricca e povera
come noi.
Quando siamo tristi
tu ci dai le parole per piangere,
quando siamo contenti
tu ci dai le parole per rallegrarci,
quando dobbiamo nasconderci
tu, lingua nostra, ci aiuti.
Tu hai viaggiato insieme a noi
lungo le strade del mondo,
eri il fuoco delle nostre canzoni,
ed ora
in questi terreni malsani
che i gagé ci riservano
tu muori un poco ogni giorno,
come noi.

Se ti perdiamo
anche noi saremo perduti.
Ascoltate, ragazzi,
ascolta gioventù,
i nostri vecchi Sinti
ci hanno lasciato
questa bella dolce lingua.
Non dimentichiamola,
insegniamola ai nostri figli,
conserviamola sempre con noi
come l’unico tesoro
che ci appartiene



(1)
Papusha, in Gruppo Arca, Ultini Nomadi, cit,; la poesia è riportata anche in G. Mancinelli, Gli Zingari, Roma 1982.



E-mailinfo@utoughifanclub.it