VIOLINO "OLE BULL" 
da: "Gasparo da Salò e la Liuteria Bresciana tra Rinascimento e Barocco"
tratto da -Gli Strumenti- a cura di Flavio Dassenno

Violino "Ole Bull" con etichetta"Gasparo da Salò in Brescia"
Bergen (Norvegia) Vestlandske Kostindustrimuseum (foto Jensen Bergen)
( (fotografia tratta da: "Gasparo da Salò e la liuteria bresciana di Dassenno Ravasio- pag. 55 - 58 - 59)

Violino con etichetta"Gasparo da Salò in Brescia"
Bergen (Norvegia) Vestlandske Kostindustrimuseum (particolare
della testa) (foto Jensen)
Questo incomparabile violino, con etichetta Gasparo da Salò in Brescia, è senza
dubbio uno dei piu' importanti capolavori liutari di tutti i tempi. Le sue origini rimangono
tuttora oscure ed ammantate di leggenda grazie alla ricchissima tradizione romantica, che
lo ha definito: il più bel violino del mondo.
A differenza della cetera di Gerolamo Virchi, esso non reca alcuno stemma nobiliare
che possa aiutare a ricostruire una traccia sicura di relazioni storiche.
Nessuno studioso è riuscito fino ad ora a produrre prove o documenti che possano chiarire
sufficientemente le motivazioni che hanno portato alla sua particolare costruzione essendo
lo strumento assegnabile a quella serie di opere d'arte definite di alta committenza.
Le tesi più seguite ma non dimostrate, lo dicono un acquisto del prelato Ippolito
Aldobrandini, piuttosto che una vera a propria commissione, la quale avrebbe impresso
in qualche forma, le insegne del proprio casato.
Egli lo avrebbe recato in dono all'arciduca Ferdinando del Tirolo in occasione del suo
insediamento come vescovo ausiliario di quel paese.
Innsbruck, al pari altre corti del nord Italia, aveva sviluppato una grande
tradizione musicale, risalente al regno dell'imperatore Massimiliano.
Con le dame di tali corti, la moglie dell'arciduca, Philippine Welser, decantata dagli
artisti italiani come la bella Filipina, teneva una cospicua corrispondenza.
Ferdinando, egli stesso grande estimatore e collezionista musicale, avrebbe talmente gradito il dono
che di lì a pochi anni avrebbe commissionato una sontuoso cetera ad un'altro artefice bresciano
amico di Gasparo da Salò, lo (fabbricante di zoccoli) Girolamo Virchi.
La tesi è sostenuta dal fatto che il prelato ed il nobile furono in strettissimi rapporti
e che il primo puo' aver perfino influenzato la scelta del soggetto decorativo
della cetera. Purtroppo la documentazione probante di questa ricostruzione non è
ancora stata prodotta in maniera sufficientemente convincente.
I puri dati storici, labilissimi, fanno riferimento attraverso una serie di inventari della
camera del tesoro ad un piccolo violino, con una testa d'angelo sul manico.
Esso è sempre riportato, assieme alla cetera di Gerolamo Virchi, e ad un liuto di Gerg Gerle,
negli inventari successivi fino al 1805; dopo quella data non è piu' citato.
Non rientra nemmeno negli elenchi dei bottini di guerra che i francesi portarono a Parigi
dopo l'invasione dell'Austria, redatti nel 1809.
La vecchia tradizione che lo vuole rubato da un soldato francese nel sacco di Innsbruck
nel 1809 viene così a cadere; è più probabile, sostenendo la tesi della razzia,
che questo possa essere avvenuto a Vienna, dove i tesori erano stati portati
per difenderli meglio dalle incursioni nemiche.
Qualche anno più tardi comunque il violino riappare nella leggendaria raccolta di oggetti
d'arte di uno dei più grandi collezionisti viennesi dell'epoca, un certo
Rhehazek, o Rhaczeck.
La storia recente è ben documentata e viene lasciata alle parole del grande virtuoso norvegese,
il violinista Ole Bull, che lo comperò da Rhehazek.
Nel 1839 diedi 16 concerti a Vienna e venni a conoscenza del più grande collezionista
di strumenti del luogo, un certo Rhehazek,
Fu nella sua casa che vidi il violino per la prima volta e subito ne venni rapito.
Volete venderlo? chiesi Si, fu la risposta.Per un quarto di tutta Vienna!.
Ora Rhehazek era povero come un topo di chiesa. Sebbene avesse ingentissime somme
contenute nel valore dei suoi preziosi strumenti, egli non vendeva mai nessuno di
loro se non strettamente costretto dalla fame. Lo invitai ai miei concerti. Gli offrii
invano somme grandissime perchè volevo assolutamente quel violino.
Un giorno mi disse Ole Bull, se un giorno venderò questo violino, voi
avrete la preferenza per 4000 ducati. Accettato gridai, sebbene mi rendessi conto
che quella era una somma enorme.
Il violino mi perseguitò risuonando, andando e venendo nella mia mente
per un paio d''anni. Nel 1841 stavo dando dei concerti in Lipsia, dove si
trovavano anche Listz e Mendelssohn. Una splendida sera stavamo cenando
insieme quando mi venne recapitata una lettera con un'imponente sigillo,
un documento ufficiale. Non fare cerimonie disse Mendelssohn, Apri
la lettera.
Era del figlio di Rhehazek che mi comunicava la morte del padre e l'offerta dello
strumento per il prezzo pattuito. Quando gli amici lo seppero mi
diedero del pazzo.
Lo strumento lo accompagnò nelle sue tournées concertistiche, assieme ad un'altro
bellissimo strumento di Gasparò da Salò, rimanendo nelle sue mani fino alla
morte, avvenuta nel 1880.
Con volontà testamentarie severissime, che ne impediscono il sia pur minimo uso e qualsiasi
genere di trasferimento, esso venne donato alla città natale del concertista dalla
vedova Sara ed esposto nelle Collezioni Storiche e Culturali del Museo di Bergen.
Nel 1902 venne trasferito nel Vestlandske Kustrindustrimuseum,
il Museo dell'Arte e dell'Industria delle terre dell'Ovest della stessa città
dove è tuttora custodito.
L'etichetta incollata sul fondo, in posizione piuttosto centrale, reca l'unica variante
alla forma stampata più comunemente conosciuta.
I caratteri gotici dell'etichetta possiedono interessanti rassomiglianze stilistiche
con le etichette di pellegrini de Micheli.
La datazione di questo strumento, come pure l'attribuzione, sono ancor oggi
sottoposte a verifiche e proposte d'interpretazione piuttosto differenti.
Alcuni vi vedono una fattura liutaria precorritrice di Maggini e quindi della
piena maturità di Gasparo, collocata da alcuni liutologi approssimativamente
tra il 1580 e il 1600.
Altri seguendo un progresso liutario inserito in una tradizione veneziana di
apprendistato artigianale, anticipano tali date di una decina di anni, facendo quindi
rientrare l'esecuzione di questo capolavoro se non negli anni di insediamento
dell'Aldobrandini ad Innsbruck, per lo meno negli anni immediatamente precedenti
l'esecuzione della cetera da parte di Girolamo Virchi.
Alcuni recenti studi lo retrodatano addirittura agli anni compresi tra il 1550
ed il 1560, sull base di considerazioni di evoluzione stilistica.
Se questa affascinante ipotesi venisse confermata, essa renderebbe questo violino
tra i più antichi esistenti oggi al mondo.
Tralasciando dispute attributive di difficile soluzione, da verificare
attraverso un'indagine più completa ed approfondita di un oggetto di così
grande importanza ed una più grande analisi dell'evoluzione stilistica
dei vari liutai bresciani e della scuola bresciana comparata con le altre
dell'epoca, si deve sottolineare come la fattura dello stesso renda da sola
giustizia dell'affermazione, tuttora a volte ricorrente, secondo
la quale la scuola bresciana risulterebbe imprecisa, rude e non rifinita.
Le linee del contorno sono tracciate con una soluzione di continuità ed
un equilibrio di proporzioni perfette.
La rotondità delle parti superiore ed inferiore è controbilanciata dai
due incavi laterali non troppo aperti, i quali sono raccordati alle varie
curve da punte armoniose ben pronunciate.
Una scuola impostata sulle caratteristiche estetiche e tecniche poco fa
citate non avrebbe mai potuto produrre un siffatto capolavoro dalle
apparenti contraddizioni.
Esso si propone come vera e propria cerniera tra passato e futuro.
E' immerso in una concezione che riflette pienamente le caratteristiche estetiche
del suo tempo, con un'occhio a quanto di meglio il passato aveva prodotto
come ad esempio la forma dei fori armonici e la ricchezza decorativa.
Contemporaneamente è proiettato in un'ottica costruttiva decisamente
moderna: le misure, la perfetta simmetria del modello e del posizionamento
dei fori armonici.Anche le bombature, la finitura delle superfici e la verniciatura
rivelano la mano di un Maestro maturo, di grandissima capacità liutaria.
La tavola armonica è in due pezzi di abete tagliato radialmente.
L'analisi dendrocronologica eseguita recentemente sullo strumento dal Maestro
Claudio Amighetti, denota che l'accostamento delle due semitavole, è eseguito
in maniera particolare.

A.Zanelli: "Gasparo da Salò"
Le fibre sono perfettamente parallele, molto diritte e non troppo serrate.
Il fondo è in un unico pezzo d'acero tagliato tangenzialmente da uno strato
esterno del tronco, come era usato all'epoca.
Entrambi i legni sono di qualità superiore. La regolarità delle fibre dell'abete
della tavola armonica e la dolce marezzatura di quelle del fondo, dall'aspetto serico,
costituiscono una base materica di qualità eccezionale sia per le
caratteristiche tecniche di risonanza ed allo stesso tempo piani decorativi
esaltati nelle loro caratteristiche dalla splendida vernice giallo bruna
con trasparenza e riflessi dorati, anche se molto usurata e sfruttata.
La realizzazione delle bombature, cioè dei rilievi e delle depressioni
della tavola armonica e del fondo, che tanta importanza hanno, assieme
all'altezza delle fasce, per determinare il volume interno della cassa
ed indirizzare tutte le reazioni acustiche dell'insieme, segue con
studiata morbidezza e decisione le forme dettate dal contorno, secondo
una filosofia costruttiva squisitamente bresciana.
Le fasce sono tagliate e realizzate con un tipo di legno simile a quello del
fondo.
Un doppio filetto sottolinea entrambi i profili dello strumento.
Sul fondo esso si piega in intrecci decorativi definiti a trifoglio,
mentre al centro si esibisce in virtuosistici motivi simmetrici.

Violino "Ole Bull"
(particolare del disegno sulla parte posteriore)
Si deve tenere presente la difficoltà di realizzazione dei conque sottili
e paralleli strati di legno di colore alterno, i quali sommati insieme
non superano lo spessore di soli un millimetro e sei decimi.
I fori armonici sono disegnati secondo un modello che si ricolegga a strumenti
più antichi e si avvicina a quelli usati dalla bottega dei De Micheli.
La posizione verticale, la larghezza del corpo, la parte terminale
superiore più diritta rispetto a quella inferiore che si piega in una
curva più sensibile e dolce, le tacche mediane arrotondate,
proseguono un discorso concettuale di morbidezza e decisione insieme,
che si ritrova in ogni parte dello strumento.
Le punte sono arditamente pronunciate, senza per questo costituire uno squilibrio
nella lettura stilistica generale e rientrano nella filosofia usata da Gasparo
da Salò, il quale le eseguiva di lunghezza maggiore, rispetto a quanto
realizzerà il suo allievo Maggini.
Anche l'inclinazione della loro conclusione è elegantissima.
La cassetta dei piroli ed ancor più la sua terminazione, vengono
investite di una ricchezza decorativa squisitamente rinascimentale.
Una testa di putto posta a coronamento del fronte dello strumento
ed un angelo che con flessuoso atteggiamento si appoggia alla nuca
per lanciarsi in volo dalla parte del fondo, sono elegantemente composte
in una doppia curva che sostituisce il tradizionale riccio, seguendo
una tradizione ornamentale molto antica.
Un esame critico della scultura e degli intagli, mostra evidenti
correlazioni con quelli della cetera Girolamo Virchi, costruita nel 1574.
Lo spendore dell'armatura dell'angelo, con una borchia d'oro ed
un medaglione al collo, le ali che sfiorano le orecchie e sono
raccordate con volute a riccio che ne incorniciano la testa, l'espressione
del putto con un sorriso appena accennato dalla bocca leggermente dischiusa,
rafforzano l'idea di una stessa mano, rimanendo tuttavia sconosciuto
il suo nome.
E' stata quindi proposta da alcuni autori
una collaborazione da parte di uno dei due maestri de li intalji
Battista e Zoan, che Virchio aveva in bottega nel 1568, l'anno stesso
in cui Gasparo si definiva maestro di violini.
Il problema, nella nostra opinione, rimane aperto in quanto
risulta che già dal 1569 i due suddetti intagliatori non risiedevano
più nella bottega citata. Lo scambio di artisti e decoratori era all'epoca
molto più vivace di quanto i documenti lascino intendere, creando problemi
di difficile soluzione.
Ci si augura che future ricerche nel campo della scultura lignea
bresciana possano condurre alla scoperta del geniale artista.
I fori dei piroli sono interpretati con motivi a corolla su di una campitura
punteggiata, mentre i tracciati degli intarsi inseriti nella tastiera
in acero, sono eseguiti con lo stesso filetto a cinque strati che orna il fondo.

Violino "Ole Bull"
La tastiera è stata allungata nel secolo scorso, per potere affrontare
le posizioni superiori previste dalla letteratura ottocentesca.
La cordiera è anch'essa finemente scolpita con una cariatide che richiama
l'angelo del retro della testa.
Tutta la decorazione è stata dipinta, ed in parte dorata, con sapienza.
lo stato di conservazione è però molto cattivo, mostrando una patina sporca,
segni evidenti di usura, ed alcune piccole rotture.
Il ponticello originale era eseguito con un complicato motivo raffigurante
due pesci intrecciati tra loro; ora è sostituito da un ponticello moderno
di scadente fattura.
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Misure del Violino Ole Bull
(tratte dal volume di A. M. Mucchi -Gasparo da Salò pag.193)
Lunghezza del corpo cm 36,03
Lunghezza dello stop cm 19,67
Larghezza superiore cm 15,87
Larghezza inferiore cm 22,43
Altezza delle fasce sup. cm 2,69
Altezza delle fasce inf. cm 2,85
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